se una mattina d’autunno io

Metti che è un giorno limpido e di quei primi freschi che quando respiri si vede il fiato; metti che mi vesto abbastanza, non troppo che non è ancora necessario, ma una giacca a vento ci sta tutta; anche le scarpe mi raccomando chiuse che l’erba è bagnatissima anche se non è piovuto; metti che ho ancora addosso tutto il caldo della doccia e per questo so che è il momento giusto e mi precipito fuori; se  sguinzaglio il cane nel posto che ho deciso, proprio dove c’è un campo per correre anche se lui so bene che ormai di correre non ha più voglia e si fa il suo giretto tranquillo: allora, lì, mi fermo proprio in faccia al sole e mi lascio pennellare di tiepido.

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parafulmine per coincidenze ovvero dell’importanza della filiera

Mi sto convincendo che gli incontri rilevanti avvengano quasi sempre con una modalità che li rende da subito riconoscibili. Se non li riconosci è perché non stai abbastanza attento, e magari ti accorgi che erano rilevanti dopo un sacco di tempo.

Con gli incontri rilevanti in rete è ancora più difficile perché non è che ti chiedi spesso come ti sei incrociato,  in rete: salti di palo in frasca e di blog in blog e il più delle volte perdi il filo, magari non ti ricordi com’è avvenuto l’incontro, o magari addirittura non lo immagini, perché tu sei ignaro dei legami che esistono tra gli altri e te, mentre conosci quelli che esistono tra te e gli altri (lo so, è complicato).

Ieri una mia amica mi ha raccontato come ci siamo conosciute: io lo ignoravo e pensavo che fossimo diventate amiche per via di un’affinità di carattere, di interessi, non sapevo che siamo amiche per via delle coincidenze. Non bisogna sottovalutare le coincidenze perché sono la ragione per cui l’uomo ogni tanto dovrebbe abbassare la testa, sentirsi un po’ meno artefice del suo destino e abbandonarsi al flusso delle cose, alla corrente della sorte; che se non credi al fato è ovvio, che non fai caso alle coincidenze, e però sbagli. Le coincidenze sono il segno che il tuo destino è più grande di te.

Io ultimamente mi sento un po’ come un parafulmine per coincidenze, e in questo fiume di casi e fortune che mi succedono entrano con tuffi agilissimi oppure a bomba un sacco di altre persone che poi si ritrovano parte di questo mio destino, anche se non vogliono e magari non lo sanno. Mi viene da pensare che un giorno o l’altro capiterà anche a loro, di risalire alla coincidenza che ci ha fatti incrociare, nella vita vera o nel web o anche in entrambi quasi contemporaneamente, e di stupirsi, molto.

Alla fine la cosa fondamentale della vita secondo me è stupirsi.

soffrire meno, soffrire tutti

So che questo tentativo di ristabilire un’equità cosmica verrà colto da molti sfavorevolmente: la giustizia, ahimé, di frequente scontenta qualcuno. Del resto oggi come non mai questo sfogo si rende necessario e comunque mi conforta il pensiero che, al di là degli strali che certamente sto per attirare, ci sarà uno sparuto gruppo di anime che saluterà la mia idea rivoluzionaria con entusiasmo.

Non riesco a mandar giù il fatto che ancora oggi esistano persone (ne conosco alcune) che ammettono, non senza vergogna, di non sapere cosa sia il mal di testa: siamo al limite dell’incostituzionalità. Per ovviare a questo gap culturale dovuto al fatto che la cefalea, di qualunque natura sia – primaria o secondaria, tensiva, trafittiva o a grappolo, emicrania, nevralgia del trigemino; dovuta ad attività fisica, intellettuale o sessuale – non è spartita in modo corretto tra la popolazione mondiale, propongo d’ora in avanti una distribuzione più omogenea.

Da oggi ogni soggetto cefalalgico si priverà spontaneamente, gratuitamente e a beneficio della comunità di una percentuale di mal di testa pari a un terzo di quello di cui normalmente dispone, per consentire a tutti di sperimentare quello che è un momento fondamentale  per la comprensione empatica delle sofferenze dell’umanità.

ovviamente la Coppa dei campioni non è mai stato considerato un vero gelato

A pensarci bene, credo di individuare il discrimine tra l’età infantile e quella (pseudo)adulta nel momento in cui, da un giorno all’altro, smetti di mescolare i gusti dei gelati nella coppetta.

Io, per la verità, alla coppetta ho sempre preferito il cono. Ancora oggi secondo me il gelato è più gelato dentro al cono, ha un sapore migliore, ti dà come valore aggiunto la goduria della leccata, che è fondamentale, se vuoi gustare un gelato sul serio. Poi ognuno fa come crede: lecca con la tutta la lingua o solo con la punta, dall’estremità superiore del gelato o dai lati; o raccoglie, sbocconcella, con la boccuccia socchiusa: succhiando, quasi. Non importa.

Gli estimatori del cono sanno perché estimano il cono, è per via del da fare che dà alla bocca. Gli altri, quelli della coppetta, oltre a non sapere, o far finta di non sapere, che nella coppetta a parità di prezzo ci sta meno gelato che nel cono, che di per sé quindi secondo me sarebbe una truffa, e una truffa perpetrata nell’indifferenza generale; oltre a quello, trattano il gelato con distacco: quelli della coppetta, insomma, io quasi sempre li ho considerati tipi poco appassionati. Gente che ha paura di sporcarsi, che usa il cucchiaino invece di affondare con voluttà nella dolcezza. Frigidi, ecco, se non fosse che dir frigidi parlando di gelato sembrerebbe quasi un complimento.

Questi della coppetta, io mi domando se si ricordano il giorno in cui hanno smesso di mescolare i gusti del gelato nella coppetta. Ci dev’essere stato un giorno, visto che gli estimatori della coppetta sono tutti molto ordinati (io li guardo, di tanto in tanto) e mangiano il gelato senza assolutamente mescolare i gusti, al massimo prendono graziosamente col cucchiaino un assaggio di due gusti diversi ma senza promiscuità, evitando l’amalgama: eppure tutti, da piccoli, mescolavano il gelato, basta conoscere dei bambini per sapere che è nella natura delle cose. Quel giorno lì, anche se quasi nessuno se lo ricorda, ecco: è stato il giorno in cui son diventati grandi.

Io questo giorno non me lo ricordo perché non c’è stato: noi estimatori del cono da piccoli o da grandi mangiamo il gelato alla stessa maniera, rischiando sulle nostre magliette l’onta dello sbrodolo senza paura.
Ma ho memoria, chiarissima, indelebile, di me piccola davanti al supermercato del mio quartiere, con una Coppa dei campioni,  mezza vaniglia e mezza cioccolato, che bianca e marrone com’era per me non aveva alcun senso.

La certezza, quindi, è che in un periodo della mia vita sia stata bambina anch’io. Non è dato sapere, dal momento che la coppetta la evito da anni, se questa fase sia passata o se perduri.

ma si può arrivare preparati?

Mi sono accorta che ultimamente lo tocco spesso. Sovrappensiero, allungo la mano sulla sua gamba quando il semaforo è rosso, sul divano gli accarezzo i piedi, cerco le sue mani di continuo e indugio sui calletti del palmo, sulla pelle spessa delle dita: non ci si può credere, che a tredici anni uno abbia le mani così callose.
Mi rendo conto sempre in ritardo di questi gesti, che lui non rifiuta mai, che anzi ancora riceve con piacere, spingendo la testa verso le mie carezze come un gatto, ricamando questo contatto di baci, desideroso di coccole come un bambino.
Mi sembra di fare la scorta, di questi gesti, per quando verrà il momento di allontanarsi e di lasciare che siano altri (altre) a goderne.

Mi domando se sarà difficile. Mi rispondo che sì.

La smemorata (una storia tristissima)

Del mio primo giorno di scuola, se non sbaglio doveva essere il ’73, mi ricordo solo che non ricordo niente. So che al momento di entrare in classe partorisco delle scene che la tragedia greca ha solo da invidiare: pianti, ansia da abbandono, la prima crisi da inadeguatezza  molesta – a cui poi avrei fatto il callo, volente o nolente.

Del secondo giorno di scuola invece ricordo nitidamente la maestra esasperata perché il giorno prima ha prestato un libro a un bambino e non ricorda quale. Dopo un’ora di tentativi per farsi restituire il libro incriminato – nessuno ammette di essere in possesso del maltolto – all’improvviso l’illuminazione: “Non è per caso a te, bambina, che ho prestato l’abbecedario, ieri?”
La smemorata, com’è ovvio, sbianca, fruga nella cartella e trova, come per miracolo, dico io, un tomo in esubero. Muta, la lacrima sul ciglio, lo porge alla maestra con un desiderio di sprofondamento che noi oggi, adulti, possiamo solo lontanamente comprendere.

La smemorata, da allora e per almeno 37 anni, ripercorre a ogni primo giorno di scuola, suo o altrui, quegli attimi in cui per la prima volta si trova a tu per tu con la sua natura di svanita senza speranza. Lo so perché la conosco bene.

di serpenti e di torte

Non so se hai presente quei giorni lì che fai le cose e ti vengono male. Questione di distrazione, di svogliatezza, non so. Fai una torta e ti accorgi dopo mezz’ora che il forno è spento; hai una cosa sul fuoco e ti tocca allontanarti; fai troppe cose insieme e non ne segui bene nemmeno una. Ecco, giorni così.

Poi al supermercato un bambino ha in mano uno di quei serpenti di plastica morbida che sembrano veri, se li muovi sembrano ancora più veri e io guardo il bambino, un bambino abbastanza piccolo, con gli occhi sgranati: io, non il bambino; forse voglio comunicare lo stupore per la verosimiglianza del serpente ma lui mi guarda come a dire Non lo vedi, che è un serpente finto. Mi sento stupida. Un giorno così, l’ho detto.

E alla fine ero qua a pensare di cosa parla questo post, magari per dargli un titolo e per taggarlo a dovere, peccato che parli di niente: di serpenti e di torte mal riuscite, che argomento è?

niente

Sì, dài, mi son distratta un attimo. Lo so bene cos’ho detto, ho detto che sarei stata costante e disciplinata, invece poi ho avuto da fare. Tra l’altro sono gli ultimi giorni di vacanza e figurati se mi ci vuole ‘sta spada di Damocle sulla testa, per carità: poi comincia la scuola e vedi che di cose da fare per forza ne arrivano, sì. Insomma, confesso che in realtà mi son dimenticata. Non sono mai stata brava coi buoni propositi, e poi dài, ho già da fare con la dieta: stai attenta qua stai attenta là, non posso mica pensare a mille cose contemporaneamente.

Va bene: la verità vera è che non ho niente da dire e allora, sinceramente, è tanto meglio se sto zitta.

dovresti essere cane

C’è poi quella cosa fantastica per cui se capita che venga a piovere in una giornata di caldo, non caldo di estate piena che ti acceca: caldo di fine estate che dura, e ogni giorno che dura tu ti rallegri del perdurare; quando capita quella pioggia veloce, breve, che come è arrivata finisce e lascia tutto intorno un bagnato allegro, tutti ad annusare l’aria e dire che buon profumo di pioggia.
Ma se invece di un posto di asfalto e di pietra, di città, dove a parte lo smog le cose non hanno odore e quindi la pioggia sa di pioggia ti trovi in un posto dove le cose hanno odore di cose, ti accorgi subito che la pioggia ha reso ogni odore  più forte: la terra sa di terra, il bosco sa di bosco, gli alberi sanno di alberi.
E in una pista ciclabile pochissimo frequentata ti può capitare che anche un campo di mais sappia di campo di mais, soprattutto se il mais ha già i suoi bei cartoccetti di mais secchi; e addirittura anche una panchina di legno improvvisamente sa di legno, si ricorda improvvisamente di esser fatta di legno. E ti immagini che anche il trifoglio sappia di trifoglio, l’equiseto di equiseto, il tarassaco di tarassaco. Ma per averne la certezza dovresti annusare da vicino.

Dovresti essere cane

solo per dire quando la meraviglia

Che poi io son quella che dice che il vento lo odia, che fa venire mal di testa e rizzare tutti i nervosi nella scatola cranica; fa impazzire, il vento. Eppoi però in giornate come oggi o ieri che il vento, a momenti anche un po’ eccessivo, poi più dolce, a tratti, poi del tutto docile, addomesticato, gradevole, a me sembra una cosa fantastica, mi dico che sarebbe un dispiacere se non ci fosse, qualche volta. Tipo ieri che andando a Padova ho dato uno sguardo allo specchietto e verso Vicenza era un groviglio di nuvole  veloci, ammassate da un vento balordo, in un chiaroscuro così azzardato, innaturale,vero e stupefacente che un pittore, un cielo così, secondo me non ha il coraggio.