ho voglia di innamorarmi

Di cominciare ignara dalla uno e a pagina trenta essere un po’ invaghita, alla cento sentire già una sorta di affetto, verso la metà aver voglia di rallentare per non far finire tutto troppo in fretta e allo stesso tempo giocare con la tentazione di andare più veloce per arrivare subito in fondo. Alle ultime righe aver già nostalgia, e mitigare la malinconia dell’epilogo con l’allegria di un lieto fine, oppure abbandonarmi alla tristezza di una conclusione amara.

Non importa che sia il protagonista o un personaggio minore, alla fine lo voglio conoscere come fosse una persona vera, per quanto si riesca di rado a conoscere a fondo le persone vere.
Uomo, donna, non importa: basta che sia una figura piena e rotonda; simpatica oppure odiosa: la cosa fondamentale è che le creda, che i suoi pensieri ispirino dubbio o empatia, che non mi lasci indifferente.
Che l’adori o che mi faccia orrore, o tenerezza, o compassione; che mi somigli o che sia il mio opposto è indifferente: si può essere attratti dalle affinità come dalla totale assenza di tratti comuni.
Voglio entrare per il tempo di un libro nella vita di qualcuno che non sono io.

Poi, dopo un mese o un anno, quando la memoria avrà inghiottito le parole, ricordarmi solo di pochi dettagli, come succede con le persone che hai perso per strada. Però, quelli, non dimenticarli più.

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a gambe levate

Ci sono certi che per via del fatto che sono bravi a scrivere, a inventare bene le storie, o a raccontare bene se stessi, ti immagini che siano anche bravi a vivere.

Invece magari, di vivere, quelli, non son proprio capaci; e spendersi per dei rapporti veri, a quelli, fa un po’ paura: ché dentro la letteratura sembra tutto più semplice, e se una cosa non va come vorresti basta cambiare la storia e far succedere quello che desideri. Nella vita non è mica così, e tocca prendere quello che càpita. Tocca rischiare, qualche volta.

Allora c’è da sperare di non essere così bravi, a scrivere, ma di riuscire a vivere come si deve, anche a costo di rimetterci, ogni tanto, un pezzettino di cuore. Ché vedere uno che scappa a gambe levate fa riflettere.

 

le parole degli altri

Mi piacerebbe scrivere un post, un racconto o una storia autobiografica in cui mettere le parole che mi piacciono di più: microcosmo, maieutica, sublimare, noncuranza. Poi però quelle parole le avrei usate e dovrei separarmene e io, separarmene, non sono pronta.
Le parole, quasi sempre, mi pare di sprecarle. Ho paura che si consumino a forza di usarle, e di ritrovarle sfilacciate e inconsistenti, impigliate in periodi confusi e in frasi abbozzate senza garbo. Poi, mi resta il rimpianto del momento in cui potevo ancora cercare uno scorrere diverso, un suono più dolce, un senso meno ovvio.

Quando leggo le parole degli altri mi sembra di incontrare altri pesi e consistenze: leggere morbidezze avvolgenti o taglienti asperità disidratate. Nelle mie, al massimo, sensata gradevolezza.
Quando leggo le parole degli altri spesso ci trovo la forza dirompente della lingua. A volte, scopro il turbamento dato dalle scelte audaci. Nelle mie, caute comodità di lattice.

 Questa è la ragione per cui leggere dà più soddisfazione che scrivere

i segni dell’età (forse)

Avranno sui 18 anni, entrambe: una sta studiando i quiz per la patente, l’altra sbatacchia svogliatamente a destra e a sinistra un libro di biologia. Si vede che di concentrarsi non hanno voglia, e forse quello non è il posto giusto, in effetti.
Parlano, mentre io a un pc che non è il mio approfitto di un momento per controllare la posta. Parlano non so di cosa: non le ascolto; finché una frase isolata mi arriva al cervello senza quasi passare per le orecchie.
“I vecchi – la tipa dice così, i vecchi, ma per qualche ragione capisco che intende gli adulti – pensano che la vita sia tutta cultura e letteratura, invece c’è dell’altro.”
Dell’altro mi sembra che nelle sue intenzioni voglia dire i ragazzi, l’amore, lo svago, le vacanze, le passioni; la vita quella vera; il piacere in contrapposizione al dovere.

E io penso che la vita non può essere solo letteratura però anzi mi domando che letteratura si possa fare senza vita. Penso a come la divisione inconciliabile tra le esperienze vissute e la loro elaborazione io non l’ho mai avvertita, nemmeno a quell’età; e che a me la letteratura è sempre parsa una forma di espressione che si compenetra con la vita, ché nessuno si sognerebbe di leggere qualcosa che non può riconoscere.

Ma è anche possibile che mi stia sbagliando.

PS: volevo dire ai precisini che lo so che in Italiano pensare regge il congiuntivo, ma qui era una specie di rafforzativo alla francese, ecco. Cioè, non è solo pura ignoranza. E comunque questa è vita e non letteratura

L’importanza dello studio della letteratura inglese del novecento per la comunicazione della coppia moderna

(un post molto, molto intellettuale)

Lei, ammiccante: “Facciamo che tu eri l’amante e io Lady Chatterley”

(segue un lungo sguardo dietro cui si celano rimembranze scolastiche e torbide fantasie adolescenziali)

Lui, eccitato: “Tiro fuori il tagliaerba”