ho poche pretese

Portami in vacanza dove vuoi. Non mi serve granché: una valigia piccolissima, due paia di mutande, qualche maglietta e jeans puliti. Il costume, quello sì: che non si sa mai.
Poi, a me basta che ci siano mandorli, oleandri, limoni, tamerici; o mimose, bougainvillee e mirto; o pini marittimi e rosmarino. O ulivi, e ulivi, e ulivi.

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leggere, leggere, leggere

La scelta di un tempio del consumismo come luogo per un’azione del tutto gratuita, lo so, non è delle più furbe. La furbizia d’altronde è una dote che mi manca, e oggi piove, non ho voglia di stare in giro e non ho niente da fare fuori casa se non la spesa. Quindi, in pratica, il luogo si definisce per forza di cose: un orrendo, asfissiante, detestabile centro commerciale di provincia, uno tra mille.
Faccio la spesa, con calma, preparandomi all’atto rivoluzionario, cercando mentalmente di stabilire il criterio.

Il libro, c’è da dire, si è scelto da sé: è un doppione, ma un doppione che amo. Una delle due copie mi è stata regalata, l’altra l’avevo comprata io tempo prima. Ho deciso di tenere la copia regalata, per via della dedica. L’altra, quella più sfogliata, oggi la regalo.

Stabilire il criterio non è facile. Potrei scegliere la prima persona che mi viene incontro, quella che esce dal negozio che ho davanti, quella che entra nel bar all’angolo, quella che non ha niente in mano, quella che ha una borsa spaziosa, e via discorrendo. Penso che sarebbe come mettere in mano il mio libro a uno che probabilmente finirebbe per buttarlo nel primo cestino. Il criterio dev’essere definito meglio.

In effetti io mica lo so, come si sceglie un potenziale lettore; di poesia, perlopiù. Non so se sono molto numerosi i potenziali lettori di poesia in un centro commerciale della provincia veneta il venerdì pomeriggio.
A me non resta che aprire gli occhi. C’è gente di tutti i tipi: ragazzini, mamme con passeggini, nonni con passeggini, padri separati in uscita settimanale coi ragazzi: son così presa a guardare i tipi umani che non vedo nemmeno una delle vetrine sovrailluminate che espongono le collezioni primavera estate di cui perdo l’occasione di scoprire le caratteristiche.

Ma poi, chi devo cercare, un uomo o una donna, un giovane o un vecchio, solo o accompagnato? Li guardo tutti per un’ora e mezza, quelli che mi capitano a tiro, ma il mio lettore tarda a comparire. Lo cerco ai tavolini di un bar, pensando che le persone sedute siano più disponibili ad essere avvicinate. Il mio tipo umano non c’è. Nessuno che abbia l’aria abbastanza intellettuale, forse (borse di vestiti. Capigliature curiose. Umanità distante. Sono in soggezione). Mi sistemo davanti alla Feltrinelli. Ok, ma non dev’essere un lettore troppo esperto, il mio libro forse è banale per un lettore accanito, non voglio correre il rischio che mi dica che ce l’ha già: ci vorrebbe un lettore medio. Avvicino una tipa che mi guarda preoccupata e mi risponde che non le piace la poesia. Poi un tipo che ha l’aria di perdere del tempo senza fare acquisti, gli chiedo se gli piace leggere, mi risponde schifato di no. Cambio strada.

Sono poesie d’amore, vuoi che non interessino a una coppia di giovani? No, non interessano: lei mi guarda come se fossi appena sbarcata da una navicella aliena e rifiuta cortesemente ma con fermezza. Sono così stupita che ribadisco che è un regalo. Niente: scappano.

Una signora su una panchina gratta dei biglietti di qualche lotteria, per pudore non mi avvicino. Un’altra mangia un gelato e si vede che non ha voglia di essere disturbata. Quella del gratta e vinci è ancora lì ma ha finito di grattare, prendo coraggio e mi faccio avanti. Le chiedo se può farle piacere avere in regalo un libro, lei mi chiede che libro è: glielo porgo. Poesie, dice. Le spiego che se le fa piacere glielo lascio; lei sorride, mi ringrazia, divertita.

E’ l’unica che non ha pensato che volessi in cambio qualcosa

(Pablo Neruda, Todo el amor, ed. Passigli)

non so se si capiva che volevo dire grazie

Non capisco perché stai sempre a lamentarti – mi dice – Secondo me nuda sei bellissima
Lo vedo dalla sua espressione che lo pensa davvero, non so se rispondere che mi piacerebbe anche essere decente da vestita. Invece i vestiti non sembrano mai fatti per me: troppo lunghi, troppo stretti, troppo larghi nei punti sbagliati, troppo imperfetti sempre. Certe volte mi viene da pensare di essere io quella sbagliata.

Allora se rispondo rispondo piano, in realtà indugio su quello sguardo lì che è uno sguardo che fa bene, poco importa se magari è condizionato dal momento, dalla tenerezza, dal languore. Perché questa cosa che è vera e non vera nello stesso tempo mi fa sentire una donna perfetta.

talentuosa

Tra le cose che uno sa fare bene ce ne sono alcune di importanti e altre di ridicole.
Per esempio io sarei bravina nella pratica in disuso del punto croce, e questa non è un’attività fondamentale, ragione per cui la considero in disuso.
Tra le cose importanti che so fare bene me ne viene in mente, per la verità, solo una; ed è una specialità che non ho mai sentito nessuno che la menzionasse, penso di esser la prima, anche se non posso escludere che di norma non venga menzionata perché molti la considerano un’abilità secondaria, al contrario di me.

Tergiverso perché ho un po’ di pudore nel raccontarla, la mia abilità fondamentale, ché mi immagino che mi si venga a dire che è una scemenza, che son capaci tutti, di far quella cosa là: non è difficile. Non sarà difficile farla, ma farla bene è un altro discorso.

Io, ecco, lo dico: son bravissima a farmi toccare.

Dal mio innamorato: son bravissima; e son fortunata, ché lui ha due mani che sanno fare un sacco di cose, massaggiano i piedi, accarezzano, grattano la schiena e scompigliano i capelli come nessuno al mondo, io credo. Io do il mio contributo con la mia predisposizione all’abbandono, unica nel suo genere.
Dai miei figli: son bravissima. Loro hanno imparato in tenera età l’arte del raggomitolamento operoso, quello stato apparentemente inerte tra l’abbraccio e l’avvinghio che però ha un che di attivo che si rivela con un movimento di piede, di mano, di testa al momento opportuno. Io nel raggomitolamento mi ci trovo particolarmente bene, lo assecondo alla perfezione.
Dagli amici: son bravissima. Io in un abbraccio di amico mi tuffo proprio con entusiasmo, e non è mica da tutti, secondo me, bisogna esserci portati. E bisogna anche saper accorciare le distanze quando sai che l’amico ha della voglia ma anche del timore a toccarti, è qui che si vede la bravura, ché poi son capaci tutti di dire Son capaci tutti.
Invece no: di volta in volta farsi toccare una mano o la spalla o abbracciare in una morsa d’acciaio, si deve capire quando si può e quando non si deve. Pretendere: mai; chiedere: in silenzio; proporre: basta aprire le braccia.
Io, son bravissima.

Poi, non si sa come, è successo che altri ne hanno scritto. Domi, lo Splendido, Mitia, Laura,per il momento

mi ci vorrebbe del baccano

Il silenzio che viene dopo un rumore è un silenzio diverso. Ché il silenzio-silenzio, quando c’è, ti abitui e poi non lo senti più: succede che te ne accorgi solo quando arriva un suono ad interromperlo, e in pratica lo scopri quando non c’è più, è finito.
Invece il silenzio dopo un boato, un tuono, uno schianto, è un silenzio così denso e vivo e forte che te lo senti addosso, pesante.
Magari non sai esattamente cosa farne: un po’ lo ascolti, un po’ hai la tentazione di spegnerlo; ma se resisti a quella tentazione lì e lo prendi e te lo metti sulle spalle come uno scialletto te lo puoi gustare tutto, finché dura.

ancora oggi a pensarci mi si strizza il cuore

I bambini iniziano presto a baciare. Mio nipote a dieci mesi sbaciucchia con intenzione quelli che ama, e mi ricordo i miei figli, con quelle labbra bavosette che si avvicinavano alla mia bocca (i bambini non baciano sulla guancia fino a quando non glielo insegnano, secondo me) e ancora non sapevano fare il gesto, ma la bocca aperta era già un bacio, non so se per istinto o per imitazione.

Quindi ti abitui presto, ai baci dei bambini, ché un po’ li baci tu e un po’ ti baciano loro, tutti i giorni, da subito.

Io però oggi pensavo al primo momento in cui ho avuto un moto di felicità che ho sentito esplodere in modo quasi rumoroso nelle orecchie, da quanto forte e improvviso e inatteso. Mi ricordo il pianerottolo appena fuori dalla nostra porta, io in ginocchio che aggiustavo la giacca a Riccardo, lui che si lasciava fare, contento della passeggiata imminente. Avrà avuto io credo un anno e mezzo, sì e no. E lì davanti alla porta, quel giorno, il suo primo abbraccio: non le braccia che si aggrappano ma le braccia che stringono, e la manina che accarezza e batte piano la spalla.
Una cosa che non si può immaginare, la bellezza.

ebbrezza lieve

Oggi la tua pelle sa di pompelmo con un niente di bergamotto. Sono andata in bagno a sentire il docciaschiuma blu e no, non è lui: sei tu. Ho cercato da dove venisse: la nuca, la base del collo, la fossetta sotto la gola, l’incavo dell’ascella; poi l’ho trovato: sull’attaccatura della spalla. Uno strano posto, dove nascondere un profumo. Però un bel nascondiglio, ché dovendolo cercare, il profumo, c’è da divertirsi.

Dev’essere che me ne è rimasto un po’ nel naso perché è noto che a me gli agrumi fan girare  la testa.

comunque son sicura che c’era un dislivello

Ci sono alcuni baci, nella vita, che uno si ricorda; un po’ se li ricorda e un po’ è il ricordo che si è impossessato dei baci e quindi non so, se siano veri, quei baci, o se siano dei baci normali che sono diventati così unici per via della magia dei ricordi.

Io uno di quei baci mi ricordo che era buio e che si camminava al freddo, di notte, abbracciati, ma abbracciati come gli amici, solo un po’ di più. E la strada, mi ricordo, era in salita, oppure in discesa, o forse era in discesa all’andata e in salita al ritorno, non so più. Che poi il ritorno io non me lo ricordo, il ritorno: mi ricordo l’andata, un nove marzo, di notte, al freddo. Che stavamo in fondo alla fila, gli altri davanti ma non credo di proposito. Per caso, sembrava a me.

E camminando a un certo punto è spuntato questo bacio, chissà da dove, siamo andati avanti per anni a rimpallarci la responsabilità di quel bacio da cui poi è iniziato tutto, per anni a dirci che cercavamo un bacio su una guancia ma alla fine, anche se era stato per caso, il bacio di bocca e di lingua ci era piaciuto a tutti e due e io infatti la discesa o la salita del ritorno non me la ricordo, perché a me i baci spesso fanno questo effetto, che poi non capisco più niente.

contro l’uso del decespugliatore per le mimose

Io credo che non abbiamo bisogno, di farci regalare un ramo di mimosa moribondo; ché le mimose son delle bellissime piante, ma a me fa una tristezza, ma una tristezza, pensare alla devastazione degli alberi di mimosa, che mi dico che davvero, se proprio si deve , che sia una pianta intera, con le sue radici e tutto. Ma poi anche quello, col clima che c’è qui, una pianta di mimosa farebbe una brutta fine. E allora neanche di questo , c’è bisogno.

Poi, pensavo, è molto bello che un uomo ci faccia gli auguri, che ci faccia sapere quanto è bello averci intorno (a me fa piacere, e per inciso ho apprezzato tantissimo che ieri, che non era nemmeno l’otto marzo ma il sette e quindi in linea teorica non ci sarebbe stato bisogno, ho apprezzato tantissimo che mio marito senza dir niente e senza aspettarsi di essere ringraziato ha pulito per bene tutta la cucina che onestamente era in uno stato pietoso; lo trovo un perfetto segno di parificazione e quindi a me personalmente fa più piacere anche di una mimosa in vaso con le radici, anche se è venuto così, il sette, mi piace uguale, anzi forse anche un pelo di più, vista la spontaneità del gesto), è molto bello dicevo che gli uomini l’otto marzo pensino alle loro figlie, madri, mogli, amanti e intimamente – penso che succeda, per quello in genere si inventano le ricorrenze – le guardino per un giorno con altri occhi. Però quello che mi piace, a voi non so: a me piace guardarle io con altri occhi tutte queste donne, e magari anche me stessa.

Allora ieri che stavo lavorando da sola pensavo tra me e me che l’ultimo anno mi ha portato in regalo delle amiche. Io forse non ci pensavo più che la vita potesse riservare dei regali così, come delle amiche nuove. Che forse ne ho avute poche, nella mia vita, di amiche. E queste amiche oggi le penso e le guardo, e son così varie e variopinte nel loro modo di vedere la vita e l’amore e il sesso e la famiglia, che prese tutte insieme sono una bella fotografia della donna di oggi. Che ricopre ruoli vecchi e nuovi, e statici e in movimento, e vuole dei figli ma anche no, e cerca un uomo ma sta anche bene da sola, e lavora perché deve ma anche perché vuole, e le piace cucinare oppure le fa schifo ma a mangiare in compagnia raramente dice di no, e certe volte è infedele e qualche volta è tradita e ogni volta comunque, lei,  si chiede perché; una donna che insomma sarebbe difficile da descrivere con un solo accento, e infatti le mie amiche parlano una lingua di tante cadenze e aprono e chiudono le vocali in tutti i modi possibili, e sorridono e consolano ognuna a modo suo.

A loro, per gli abbracci e le parole, ogni giorno, e anche oggi, grazie

stupefarsi (a noi comunque la droga non ci serve)

Stamattina avevo appuntamento con una mia amica per andare all’Ikea, ma prima di andare all’Ikea dovevamo fare colazione insieme, lei, sua sorella e io. Appena ci siamo salutate ho visto che c’era in lei della stupefazione e anche dell’allegria, e di conseguenza un po’ della sua allegria e della sua meraviglia la stavo assorbendo dalle sue parole, quando siamo arrivate al Calandrino. Ora, io non ero mai stata, mai nella mia vita, al Calandrino. Non sapevo nemmeno che si potesse così, impunemente, andare a far colazione al Calandrino, che uno si immagina che in certi posti prestigiosi si vada per l’aperitivo, l’ happy hour, al limite il brunch della domenica, invece tu entri e fai colazione come al bar sport. Circa.

Dico “circa” perché io, già permeata quasi per osmosi della gaiezza e della sorpresa di cui l’amica era ricolma, sorseggiando il mio cappuccino alternato come si conviene a piccoli morsi di brioche, ho dovuto frenare l’incredulità e la contentezza dovuta al contatto della mia lingua con una crema alla vaniglia di incomparabile vellutatezza e armonia.
Stupefarsi è molto bello, alle volte.