sull’estetica del regalo

Scrivendo gli auguri di Natale a un amico, oggi, pensavo al fatto che io infiocchetto pochissimo. Impacchetto, perché mi piace l’idea della sorpresa; mi piace anche decorare le carte, o al contrario usare la carta più anonima che esista, tipo la carta da pacchi o di giornale, e piazzarci su uno spago vero o inventato, però i fiocchi veri e propri, fatti di nastro, li metto solo quando faccio un regalo che non è un vero regalo, un regalo che devo fare. E non scrivo quasi mai i bigliettini: in effetti solo quando ho veramente qualcosa da comunicare, insieme e oltre al regalo (cioè raramente).
Ho uno stranissimo senso estetico del pacchetto, io.

Qualche giorno fa, per il mio compleanno, ho ricevuto un regalo dentro a un sacchettino della libreria, e anche uno dentro a un sacchetto della merceria, senza carta, e ho pensato che era bello perché era come se nel regalo quasi nudo ci fosse anche il senso del regalo stesso, che non aveva bisogno di belletto.

Poi ho ricevuto un regalo con la carta e un biglietto bello ma muto e anche lì c’era il senso della ragione del regalo che non aveva bisogno di parole.

Questi amici miei che fanno i regali senza carta o senza biglietto io li apprezzo tantissimo, mi sembra proprio che siano amici fatti apposta per me

un post metaerotico

Mio marito è magico: dove mette le mani lui è sempre il posto dove vorresti che le mettesse, e se non è il posto dove vorresti che le mettesse è solo perché ancora non sapevi che era il posto dove avresti voluto che le mettesse.

Mio marito è catalizzatore: tu prendi un moment per il mal di testa e il moment non fa niente, poi arriva lui, mette le mani nel posto dove volevi che le mettesse e il mal di testa allora, forse, ha qualche probabilità di passare.

Mio marito è fantasioso: le mani le mette in tutti quei posti che voi adesso, maliziosi come siete, non state certamente immaginando, tutti presi a pensare a chissà quale zona erogena. E invece vi inviterei a riflettere sulle potenzialità terapeutico-goduriose delle punte delle dita, della zona occipitale, delle spalle.

Mio marito è generoso: quando tocca non si risparmia e non si concede distrazioni. È uno che prende sul serio le cose importanti della vita, lui.

Mio marito: uhm…, no, non lo presto.

 

 

e no che non te la volevo dare

Dovevo girare a destra e però mi son fermata per far passare un ciclista che arrivava sulla pista ciclabile e un gruppo di pedoni, tra cui una mamma con passeggino, che dovevano attraversare sulle strisce.

Ne ha approfittato un tizio con una BMW nera che veniva in senso contrario e che doveva, lui, svoltare a sinistra, incurante dei passanti, delle strisce e della pista ciclabile.
Tutto tronfio, nella sua palese megalomania, deve aver pensato che mi fossi fermata per regalargli graziosamente la mia precedenza.

nuoto o non nuoto

La mia amica Angela, che è un’ottima nuotatrice, una volta mi ha detto che le piace andare in piscina perché a mano a mano che fa una vasca e poi un’altra e un’altra ancora le partono i pensieri: i suoi pensieri io me li sono sempre immaginati biondi come capelli ma di una consistenza diversa; quando mi figuro lei che nuota mi viene in mente una sirena che lascia una scia di pensieri che si staccano dai capelli e restano per un po’ come riccioli in mezzo all’acqua prima di sciogliersi, quasi fossero fatti di caramello.
Anche se io ho sempre detestato nuotare, questa cosa della piscina la capisco benissimo perché i pensieri che si fanno in acqua non assomigliano ai pensieri che si fanno fuori dall’acqua.
Sotto la doccia certe volte non mi accorgo del tempo che passa perché anche lì i pensieri scaturiscono da non so dove, il getto bollente pulisce incrostazioni di riflessioni e ricordi e giudizi che fuori dall’acqua uno non si ricorda nemmeno che esistano; avvolta in un mantello di acqua non sono io che decido il corso delle mie considerazioni, mai.
E quando esco, lessa come un gambero, mi sembra di avere la testa sgombra come un rubinetto appena pulito con l’aceto.

di sindromi e tormenti

La mancanza di tormenti secondo me è il più grande ostacolo per la produzione di letteratura e anche di espressione artistica in genere. Io ho questo problema qua, che son priva di tormenti, e infatti si vede che non partorisco niente che riesca ad avvicinarsi anche da lontano alla mia idea di  spessore concettuale o almeno che si possa paragonare a una parvenza di banale gradevolezza.

Uno per produrre delle belle cose mi sa che ha bisogno almeno di qualche dispiacere in corso, una disputa per l’eredità, una gelosia retroattiva; meglio di tutto sarebbe una pena d’amore fresca fresca, quelle sì che son pretesti per riuscire felicemente nella scrittura!
Io ultimamente, al massimo, vengo investita per alcuni giorni con cadenza ciclica più o meno regolare da una sindrome pre-ma-anche-durante-mestruale di una certa importanza ma che mi dà poche soddisfazioni dal punto di vista, diciamo così, artistico perché comune a una buona metà dell’umanità e quindi in un certo senso inutile per creare quel sentimento fruttifero e propedeutico alla spinta creativa conosciuto come “sentirsi del tutto incompresi dal resto del mondo e perciò soli con il proprio dolore che per forza di cose deve incanalarsi verso concretizzazioni palesi magari anche solo a noi stessi”.

Comunque per trovare scuse per lamentarsi funziona benissimo, invece.

 

 

mi arrendo

Mi fa: “Puoi dire ad A. che si ricordi di restituirmi i libri che gli ho prestato?”
In effetti sarà passato un anno da quando questo amico, insegnante di lettere, gli ha chiesto  in prestito dei libri illustrati per rendere la storia medievale più accattivante ai suoi allievi. Mio figlio ha sempre avuto la passione per armi castelli e cavalieri.

Questa cosa di ricordare i libri ad A. me la ripete due o tre volte e per farmi capire l’urgenza mi dice: “Figurati che non mi ricordo più come si chiama il papà di Riccardo III”
Io che di Riccardo III non so nulla, ma il nulla più assoluto, credo che sia quello cattivo, ma solo perché mi ricordo di Shakespeare (molto vagamente per la verità), posso solo arrendermi al destino e sorridere al ricordo di lui, intorno ai quattro anni, che alla domanda: “come si chiama il papà di Carlo Magno?” risponde: “… Pisellino?”

non so in che ordine

Ero venuta qui per scrivere di un caffè in cui passare mezz’ora in piacevole attesa in compagnia di un bel libro, con un’ottima brioche alle mandorle e un cappuccino caldo al punto giusto. Anche, volendo, della luce inattesa dopo giorni e settimane di pioggia quasi ininterrotta e delle foglie piccolissime e dorate di non so che albero soffiate dal vento su una striscia di asfalto asciutto.

Invece poi mi son trovata a leggere il post della Mastrangelina e ad aver voglia anche’io, di ripescare suoni che vengono da lontano (la sua lista non l’ho nemmeno letta, per non farmi influenzare). Ho scoperto due cose però non ve le dico.

Vinicius De Moraes – L’arca
Francesco De Gregori – Rimmel
Lucio Dalla – Dalla
Fabrizio De André – La buona novella
Fabrizio De André con la PFM – live (vol.1)
The Beatles – Sergent Pepper’s lonely hearts club band
Simon & Garfunkel – The concert in Central Park
U2 – October
U2 – War
U2 – Under a blood red sky
Pink Floyd – Wish you were here
Simple minds – New gold dream
Joe Barbieri – In parole povere
Police – Synchronicity
Jackson Browne – Running on empty
Radiohead – Ok computer
Al Jarreau – Glow