bipolare

Certe volte quando non scrivo di qua scrivo di là.

Scrivo di qua quando guardo il mio ombelico, scrivo di là quando faccio cose.
Guardarsi l’ombelico è un’attività che certe volte va bene, altre volte meno. Fare cose invece va bene sempre, ma non sempre si riesce. Ecco perché ho due case, due lingue, due diversi pudori.
Il pudore di qua l’ho superato col tempo ma ogni tanto riemerge. Di là invece è un pudore tutto nuovo e integro e per questo vi chiedo di averne cura: è mio, ci tengo.

i blog sono morti ma gli zombie vanno molto di moda

È successa questa cosa un po’ strana ma bella.

Non me ne sono accorta immediatamente perché io apparentemente andavo per la mia strada: mi è capitato un po’ per caso di riesumare il feed reader, anzi di cambiarlo, perché dopo la morte di google reader (il più grande dispetto che quelli di google abbiano mai fatto all’uomo moderno, infatti da quel momento io un po’ li ho in antipatia odio) avevo sì ripiegato su qualche clone ma non mi ci ero mai sentita veramente a casa, e infatti a parte qualche momento nostalgico non lo aprivo mai, e se lo aprivo ci trovavo dentro tanta di quella roba che alla fine cancellavo quasi tutto senza leggerlo e bon.

Poi appunto mi han detto che esisteva questo e ho deciso che era ora di fare ordine, nella mia testa, nelle mie letture e anche nel mio nuovo reader. Ho eliminato qualcosa una caterva di roba, ho seppellito i morti (si fa per dire), ho ritrovato cose dimenticate. Ho cominciato a tenerlo sempre lì aperto, come una volta, e ho fatto una scoperta.
La Lia ha ricominciato a scrivere. Lo Zio Bonino ha ricominciato a scrivere. La cosa incredibile è che anche io, all’incirca nello stesso momento, avevo ricominciato a scrivere buttare giù qualcosa che assomigliasse a un post: trend setter si nasce, è evidente, a modestamente noi lo nacquimo (semicit.).

La Lia e lo Zio parlano di cacca e io no, ma non si sa mai: potrei farmi venire in mente qualcosa in tema, ché in fin dei conti è un argomento universale.

(mancano solo la sidgi e lo splendido, poi secondo me possiamo fare una banda zombie coi fiocchi)

deve trattarsi di un carattere genetico recessivo

Lo ammetto: non le ho prese bene, queste elezioni. Ero preoccupata prima, sono abbastanza angosciata adesso, e quelli che ridono e sorridono per il risultato mi danno sui nervi semplicemente perché penso che in una situazione del genere nessuno dovrebbe essere contento, indipendentemente da quel che ha votato e dal motivo per cui l’ha votato.

La campagna elettorale mi ha fatta soffrire come poche cose al mondo per la maniera in cui mi sono sentita considerare: suddita, adepta, babbea, credulona, nella migliore delle ipotesi audiolesa. In ogni caso l’ho trovata una campagna offensiva, nei toni e nei modi e nelle parole. Non mi pentirò mai di aver votato il solo schieramento da cui mi sia sentita considerare un’elettrice normale.

In questi giorni mi sono sentita molto incompresa, un po’ maltrattata, parecchio frustrata. Ho cercato di esprimermi (male, e probabilmente con un eccesso di enfasi) in modo che si capisse che io non disprezzo le scelte altrui (certe scelte altrui, almeno) ma in alcuni casi fatico a comprenderle.

Ho in effetti, lo riconosco, scarsa stima per chi non prende posizione: gli astensionisti per principio, i pigri, quelli che “Nel dubbio voto uno che non ha nessuna chance, male non può fare” oppure “Nel dubbio non voto”. Sono anche abbastanza infastidita dal voto di protesta dopo i 19 anni. 
Penso che un adulto debba accettare che il suo compito sia anche quello di imparare ad esercitare l’arte del compromesso, le volte in cui il compromesso è più utile dei capricci, perché difficilmente si potrà mai riconoscere al 100% nelle proposte di un partito a meno che quel partito non l’abbia fondato lui stesso. 

Penso anche che dopo i 30 anni tu non possa lamentarti della situazione politica se nel frattempo non hai esercitato il tuo diritto al voto. Non dico che l’astensione non sia legittima, semplicemente ti fa perdere il diritto alla lamentela e quindi anche ai proclami inneggianti al cambiamento istantaneo. È una questione di dignità.

Quello che contesto non sono i voti diversi dal mio ma la scarsa considerazione del voto, le scelte di comodo, la convinzione che la politica sia una cosa facile al punto che non sia necessario prepararsi, almeno un minimo, prima di buttarsi nella mischia, come se fosse superfluo conoscere l’alfabeto per scrivere le lettere d’amore.

Mio marito, con cui difficilmente mi trovo d’accordo politicamente anche quando miracolosamente votiamo dalla stessa parte, dice che non parlerà mai più di politica con me. Già succedeva poco prima…
Credo di capirlo, dopotutto: mi sono resa conto, mentre tra me e me facevo una sorta di esame di coscienza, che chi come lui e come tanti (legittimamente e giustamente, non dico di no) in questo frangente ragiona con atteggiamento cerebrale sul voto prima e dopo, e riesce a parlarne con distacco emotivo e lucidità, e stigmatizza quelli come noi che invece non ce la fanno, probabilmente non ha idea di cosa significhi essere nati col cuore a sinistra.

libera nos a malo

Nonostante io sia una che fatica ad affrancarsi dall’idea dell’esistenza di una qualche forma trascendente o immanente di divinità, non sono una persona molto religiosa. E anche se coltivo in modo affatto personale e per ragioni del tutto intime una parvenza di vita spirituale, non l’ho l’abitudine alla preghiera in senso stretto.

Ogni tanto però mi capita di assistere a una funzione religiosa soprattutto, in verità, in occasione di battesimi matrimoni funerali natali e pasque, e una cosa che ogni volta un po’ mi fa pensare è questa cosa del Padre Nostro. Perché il Padre Nostro è comunque bellissimo se uno lo prende così com’è, nudo e crudo e senza  costruzioni e costrizioni ideologiche e teologiche eccetera.

A me piace perché secondo me è il ritratto di un uomo che si sente piccolo e desideroso di protezione. Un uomo che fatica a perdonarsi per le sue mancanze (la cosa più difficile del mondo, non per niente i preti si stanno via via sostituendo con gli psicoterapeuti) e spera almeno nel perdono altrui. Che vede la pace come un miraggio.
Ora, credo che questa voglia di abbandonarsi alla protezione di qualcuno che ci garantisca l’essenziale sia indipendente dalla fede, di cui peraltro io scarseggio. E che se togliamo i riferimenti a una vita al di là della morte e a un essere soprannaturale al di sopra delle nostre teste rimanga questa figura di uomo in cui non è difficilissimo riconoscersi, almeno in certi momenti della vita.

Poi sorrido al pensiero che questa cosa non la penserei se il Padre Nostro lo recistassi tutti i giorni quindi paradossalmente come preghiera ha più efficacia per via dell’eccezionalità dell’evento: buffo, no?

talentuosa

Tra le cose che uno sa fare bene ce ne sono alcune di importanti e altre di ridicole.
Per esempio io sarei bravina nella pratica in disuso del punto croce, e questa non è un’attività fondamentale, ragione per cui la considero in disuso.
Tra le cose importanti che so fare bene me ne viene in mente, per la verità, solo una; ed è una specialità che non ho mai sentito nessuno che la menzionasse, penso di esser la prima, anche se non posso escludere che di norma non venga menzionata perché molti la considerano un’abilità secondaria, al contrario di me.

Tergiverso perché ho un po’ di pudore nel raccontarla, la mia abilità fondamentale, ché mi immagino che mi si venga a dire che è una scemenza, che son capaci tutti, di far quella cosa là: non è difficile. Non sarà difficile farla, ma farla bene è un altro discorso.

Io, ecco, lo dico: son bravissima a farmi toccare.

Dal mio innamorato: son bravissima; e son fortunata, ché lui ha due mani che sanno fare un sacco di cose, massaggiano i piedi, accarezzano, grattano la schiena e scompigliano i capelli come nessuno al mondo, io credo. Io do il mio contributo con la mia predisposizione all’abbandono, unica nel suo genere.
Dai miei figli: son bravissima. Loro hanno imparato in tenera età l’arte del raggomitolamento operoso, quello stato apparentemente inerte tra l’abbraccio e l’avvinghio che però ha un che di attivo che si rivela con un movimento di piede, di mano, di testa al momento opportuno. Io nel raggomitolamento mi ci trovo particolarmente bene, lo assecondo alla perfezione.
Dagli amici: son bravissima. Io in un abbraccio di amico mi tuffo proprio con entusiasmo, e non è mica da tutti, secondo me, bisogna esserci portati. E bisogna anche saper accorciare le distanze quando sai che l’amico ha della voglia ma anche del timore a toccarti, è qui che si vede la bravura, ché poi son capaci tutti di dire Son capaci tutti.
Invece no: di volta in volta farsi toccare una mano o la spalla o abbracciare in una morsa d’acciaio, si deve capire quando si può e quando non si deve. Pretendere: mai; chiedere: in silenzio; proporre: basta aprire le braccia.
Io, son bravissima.

Poi, non si sa come, è successo che altri ne hanno scritto. Domi, lo Splendido, Mitia, Laura,per il momento

a mani nude

Ci sono certi che a quarant’anni hanno ancora mani da ragazzini. Io, no: le mie sono, da una vita, mani sciupate, mani da vecchia, mani grinzose. Sono al tempo stesso la parte di me che meno mi assomiglia e quella a cui somiglio di più.
Le mie mani sono piccole, come me, e credo che avrebbero potuto essere graziose se la vita e i guai non le avessero trasformate nelle zampette di gallina che sono oggi.
Ci sono stati momenti in cui me ne sono vergognata a morte e le ho nascoste, malate, dentro guanti di filo; protette dagli sguardi con la scusa di proteggerle dal mondo. Ci sono stati giorni – tanti – di tagli e crepe e fuoco e squame e bolle; pelle di serpente e abituarsi a quella pelle fino a credere che fosse la mia.

Oggi guardo le mie mani che non sono belle e però penso che non ho più da vergognarmi, che posso toccare bambini e lavare piatti e stringere altre mani senza sentirmi male, senza sentirmi ripugnante, senza vedermi orribile.
E le mani allora mi paiono perfette, adesso, anche se non lo sono: se la pelle è rugosa, le dita non si abbronzano più e se tradiscono, loro sì, la mia età. Ma non ho più la pelle di serpente e adesso lo so, che non era la mia: e accarezzo i miei figli e lavo le pentole e stringo dita che amo senza piangere e mi sembra bellissimo.

sulla mia pelle

Sulla mia pelle, se uno si prendesse la briga di cercarle, ci sono tutte le costellazioni dell’universo conosciuto. Su un braccio una galassia intera, lentigginosa di latte e caffè. E pianeti e nebulose e novae e supernovae. Sotto un piede, un pezzetto di meteorite, tutto mio.

Se la si vuol vedere sotto un’altra prospettiva, se la mia pelle è il mare: tutti gli arcipelaghi, gli atolli e le isole vulcaniche, che oggi non ci sono ma domani magari sì. E piccoli scogli e isole continentali.

Per qualcun altro, la carta geografica di un continente sconosciuto, o la mappa di un tesoro che non c’è. Ogni punto una metropoli, una città, un paese; ogni macchia un lago o una pianura.

Comunque la si guardi – di cielo, di mare o di terra – è facile, io lo so, di trovarci un giorno un buco nero, un triangolo delle Bermude o uno strapiombo letale.

Domani mi faccio la mappa dei nei.

 

 

sui tuoi nei

joyful girl

A un certo punto lo Splendido mi chiede se sono felice e io mi accorgo che sì, mi sa che sono felice.

Secondo me per essere felici non ci vuole proprio niente: non è che sei felice quando non hai nessun problema e hai tutto quello che chiedi. Succede che un giorno ti svegli e ti rendi conto che magari non è il periodo migliore della tua vita, che il lavoro non è un granché, che non hai i soldi per andare in vacanza e per comprarti un vestito nuovo, però ti reputi una persona fortunata e riesci a dare più peso alle cose che hai rispetto a quelle che vorresti.
E però anche per essere infelici non ci vuole niente: certe volte anzi pensi di avere tutto quello che desideri e sei infelice lo stesso. Ti sembra che l’insoddisfazione ti abiti dentro come una tenia che ti succhia ogni entusiasmo lasciandoti sgonfio e povero e incapace di reagire agli stimoli.
L’infelicità è come una malattia che ti toglie dagli occhi tutti i colori.

In questo periodo mi sembra che mi abbiano fatto un incantesimo e vedo le cose come se ci fosse il sole tutti i giorni, a spolverare il mondo dal grigio. Io il colore che preferisco è il blu.

 

(joyful girl)

I hate shopping

Io non è che abbia mai creduto di essere unica, ma certo mi son sempre sentita un po’ diversa dal resto dell’universo femminino che, si sa, ha un’ evidente propensione per lo shopping compulsivo che si concentra in special modo nei periodi cruciali della vita, o nei giorni bui della sindrome premestruale.

A me, se devo dirla tutta, lo shopping mi stressa e mi deprime, soprattutto se si tratta di abbigliamento/accessori/scarpe.
Prima di tutto, ho gusti difficili, nonostante io mi vesta nel modo più essenziale (banale?) possibile. Le vetrine dei negozi quasi mai mi attraggono e le rare volte in cui vengo conquistata da un capo che mi sembra perfetto è solo per scoprire che ha un prezzo esorbitante, il che mette in moto tutto un meccanismo di autocoscienza per cui, anche nell’ipotesi di un budget illimitato, mi verrebbe da considerare quell’acquisto assolutamente immorale e quindi improponibile.

Nelle occasioni più uniche che rare in cui il capo perfetto in questione è anche abbordabile dal punto di vista economico si dà il caso che entri in gioco la questione della mia taglia, che a quanto pare nessuno stilista al mondo si è mai degnato di prendere in considerazione. La mia taglia è una 40/42, solo accorciata di una ventina di centimetri rispetto all’altezza della donna taglia 40/42 media (sono nanerottola, esattamente): quindi in pratica è quasi garantito che la prova-specchio darà risultati agghiaccianti.
Meglio desistere.
E però, dopo un pomeriggio di ricerca infruttuosa, ormai l’umore è guastato, l’insoddisfazione monta e tornare a casa in quello stato non è sano, anzi potrebbe essere pericoloso per gli equilibri familiari.

Allora l’unica cosa da fare è fiondarsi nell’unico negozio in cui il godimento da shopping è puro, gratificante ed esente da frustrazioni; il solo senza camerini in cui accumulare rancore e delusioni; quello in cui ti senti veramente un cliente come gli altri, alti bassi magri o obesi che siano. Che poi è anche quasi l’unico locale commerciale, ad esclusione del supermercato, dove ti è permesso girare indisturbato tra gli scaffali; dove ti è consentito toccare la merce senza la sovrintendenza di un commesso; dove ti senti finalmente libero di prenderti il tempo di fare le tue scelte con criteri del tutto personali – e perciò ineccepibili -, con un senso estremo di leggerezza e con una soddisfazione, finalmente, inequivocabile.

Ecco, per dire che la libreria ha quella funzione antidepressiva anche per me: è per quello che certe volte devo proprio starne alla larga, oppure entrarci senza bancomat e con gli spiccioli contati per comprare il latte ai miei bambini. Oppure, mentre sono lì, anticipare mentalmente compleanni di amici e parenti o ricorrenze da festeggiare e, messi definitivamente da parte i sensi di colpa per l’imminente svuotamento di portafogli, dedicarmi serenamente all’acquisto di libri da regalare.

E poi tornarmene a casa con le tasche leggere, le braccia cariche e lo spirito sollevato.

Questo post era per la Silvia

 

 

 

 

 

 

 

scheletri nel frigorifero

Io ieri ho deciso che la mia casa era un disastro e ho fatto un buon proposito: ho pensato che se mi metto d’impegno e faccio una o due cose al giorno, è possibile che il sabato l’aspetto generale del posto in cui viviamo assomigli meno a un caravanserraglio e che quindi sia meno frustrante per me e anche per lo Splendido dargli una ripulita.

Per dimostrare la mia serietà di intenti ho cominciato con tre cose detestabili: l’aspirazione di quantità di balocchi pollinosi dal pavimento del piano terra, la pulizia delle scale di accesso al mio laboratorio e la bonifica del frigorifero.

Il frigorifero a casa mia fino a ieri gridava vendetta: era un’accozzaglia di vasi e vasetti che stazionavano sul ripiano più alto da tempo immemorabile. Non nascondo che alcuni ingredienti non avevano ancora cominciato a muoversi autonomamente solo perché ben chiusi con un coperchio a tenuta ermetica; altri avevano superato silenziosamente la data di scadenza nonostante  l’aspetto ingannevolmente commestibile.

Eviterei, per questioni di decenza, di descrivere lo stato dei cassetti e dei ripiani. Vi dico solo che munita di spugnette e detergenti ho dato una lustrata al caro elettrodomestico, che adesso, semivuoto e profumato, parrebbe testé uscito di fabbrica.

Quindi è da ieri che passando davanti al frigo non resisto alla tentazione di aprirlo per rimirare tanta purezza e facendo questo sono stata folgorata da un pensiero che mi piace e che quindi vorrei condividere.

Il mio frigo è bellissimo. Non perché è pulito, anche se pulito è ancora meglio. Comunque il mio frigo è bellissimo anche da fuori, e se ci passi davanti anche se non lo apri non puoi non guardarlo, ché sopra ci sono tante cose e ognuna ha un suo senso.

Io credo che il mio frigo parli molto di me e delle mie incongruenze e dei miei desideri, e quindi forse mi capite se vi dico che mostrarvelo, a me, un po’ mi emoziona.

P1020171