Pensiero stupendo (comunque a me non piacciono i macarons)

Oggi ero lì che facevo una cosa che con il cibo non c’entrava nulla: ero a lezione di Pilates, e cercavo di non vedere allo specchio la mia faccia stravolta dalla fatica di tornare a ginnastica dopo una pausa di due settimane: cosa che, come sanno tutti quelli che fanno Pilates,  stronca a morte i tuoi muscoli disabituati all’esercizio. Per fortuna i miei addominali rispondevano abbastanza, ma nel dolore avevo bisogno di concentrarmi su un pensiero che mi alleviasse lo sforzo nella contingenza.

Il pensiero è arrivato.

Mi è venuta in mente quella sera in cui ho caldamente consigliato ai miei compagni di viaggio di assaggiare il macaron di Pierre Hermé, quello al caramello al fleur de sel. Se conoscete questo esempio di perfezione dell’arte pasticciera, sapete che esso provoca una sorpresa, una scossa, un corto circuito delle papille gustative, sollecitate contemporaneamente da stimoli diversi e contrastanti: il dolce dello zucchero, l’amaro del caramello, il salato del burro, in una vera e propria esplosione di sapori e consistenze che subito dopo ti lasciano allo stesso tempo pienamente soddisfatto ma anche già nostalgico di un piacere che (magari non immediatamente) vorrai riprovare.

In quel momento ero quasi dispiaciuta di non poter godere anche’io per la prima volta di questa scoperta che immaginavo meno strabiliante nella reiterazione (e qui comunque, a immaginare sbagliavo).

Destino volle che mia madre, una persona che non ha equilibrio nell’approccio con la gastronomia – soprattutto in viaggio, soprattutto all’estero, soprattutto in Francia, soprattutto a Parigi – si autocandidasse per fare la fila (non lunghissima) nella pasticceria, lasciando la truppa di adulti e bambini ad aspettarla fuori dal negozio.

Una volta a casa, dal pacchettino di Hermé (volevo tenerlo come reliquia ma penso che lo farò la prossima volta) ecco uscire anche un macaron di colore diverso, più chiaro; profumato, sconosciuto.
Un accostamento a cui mia madre non aveva saputo resistere e a cui mi sono avvicinata con trepidazione e curiosità: cioccolato bianco e frutto della passione. Voluttuoso, inebriante, perfetto.

Dov’è il teletrasporto che improvvisamente me ne serve assolutamente uno?

in cui facciamo tutti gli auguri a mia madre che compie gli anni

Dice mia madre che non si capacita di essere arrivata a settant’anni, lei che se ne sente a malapena trentadue.

In effetti mi sono spesso chiesta dove trovi  tutta l’energia che mette nelle cose, al contrario di me, che fatico spesso a trovare la forza: ho sempre pensato di esser nata mollusca.
Finalmente ho capito che è anche questione di anzianità. Io che mi son fermata come età mentale ed emotiva ai miei quaranta: non tecnicamente ma spiritualmente ho otto anni più di lei.  E li sento tutti.

di come l’incauto zelo di una madre può portare il giovine a una spirale di tossicodipendenza

In giovane età, prima di sviluppare questa idiosincrasia per la chimica che mi fa guardare con sospetto qualunque prodotto esca da una casa farmaceutica, per farmi passare il mal di testa credo di essermi impasticcata con qualunque cosa, spesso sotto controllo medico ma qualche volta anche no, tipo quella volta in cui a mia madre è venuta la brillante idea di passarmi una delle sue compresse miracolose che si faceva spacciare direttamente dalla Germania (tra tossici usa).

Non ricordo se abbia funzionato per la cefalea, occupata com’ero a studiarne l’effetto allucinogeno: era un po’ come camminare a trenta centimetri da terra; neanche male come esperienza.
Mia madre ha sempre negato che il mio stato potesse dipendere dalle pasticche, che lei prendeva regolarmente senza problemi. Poi però mia cugina che è psichiatra e di roba psicotropa se ne intende abbastanza mi ha detto che quel farmaco lo facevano con la segale cornuta.

Poi si stupiscono che una diventa omeopatica.