vogliatemi bene lo stesso

A proposito di onde gravitazionali, ho letto Sette brevi lezioni di fisica e l’unica cosa che ho capito – a parte che l’universo è e sarà sempre pieno di mistero e fascino, e che l’uomo ha la naturale tendenza a cercare di capirne di più, cosa che però già sospettavo – è che la mia forma di pensiero è davvero quanto di più distante dall’impronta mentale del fisico.

Dev’esserci una zona del cervello adibita alla comprensione di certe correlazioni tra le cose e la loro misura, il loro funzionamento, la loro prevedibilità, che a me manca completamente: la realtà mi piace osservarla nel più completo stupore.

Naturalmente nel più completo stupore osservo anche coloro che invece le domande giuste se le fanno e anzi ho scoperto che in fin dei conti, in pratica, se ho capito bene, per occuparsi di fisica bisogna essere in un certo senso anche un po’ filosofi.
Non necessariamente viceversa.

il post definitivo sulla più efficace tecnica di scelta e acquisto di un libro di carta

Oggi, nell’era prima del libro digitale – e non si sa ancora per quanto quindi approfittiamone – esistono ancora le librerie.
Non si capisce come mai – certamente l’Università del South Dakota Orientale ci sta facendo uno studio che sarà pubblicato a breve – ma le librerie esercitano tutt’ora un’attrazione incontrollabile nei confronti di una certa categoria di lettori, quelli che hanno l’insana abitudine di comprare i libri con criteri di scelta diversi dalla scartabellata alla classifica dei bestseller.
L’acquisto del bestseller non ha nulla a che vedere con il cuore: è una cosa di testa, razionale, asettica e per cui al giorno d’oggi non è più necessario entrare in un negozio e, anzi, entrare in un negozio potrebbe risultare (non sempre ma spesso) vagamente umiliante. Per fortuna c’è amazon.

Per l’acquisto guidato dal cuore mi sento di consigliare la consulenza di una guida di riferimento, da selezionare con cura perché dev’essere fidata e capace; nel mio caso è prima su tutte lei, la bibliotecaria che ognuno vorrebbe conoscere, quella che non sbaglia un colpo e che costituisce un inesauribile pozzo di ispirazione, per tutti i gusti e per tutte le occasioni. Come lei ce ne sono poche ma eventualmente può essere utile anche semplicemente il consiglio di un amico di cui conosciamo bene i gusti letterari (funziona esattamente come per i film).
Per questa opzione il negozio è indispensabile solo se non si è sicuri della propria guida, se si deve verificare da vicino che il libro abbia le caratteristiche adeguate (nel mio caso non lo è ma siccome mi piace entrare in libreria qualche volta fingo di dover verificare). 
Questo è certamente un modo per andare sul sicuro anche se so che è un sistema che spesso non soddisfa il lettore che vuole farcela da solo: lo capisco perché a volta sono così anch’io.

Ha a che fare con la pancia, invece, la scelta del libro dentro la libreria. Gironzolare tra gli scaffali è una goduria. Non conosco nessun vero lettore che non provi un piacere fisico a fermarsi in una libreria, fosse anche solo per ammazzare del tempo in stazione tra un treno e l’altro.
A me piacciono le librerie in cui le novità sono esposte in modo visibile e tutti il resto disposto in ordine tra gli scaffali.
Ognuno ha un ordine preferito tra cui spulciare, il mio sarebbe una divisione per casa editrice e poi alfabetico per autore, quindi praticamente una cosa che non esiste. Mi accontento di un ordine alfabetico per autore in scomparti divisi per nazionalità. Sempre meglio di niente. La cosa importante è sapere dove cercare le cose però in alcuni casi anche vagare a casaccio in una libreria sconosciuta può essere un’esperienza.

I criteri di scelta nell’acquisto di un libro sono molteplici e variabili e personalissimi, ognuno ne ha almeno uno ma più probabilmente diversi a seconda del momento e dell’umore e, questa è una cosa di cui sono profondamente convinta, sono tutti giusti.

Vado a spiegare i miei.

1. Sono convinta che i libri si facciano riconoscere. Non trovo affatto disdicevole essere attratti da un volume per la sua copertina come non lo è essere attratti da una persona per la sua faccia. È certamente possibile che poi il contenuto ci deluda ma capita spesso e volentieri che invece l’intuito ci riservi delle piacevoli sorprese.
È altrettanto facile, purtroppo, che un libro ci respinga per colpa della sua copertina, e ci faccia perdere così un’occasione d’oro. Questo, ahimè, è colpa di scelte editoriali infelici: personalmente non comprerei un volume con la copertina glitterata/argentata/in rilievo (faccio un’eccezione per libri che raccontano di notti brave al Muccassassina ma lì la copertina glitterata mi pare d’obbligo) anche se non biasimo chi lo fa, specialmente se ha meno di 12 anni.
Sono sostanzialmente sobria.

2. Il titolo di uno scritto mi attrae o mi respinge quasi quanto il suo aspetto: questo è un vero problema perché i titoli dei libri, specialmente in traduzione, non di rado sono un disastro. Ho sviluppato una specie di idiosincrasia verso tutti quelli in cui L’uomo/la mamma/il ragazzo/la bambina/il vecchio aveva o faceva qualcosa. So che rischio di perdermi storie meravigliose ma, a meno che non siano caldamente raccomandati da uno dei miei spiriti guida di cui sopra, quei libri non torneranno spontaneamente a casa con me.
Sono insofferente.

3. Le seconde, terze e quarte di copertina: le sbircio sempre. Secondo me dicono molto di un  libro. Quando dicono troppo, lascio. Quando non dicono abbastanza, dipende. A mia discrezione, ci mancherebbe.
Sono umorale.

4. Quasi sempre leggo l’incipit. Non perché sia convinta che sia fondamentale cominciare in bellezza, ma perché in genere è sufficiente per farmi capire quando la prosa non fa per me. Credo che il lettore abbia il diritto di farsi innervosire o conquistare dalle prime dieci righe, anche se in realtà gli incipit neutri sono la maggioranza. Ci sono persone affette da una perversione che le porta a leggere le ultime dieci righe, per scegliere un libro: è una cosa che io non farò mai ma le tratto alla stregua dei seguaci di libri glitterati (contenti loro…).
Sono abbastanza influenzabile.

5. Come molti tendo ad affezionarmi ai tipi dell’una o dell’altra casa editrice. Mi disaffeziono, anche. A tratti sono spinta verso l’ignoto. Di sicuro comunque ho delle antipatie feroci verso editori che potrebbero pubblicare anche Leopardi ma non degnerei di uno sguardo.
Sono snob.

6. Difficilmente acquisto libri cartonati. So che è una specie di perversione ma ho una netta predilezione per le edizioni economiche. Costano meno, pesano meno, occupano meno spazio, se la tirano meno. Ma soprattutto costano meno.
Sono tirchia, oppure squattrinata, oppure minimal. Forse tutto insieme.

7. Sono convinta che nessun autore sia infallibile ma se uno scrittore che mi piace pubblica un nuovo libro, metto in atto una verifica dei punti 1, 2, 3, 4, 5, 6 e, se nulla mi disturba, tendenzialmente lo compro. 
Sono fedele con cautela.

L’altro giorno ero giustappunto in una libreria quando un libro mi ha chiamata. Per il titolo, prima; per la copertina, poi; per la casa editrice (a me sconosciuta) alla fine. Mi ha chiamata così tanto che l’incipit non l’ho letto, ho dato solo una scorsa alla terza di copertina e il libro l’ho regalato, sulla fiducia.
Forse non saprò mai se faceva orrore o era bellissimo.
Sono temeraria.

corso rapido di teologia for dummies

Dio era particolarmente ispirato il giorno in cui creò le mani, lo zenzero, i limoni, le melanzane, il cioccolato fondente e il pane con il burro e le acciughe.
Doveva aver pensato che l’umanità si meritasse dei premi: probabilmente è perché non aveva ancora conosciuto l’umanità.
Una volta capito che l’umanità non meritava nulla di tutto questo, ormai il pane burro e acciughe era inventato e non si poteva più tornare indietro.

Fu in quel momento che gli venne l’idea di mandare sulla terra il lampredotto.

dove si scopre che il contrario di un pensiero scomodo è un pensiero scomodo uguale

Ci ho messo qualche giorno per farmi un’opinione e ancora non sono sicura che sia quella definitiva. La cosa è partita da una conversazione tra amici, si parlava dei libri che uno non vorrebbe che esistessero, nella sua casa, nella biblioteca del suo quartiere, magari nel mondo: autobiografie nauseabonde, trattati ideologicamente repellenti, teorie politiche inaccettabili.

Ascoltando il racconto di un’amica bibliotecaria che spiegava la difficoltà di respingere al mittente certi volumi, sulle prime mi son sentita d’accordo all’idea che si tenda a rifiutare il possesso di libri il cui contenuto in qualche modo ci turba: libri ambasciatori di idee che non ci appartengono e che vorremmo anzi allontanare con forza da noi e certamente non divulgare.
Poi però mi sono un po’ ribellata a questo sentimento che non mi piaceva.
La censura, ho pensato, o non deve esistere mai o può esistere in certi casi: il che significa sempre, se è vero che quando c’è uno che ha ragione c’è per forza un altro che ha torto, come dove c’è un cattivo ci dev’essere anche un buono, dove un santo un peccatore, dove un guelfo un ghibellino.
Troppo comodo gridare allo scandalo quando sentiamo proposte aberranti come quella di bruciare i libri di certi autori per le loro idee e dare per scontato che sia sacrosanto eliminarne altri.

Non sono affatto sicura di aver ragione ma penso che nascondere sotto la sabbia le idee che reputiamo sbagliate sia controproducente. Le idee che consideriamo pericolose, offensive, indecorose andrebbero sbeffeggiate, smentite, combattute a suon di dialettica. Sotto la sabbia possono restare intatte, ben conservate, finché a qualcuno non viene in mente di scavare con la paletta.
A lasciarle in piazza esposte al pubblico ludibrio o al sano contradittorio secondo me si consumano più in fretta.

il ruolo dell’amicizia nella legge di gravitazione universale delle particelle di grasso

Quando ti trovi la domenica mattina a far colazione con la tisana allo zenzero ti fai delle domande esistenziali. Per esempio ti domandi Ma perché?

Io, dopo un anno e mezzo di studi approfonditi sulla questione, un anno in cui ho raccolto dati con metodo scientifico, in cui non mi sono risparmiata investendo tempo ed energia nella sperimentazione diretta, in cui ho rischiato sulla mia pelle le conseguenze dell’esperienza empirica, ho finalmente trovato la risposta.
L’evidenza dimostra che indipendentemente dal numero degli individui coinvolti; dal sesso, dall’età, dalle convinzioni politiche o religiose degli stessi; dalla collocazione geografica (latitudine, longitudine, altezza sul livello del mare) del luogo deputato all’esperimento; dall’orario della prova con o senza ora legale: l’amicizia è una bolla di grasso.

Numerosi tentativi di smentire questo principio sono stati affrontati con coraggio dalla sottoscritta per pura ricerca di verità scientifica, in Italia ma anche all’estero, nelle più svariate condizioni ambientali di caldo e di freddo, di secco e di umido, con o senza la neve; prendendo in considerazione abitudini locali, tradizioni degli indigeni (toscani, marchigiani, piemontesi, sardi, lombardi, veneti, romagnoli, pugliesi e quant’altro: la varietà dei dati mi sembrava fondamentale per la ricerca), magrezza o sovrappeso dei commensali.
Alla fine ho dovuto arrendermi e formulare la mia legge universale per cui in qualunque momento luogo o condizione ci si trovi, quando si sta bene insieme si mangia. Troppo. Con eccessiva spensieratezza. Come se non ci fosse un domani (cit.)

La fetta di pancetta e il suo accessorio gnocco fritto che stazionano da quattordici ore sul fondo della mia cavità gastrica non hanno in alcun modo influenzato l’elaborazione della suddetta legge.

il cuore dal satellite

Ora, io non so l’Inglese. Dovrei ma non lo so. Dovrei perché l’ho studiato nove anni a scuola e quindi, se lo studio non fosse una totale perdita di tempo quando uno c’ha la testa da un’altra parte, e se l’allenamento del cervello non fosse imprescindibile per il mantenimento dell’attività linguistica specialmente in ambito extramaterno, qualcosa di tutte quelle ore di laboratorio e di lettorato e anche i viaggi all’estero in famiglia (per la verità solo uno, in Irlanda) avrebbero dovuto lasciare una traccia in uno a caso dei miei lobi cerebrali. Invece quasi zero.
Ogni tanto mi domando come facessi a scrivere quelle cose lì, di letteratura e analisi del testo; che oggi neanche in italiano, per dire.

Ieri per esempio stavo andando a buttare la carta nel cassonetto e mi son resa conto che io, di come si dice in Inglese raccolta differenziata dei rifiuti, non ne ho neanche la più sbiadita parvenza di idea. Invece in Francese sì, che lo so: si dice tri sélectif des déchets oppure collecte sélective, e ho anche idea che si possa dire triage perché da qualche parte l’ho sentito. Ma questo solo perché in effetti in Francia ho fatto la raccolta differenziata e ho dovuto imparare come si diceva.

Questa è la prova provata che io l’Inglese non lo so. Però lo so sempre meglio di quelli di Google, che nella loro pagina scrivono google heart, e se non ci credete andate a vedere in fondo. Io come una scema mi son detta che cavolo è google heart? Niente, è solo uno più ignorante di me.

[edit 8.05.2010] nel frattempo quelli di google si sono accorti che ci facevano una figuraccia e hanno corretto la pagina. Mi sa che son tornata a essere l’ignorante massima mondiale.

il confronto che convince

Mi trovo nella sala d’aspetto di un ambulatorio medico e, come si fa di solito mentre si aspetta, mi guardo intorno per cercare qualcosa da leggere. C’è una pila di riviste che non riconosco; ne prendo una. Le riviste negli studi medici sono diverse da quelle dei parrucchieri, per dire. Più serie, meno pettegole. In genere.

Questa rivista qua, che ho in mano, prima di tutto la studio per capire che roba sia. Capisco che non la riconosco perché è l’inserto settimanale di un quotidiano che non ci penso neanche lontanamente né di leggerlo né di comprarlo né di aspettarne con ansia l’inserto. Il quotidiano è Il Giornale, l’inserto si chiama Tempi.

Mi dico che sono fortunata ad avere l’opportunità di scoprire qualcosa su una rivista di cui ignoravo anche l’esistenza e – badate bene – mi accingo a leggerla con animo scevro di qualunque preconcetto.

Vi risparmio le mie considerazioni sugli argomenti trattati nella umoristica rivista.

Vi risparmio le mie considerazioni sullo spessore giornalistico della simpatica rivista.

Vi risparmio le mie considerazioni sulla qualità della scrittura che ho potuto riscontrare nella divertente rivista.

Vi dico solo che ho rimpianto il numero di Vip che ho intravisto ieri in autogrill in cui si svelava con splendide foto pseudoautentiche l’abitudine di Paris Hilton di girare senza biancheria intima.

PS: per la cronaca, l’altra rivista che non riconoscevo era quella di comunione e liberazione, che non mi ricordo che titolo abbia perché non avevo mai letto nemmeno quella, ma che nel suo genere poteva anche essere accettabile, in confronto.

L’importanza dello studio della letteratura inglese del novecento per la comunicazione della coppia moderna

(un post molto, molto intellettuale)

Lei, ammiccante: “Facciamo che tu eri l’amante e io Lady Chatterley”

(segue un lungo sguardo dietro cui si celano rimembranze scolastiche e torbide fantasie adolescenziali)

Lui, eccitato: “Tiro fuori il tagliaerba”