vista da questa prospettiva

Quando decidi di riprodurti devi mettere in conto che passerai non una fase ma diverse fasi in cui ti sarà impossibile fare la vita a cui eri abituato. Ti verrà naturale cercare di appropriarti degli spazi necessari come individuo e come coppia ma non sarà mai, per molto tempo, la stessa cosa. Ci saranno di continuo nella tua testa, per prima cosa, quei cosi piccoli che ti somigliano e che ti costringeranno a fare delle scelte, talmente spesso che poi fare delle scelte, numerose volte al giorno, diventerà la tua normalità. Una normalità viva e gioiosa, se l’hai voluta, ma anche faticosa e frustrante, spesso.

Se hai la fortuna di poterti permettere una baby sitter o hai una nonna attiva e disponibile capiterà, come prima, che tu possa uscire in coppia per andare al cinema, a teatro, a cena. Però saranno occasioni meditate, valutate, soppesate, cercando compromessi, accettando rinunce, schivando imprevisti: lontane quindi dall’incosciente spensieratezza di un tempo, quando contavi magari le monete nel salvadanaio per andare al cinema ma eri del tutto padrone del tuo tempo libero.

Ecco: noi (noi gli Splendidi) quest’anno dopo un sacco di tempo ci siamo fatti la tessera per una rassegna al cinema e (quasi) tutte le settimane riusciamo a trovare la (quasi) totale spensieratezza per goderci la libertà di guadarci insieme dei film imperdibili ma anche no, sapendo che i nostri figli sono abbastanza grandi da sopravvivere a casa da soli una sera, e anche di arrangiarsi per mangiare se serve, e magari a voi non sembrerà questa gran cosa, invece per me è una delle (ritrovate) gioie della vita coniugale.

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se me lo chiedono…

Se te lo chiedono rispondi, che devi fare?

Ovviamente semplifichi, scarti, riduci, alla fine non è che sei contento, però è così: dieci cose sono tante oppure troppo poche.
Se te ne chiedessero una magari ci penseresti due settimane ma poi verrebbe fuori la sintesi della sintesi delle tue priorità. Se te ne chiedessero trenta ne uscirebbe un buon dipinto di quello che sei.

Dieci è un compromesso che non soddisfa del tutto ma tant’è: queste sono le mie dieci cose.

come quando ti togli il vestito appariscente e ti rimetti il maglione vecchiotto ma comodo

Lo so lo so, adesso funziona che vieni qua perché hai visto che c’è un post nuovo e non ti ritrovi, ti pare che non te lo ricordavi così questo blog, oppure se è un po’ che mi conosci mi riconosci subito, invece, anche se con questa mise non mi avevi mai vista.
Perché quella sgargiante pappagallata che era questo posto negli ultimi mesi, te lo devo proprio dire, non ero io. Cioè ero io ma lievemente fuori dai miei binari, quelli di blu e di grigi, di carta e di lana, insomma: ero io che mi dipingevo di un profumo che in verità non ho, ecco.

Adesso mi dispiace perché forse ti deludo ma così mi sento meglio, magari mi viene perfino voglia di scriverci dentro. Spero che apprezzi comunque l’azzurritudine che sa un po’ di cameretta tiepida di neonato, di primavera. Ma anche di ghiacciaio dal di dentro, volendo: se sei stato dentro un ghiacciaio te lo ricordi di sicuro.
Un colore per tutte le temperature, insomma. Se ti pare che ci voglia un po’ più di scuro, di grigio, di caldo, dammi un consiglio che può essere che lo segua. Ma può anche darsi di no.

Alla fine mi metto sempre quello con cui sto comoda e non quello con cui sto bene. Sono sempre la solita cialtrona.

Lo scopo dell’oroscopo

Io non credo nell’oroscopo epperò mi capita di tanto in tanto di leggere il mio su qualche rivista.
Mi capita, non sempre, diciamo una volta al mese suppergiù, di sbirciare quello di Brezsny su Internazionale.
Perché proprio quello non lo so: forse perché mi piacciono i disegni, o perché ha un certo brio che ti mette di buonumore anche se sai che dice delle scemenze che mai e poi mai ti aspetti che si avverino, o anche perché ha questo modo di parlarti a tu per tu che un po’ ti vien da dargli retta: sembra che l’oroscopo l’abbia partorito esclusivamente per te e non per le centinaia di milioni di acquari o capricorni o gemelli del mondo.
Oppure perché, dentro alle previsioni, lui, Brezsny, ci mette dei consigli di saggezza che in genere ci imbrocca, come ci imbrocca la nonna dall’alto della sua esperienza, e quindi del tutto indipendentemente dalla previsione oroscopica in sé e anzi come se lo scopo dell’oroscopo fosse quello di inventare dei pretesti per farti riflettere di volta in volta su un aspetto della tua vita (a rotazione, suppongo).

E quindi io, da brava, rifletto. È da venerdì scorso che mi interrogo su quali faide mi stia spingendo a concludere e alla fine ho deciso che l’unica faida che ho in corso, ma che probabilmente tra 80 milioni di anni sarà ancora in pieno svolgimento, è quella contro il mio brutto carattere.

[(Il mio oroscopo di questa settimana) Sagittario: In Mongolia c’è un famoso ritrovamento fossile di due dinosauri avvinghiati in un combattimento mortale. Fermo per sempre nel tempo, un Velociraptor sta artigliando un Protoceratops, che a sua volta gli sta mordendo un braccio. Ormai sono in quella posizione da circa 80 milioni di anni. Ti sto mettendo sotto il naso questa immagine, Sagittario, per sfidarti e incoraggiarti a rinunciare alle tue vecchie faide. Astrologicamente parlando, è il momento ideale per rinunciare a qualsiasi lotta che non avrà più nessuna importanza tra 80 milioni di anni.]

chi ha orecchie per intendere intende

L’angolo dell’occhio, il sopracciglio, l’interno del gomito e del ginocchio, la piega tra il gluteo e la gamba, le conchette a destra e a sinistra del tendine d’Achille, l’incavo della gola, il retro dell’orecchio, l’ombelico, la base della nuca, l’ascella, lo spazio in mezzo alle dita della mano, la fossetta della clavicola.

Eccetera.

Pina (un film? sì, anche)

Ci sono volte in cui l’ignoranza è una benedizione.
È il caso della totale assenza di pre-giudizi con cui ieri sono andata al cinema a vedere Pina, un film su una danzatrice e coreografa di cui conoscevo il nome e la fama ma della cui forma d’arte non sapevo praticamente nulla.
È quindi con la verginità del neofita che mi sono goduta lo spettacolo di questo che non è un documentario, non è una biografia, non è un film musicale ma è un racconto in musica, parole e danza di una storia d’amore tra un regista e la sua musa, tra una coreografa e il suo corpo di ballo, tra una donna speciale e il mondo a cui ha dato voce.

La danza in questo film parla anche a chi di danza non si intende per nulla.
Si scopre una fisicità che non ha a che fare con la perfezione anatomica, dove il corpo è strumento al di là della bellezza classica, dove c’è posto per la giovinezza e l’età matura,  ed è l’abilità maieutica quella che fa la differenza.
Il movimento va a supplire all’insufficienza delle parole e si riempie di spessori e sottigliezze; di peso e di leggerezza; di gioia e disperazione; di estrema forza e fragilità disarmante.
Non hanno nulla di tradizionale questi gesti, che ogni danzatore rende talmente suoi da farli unici ed esclusivi anche quando ci si muove all’unisono, come sono diverse le voci in un coro in cui ogni timbro è inimitabile.

Si ha l’impressione che anche gli oggetti di scena – un bastone, una corda, un ramo, un albero, una sedia, per non dire degli abiti che mascherano unicamente per svelare – diventino appendici dei danzatori, prolungamenti degli arti, non meri attrezzi funzionali a una coreografia ma nuovi dettagli anatomici.
Si danza con la voce, con le dita, con i capelli, con gli sguardi in questo teatro che è il mondo di Pina Bausch.
Si danza con l’acqua e la terra, spesso: non sull’acqua e sulla terra ma insieme.
D’altra parte qualunque sfondo si fa palcoscenico, sia esso campagna, fiume, strada, architettura nuda, città abitata; qualsiasi palcoscenico si fa anch’esso attore: non ausiliario ma protagonista.

Si ha l’impressione che non ci si risparmi mai, che ci si faccia male se serve, che non si cerchi il dolore di proposito ma nemmeno lo si eviti quando viene. Che ci sia un sacco di vita, dentro. E che l’intimità raggiunta dal gruppo di danzatori sia viscerale, emotiva prima che fisica, profondamente espressa piuttosto che rappresentata.

Le interviste ai ballerini sono un capolavoro in cui la sinergia tra i volti ripresi in silenzio e le voci fuori campo si riempie di significati, in cui l’emozione risulta più eloquente proprio perché resa muta.
Sono bellissime queste persone giovani e meno giovani che ricordano, nella loro lingua madre, la guida di cui sono orfani con parole in cui traspare un universo di gratitudini.

Ed è gratitudine anche quella che provi tu, spettatore, mentre scopri un mondo che non sapevi.

(andate a vederlo, vi prego)

(una recensione con altri occhi qui)

gente famosa per la sua proverbiale forza di volontà

Ieri ho fatto una specie di voto per cui per tutta la mattina mi son ripetuta che avrei mangiato solo frutta e verdura. Prima di andare in palestra infatti ho sbocconcellato con voluttà (la voluttà indotta dalla convinzione) una banana e mi sono sentita bene, in forma e con la giusta dose di energia per affrontare l’ora di ginnastica. Uscita dalla palestra tutta fiera del mio proposito sono tornata a casa con l’idea di farmi una terrina di insalata e carote, al limite due ceci che tecnicamente non sono una verdura ma per praticità d’intenti avrei senz’altro considerato tali.

Sul tavolo della cucina (ero sola in casa) ho trovato un sacchetto di pane fresco e un biglietto: “Fatti un panino con l’Asiago e il San Daniele”.

Quindi poi mi son mangiata anche un dolcetto con il caffè.

altre vite/2

Probabilmente tondeggiante ma non rotondo, appena ruvido al tatto, liscio alla vista ma non lucido; non spigoloso, non scuro, non rosa: e invece di un grigio convinto, che a guardare da vicino si vede che sfuma e che brilla, anche, un po’.  Sicuramente non una pomice, ché io galleggio se voglio ma di mio affonderei.

Non chiedetemi l’origine perché sono andata a settembre in scienze l’anno in cui si studiavano le rocce.