tapirulàn

Da una settimana o poco più a casa mia è approdato un tapis roulant, che adesso campeggia in bella vista in un angolo del soggiorno che sarebbe anche defilato, se non fosse che l’attrezzo, detto anche il coso, di dimensioni ragguardevoli, è difficile che passi inosservato. Finiremo con l’affezionarci.

Nel frattempo mio marito, il proprietario del coso, che finalmente ha potuto coronare il suo sogno dopo anni di ostruzionismo da parte mia, si gode la sua creatura ogni volta che può, nel tentativo di dimagrire/abbassare la pressione/dimostrarmi che la sua decisione di comprare il tapirulàn era buona e giusta.

D’altro canto io, di buon mattino, mi faccio la mia mezz’oretta di camminata veloce guardando degli stupidi telefilm senza senso di colpa (sto facendo sport) perché solo una cosa sarebbe più molesta di dover sopportare un affare del genere tra le palle i piedi, ed è sopportare un affare del genere tra i piedi per niente.

Ma a questo proposito ci aggiorniamo tra un paio di mesi.

i blog sono morti ma gli zombie vanno molto di moda

È successa questa cosa un po’ strana ma bella.

Non me ne sono accorta immediatamente perché io apparentemente andavo per la mia strada: mi è capitato un po’ per caso di riesumare il feed reader, anzi di cambiarlo, perché dopo la morte di google reader (il più grande dispetto che quelli di google abbiano mai fatto all’uomo moderno, infatti da quel momento io un po’ li ho in antipatia odio) avevo sì ripiegato su qualche clone ma non mi ci ero mai sentita veramente a casa, e infatti a parte qualche momento nostalgico non lo aprivo mai, e se lo aprivo ci trovavo dentro tanta di quella roba che alla fine cancellavo quasi tutto senza leggerlo e bon.

Poi appunto mi han detto che esisteva questo e ho deciso che era ora di fare ordine, nella mia testa, nelle mie letture e anche nel mio nuovo reader. Ho eliminato qualcosa una caterva di roba, ho seppellito i morti (si fa per dire), ho ritrovato cose dimenticate. Ho cominciato a tenerlo sempre lì aperto, come una volta, e ho fatto una scoperta.
La Lia ha ricominciato a scrivere. Lo Zio Bonino ha ricominciato a scrivere. La cosa incredibile è che anche io, all’incirca nello stesso momento, avevo ricominciato a scrivere buttare giù qualcosa che assomigliasse a un post: trend setter si nasce, è evidente, a modestamente noi lo nacquimo (semicit.).

La Lia e lo Zio parlano di cacca e io no, ma non si sa mai: potrei farmi venire in mente qualcosa in tema, ché in fin dei conti è un argomento universale.

(mancano solo la sidgi e lo splendido, poi secondo me possiamo fare una banda zombie coi fiocchi)

cose di mia nonna 2

Il pomeriggio la nonna ci faceva il tè con i grissini, io il tè con i grissini la considero proprio una delle invenzioni di mia nonna perché tutti gli altri con il tè prendevano i biscotti. Invece i grissini erano perfetti, spezzettati con arte a segmenti tutti uguali nella tazza, e mangiati in fretta prima che il liquido li facesse diventare molli. I grissini molli sono una sciagura per qualunque bambino, mentre i grissini croccanti sono patrimonio dell’umanità, e mia nonna, che se ne intendeva, i grissini li proponeva anche come accompagnamento al suo meraviglioso passato di verdura, tiepido, d’estate.

Io i grissini li compro raramente ma quasi quasi adesso ne impasto un mezzo chilo, per il tè di domani.

funziona anche coi biscotti

La vita è costellata di segni.

Certi vecchi antichi (cit.) cercavano premonizioni nelle stelle, negli eventi meteorologici, in varie manifestazioni della natura: da questi traevano indicazioni sull’orientamento di un fato più o meno benevolo e si comportavano di conseguenza.

Oggi, per indovinare quel che il destino ci riserva durante la giornata o la settimana possiamo affidarci ancora agli astri e scegliere l’oroscopo che più ci aggrada (ma io ve lo dico: non è un sistema infallibile), oppure rovistare tra gli accadimenti della giornata per individuare inequivocabili indizi di una sorte benigna.

Io mi affido alle polpette.
Comincio a scucchiaiare l’impasto in palline disposte in file disciplinate senza premeditazione, secondo l’ordine naturale della teglia, il numero di ranghi che si autodetermina a seconda della misura delle palline e della dimensione della leccarda. Se l’ultima polpetta corrisponde all’ultimo spazio rimasto è auspicio di sorte propizia e umore spensierato; in caso contrario metto in conto intoppi e congiunture avverse ad abbattersi sul mio cammino.

Ultimamente finisco sempre le polpette miracolosamente all’ultimo spazio.
Pensavo, come prova del nove, di affidarmi al riscontro – estremamente rischioso ma decisamente risolutivo – della gugliata di filo: un cimento che spetta agli audaci, dal momento che solo in casi rarissimi l’ultima gugliata è sufficiente e anzi in genere finisce quando mancano al massimo due o tre punti, e – contrariamente alle polpette, in cui il meno integerrimo tra di noi potrebbe avere la tentazione di barare, aggiungendo o togliendo qualche grammo di impasto al fine di concludere la teglia in modo conveniente – coi punti non si bara, pena una cucitura troppo tesa.

Son qua che ci penso, perché non vorrei che il mio eccesso di zelo mi si ritorcesse contro; mi han detto che Saturno non mi è fausto: magari cucio domani.

i minuti prima delle 8

Esiste un tempo sospeso tra la notte e il giorno pieno, che per me corrisponde ai minuti che intercorrono tra l’uscita di casa dei miei familiari e il momento in cui sento che devo cominciare a fare qualcosa di utile per il mondo (nella fattispecie, lavorare o pulire la cucina). Questo è un tempo regalato, perché completamente scevro di sensi di colpa: serve per ripensare ai sogni, prefigurarsi la giornata, indovinare il tempo che farà quando il sole sarà alto.

I giorni in cui mancano i minuti prima delle 8 – perché devo affrettarmi, andare dal dentista, concentrare le attività della giornata, cominciare a cucinare presto – è come se fossero spogli di una vera intenzione, divorati dallo scorrere del tempo prima che io abbia potuto rubarne uno spicchio.

Oggi i minuti prima delle 8 li ho passati qui: sarà una giornata fruttuosa.

la maledizione del panettone senza burro

Ci son cose che a volte non ne vogliono sapere di riuscire bene.

In genere succede con quelle a cui terresti di più: un cliente affezionato che non vuoi deludere, un’amica a cui vorresti fare un piacere, un’impresa che ti appassiona e che desideri sia un successo.

La mia impresa impossibile di questo mese è il panettone senza burro. Non che sia una cosa particolarmente difficile: non è la prima volta che ci provo e di solito la cosa mi riesce discretamente. Stavolta, per qualche ragione misteriosa, il panettone si rifiuta di collaborare.

La prima volta che l’ho impastato mi è venuto benone. La miscela di mia invenzione, olio d’oliva e burro di cacao, aveva l’esatta consistenza del burro. Arrendevole e morbida, si è incorporata all’impasto senza storie. La palla si è lasciata pirlare senza discussioni, è lievitata nel suo pirottino con diligenza e si è fatta scarpare dignitosamente.

Peccato che qualcosa dev’essere andato storto perché poi un inghippo in cottura mi ha restituito un panettone buono ma leggermente crudo. Non da buttare ma nemmeno da sfoggiare con orgoglio.

Riproviamoci.

La seconda volta era già chiaro che il destino remava contro di noi. Avevo finito il burro di cacao e ho iniziato il primo impasto con l’olio. “Comprerò il burro cacao domani” mi son detta.

Certo, certo.

Il lunedì mattina i negozi che vendono il burro cacao sono chiusi. Ma perché, ma come fanno?, ma non lo sapete che il lunedì mattina la richiesta di burro cacao nel mondo aumenta del 1000%? Ma questo è uno scandalo, un complotto, tutto congiura contro di noi! Fatto sta che decido che questo panettone dovrà contenere l’olio di cocco (che occhieggia fiducioso dalla mia dispensa) al posto del ben più collaudato burro di cacao. Occhei. A mali estremi, estremi rimedi.

Cominciamo a impastare. Ah no è ora di pranzo. Allora cominciamo a impastare ma poi mettiamo l’impasto fuori dalla finestra, a darsi una rinfrescatina. Una rinfrescatina all’impasto, forse non lo sapete, non fa mai male.

Quando lo riprendo va tutto bene fino all’inserimento dell’olio, poi la débacle. Perde la corda, la riprende, la riperde, sembra troppo caldo ma non lo è, lo raffreddo lo stesso, il gancio lo rovina, cambio il gancio. Dopo una serie di tentativi a casaccio mi stufo e lo sbatto fuori dalla finestra a farsi un ennesimo riposino in attesa che i miei nervi si calmino e intanto mi metto a scrivere.

Adesso è lì.

Cosa faccio con te, o panettone? Non vorrai costringermi a buttare (si fa per dire, un panettone non riuscito nella peggiore delle ipotesi diventa una torta) 17 uova biologiche e sette etti di farina speciale? Ti rendi conto che rischi di deludere Elisabetta che ti aspetta come un pargolo aspetta Babbo Natale? E soprattutto, vuoi o no avere pietà di me che stanotte all’una ti coccolavo come un bambinello appena nato? Ti prego, o panettone, dammi una possibilità e torna in te. Dai dai dai!

(Vado. Incrociate tutto)

quasi tutte cose che so per sentito dire perché mi intendo pochissimo di amanti

Nel momento della passione, si sa, ognuno si comporta a modo suo e, purché si sia contenti entrambi, va tutto bene.

Ce n’è per tutti i gusti:  partner inutilmente chiacchieroni e altri esageratamente muti. Certi così rumorosi da farti vergognare con i vicini e altri silenziosi che ogni tanto devi controllare se stanno dormendo. I fantasticatori che si vivono tutto un loro film nella testa mentre gli stai facendo delle cose e quelli che guai a perdere la concentrazione un secondo da quello che si sta vivendo lì per lì. Quelli iperattivi e gli altri, che amano prendersi il gusto senza la fatica. Gli instancabili, i pigri, i promettitori, gli intransigenti, gli sperimentatori, gli abitudinari, gli schizzinosi, gli impavidi, i seriosi e quelli che giocano.

Le parole, uno in quei momenti chissà come le sceglie. Le sceglie o vengono un po’ come vogliono? A qualcuno piacciono le parole sconce, gli ordini perentori, la violenza verbale in sostituzione o in associazione a quella fisica. Altri amano le parole dolci, le frasi d’amore, la tenerezza al limite del mieloso.
Poi c’è mio marito, né zuccheroso né aggressivo, che sa scegliere sempre le attenzioni giuste al momento giusto, e adeguare le parole alla situazione. Voi neghereste qualcosa ad un amante che durante un amplesso vi sussurri, con spontanea dolcezza e tuttavia anche maschia convinzione, come si conviene ad un uomo deciso ma delicato: “Ti prego non dimagrire”?

fenomenologia dello scambio di casa/2: differenziamoci

Dopo otto scambi di casa e altrettante esplorazioni di abitudini di vita altrui posso affermare che il mio vero incubo è la raccolta differenziata.
Anche se a casa mia tendo a separare anche i pezzetti di plastica dei tetrapack o le finesterelle trasparenti delle buste di carta, non credo di essere una persona fanatica, è solo che penso che il rigore riguardo alla raccolta dei rifiuti sia giusto nei confronti del pianeta e del personale delle aziende municipalizzate che poi quei rifiuti li devono in qualche modo raccogliere. Quindi io lavo le vaschette di plastica, sciacquo i brick del latte eccetera.

La prima cosa che faccio quando arrivo a casa dei miei ospiti è guardarmi intorno, in cerca di cassonetti/bidoni condominiali/indizi sulle modalità di raccolta.
In genere le possibilità sono tre: la raccolta porta a porta, la raccolta condominiale (di solito in luoghi tetri nel sottosuolo) o il conferimento diretto nei cassonetti esterni.
Ogni città differenzia a modo suo: c’è chi separa l’organico e chi no, chi mette insieme il metallo con la plastica e chi con il vetro, chi plastica e metallo insieme e vetro a parte, chi tutto insieme a parte la carta, chi tutto insieme inclusa la carta. C’è chi queste cose le spiega e chi lascia che l’ospite le scopra da solo (anche quella è una bella sfida, comunque).
Il fatto è che per riuscire nell’impresa di differenziare i rifiuti in casa altrui è indispensabile uscire dai meccanismi dell’abitudine. Qualche errore capiterà senz’altro lo stesso, perché si fa presto a dire plastica: ma plastica come? il polistirolo è incluso? e la pellicola? la plastica morbida? i vasetti dello yogurt? le vaschette? E il tetrapack con la carta o con la plastica?

Senza pretendere la stessa cosa dai miei ospiti, ho comunque redatto delle istruzioni che a me sembrano piuttosto chiare su come separare i rifiuti e dove conferirli. Ho allegato anche l’opuscolo delle Aziende con le figure a colori, in modo che siano comprensibili anche senza le parole.

Illusa.

Da me la plastica (tutta) e il metallo vanno insieme, la carta da sola, il secco a parte, il tutto raccolto porta a porta. Nei cassonetti vanno l’umido (bidone marrone) e il vetro (cassonetto verde).

Finora al mio rientro mi è capitato di trovare: un unico grande miscuglio indifferenziato senza sacchetto dentro il bidone del secco; l’umido nel bidone del verde in giardino (dopo 15 giorni di temperature tropicali era ridotto a una massa marcescente, terreno ideale per alcuni milioni di vermi piuttosto in salute); la plastica nel secco; i tetrapack nella plastica; l’umido nel secco; chi più ne ha più ne metta.

Ma è così difficile mettersi nei panni altrui? Leggere le istruzioni? Cercare di rendere le cose semplici ai padroni di casa al loro rientro? Aprire gli occhi e guardarsi intorno?
Dopo l’ultimo scambio ho passato una mattina a separare i rifiuti, e se togliere i cartoni del latte  e dei succhi di frutta dal sacco della plastica non è stato un gran lavoro, mi sarei volentieri risparmiata quello di svuotare l’umido in putrefazione dal bidone del giardino.
Ho abbastanza ottimismo per pensare che questi errori non siano stati intenzionali, ma li ritengo comunque errori facilmente evitabili, con una minima dose di empatia, buon senso e curiosità per le abitudini altrui.

La cosa che ho imparato da tutto questo è che non si è mai sufficientemente chiari quando si danno istruzioni a chi ha abitudini completamente diverse dalle tue.

Ho imparato anche che non sempre le persone hanno la sensibilità che vorresti, ma questo fa parte del viaggio (ovviamente mentre svuotavo il bidone putrefatto lo pensavo con altre parole, appena appena meno accomodanti)

fenomenologia dello scambio di casa/1: partenze e rientri

Ebbene sì, da qualche anno siamo scambisti*. Quando lo raccontiamo gli amici ci guardano con sospetto, poi man mano che spieghiamo come funziona lo sguardo diventa più tenero, come quando ti incanti davanti all’innocenza dei bambini.

In effetti per lasciare le chiavi di casa tua in mano ad un estraneo devi avere una certa fiducia nell’umanità, devi credere nelle buone intenzioni, nella bellezza della condivisione; non devi essere troppo geloso delle tue cose: il tuo letto, il tuo cuscino, il tuo forno (io sono un po’ gelosa del mio forno, ma me la faccio passare), le tazze della colazione preferite, i gatti e soprattutto devi aver voglia di vedere come vivono gli altri, a tuo rischio e pericolo (si fa per dire, ma neanche tanto).

Per prima cosa devi armarti di consapevolezza: devi sapere che le persone probabilmente tratteranno la tua casa come farebbero con la loro, solo che tu, come le persone trattano la loro casa, non lo puoi immaginare.

Le abitudini sono la cosa meno globale dell’universo: ognuno ha le sue. E qualche volta, lo scoprirai presto, le abitudini altrui sono molto più strane di quanto avresti mai potuto immaginare.

Quando preparo la mia casa per uno scambio la tiro a lustro molto più di quando ci devo abitare io. Parto dall’idea che ognuno nello sporco suo, con dei limiti, ci può anche vivere. Non sono una fanatica della casa asettica, qualche volta la mia cucina versa in condizioni pietose e per pigrizia e cialtroneria posso anche non preoccuparmi della polvere sulle mensole o del disordine in soggiorno (mio marito sopporta in silenzio da vent’anni). Se a casa mia ci deve venire qualcuno però voglio che non abbia l’imbarazzo di entrare in contatto con la mia spazzatura, pulisco negli angoli, riordino il caos perenne che è la mia lavanderia, controllo che la biancheria sia in ordine, che la dispensa e il frigo siano sgombri dei cadaveri che li abitano di solito (o quantomeno cerco di riporre lo scatolame aperto in modo che non dia fastidio e che sia ben riconoscibile). In genere mi precipito anche a sistemare le cose che da mesi non funzionavano, chiamo l’idraulico, faccio un salto all’ikea per sostituire un mobiletto rotto, sbrino il congelatore. Alla fine la mia casa è la casa dove vorrei abitare sempre. Pulita, in ordine, come nuova.

Nel mondo, però, ci son persone che hanno uno standard di pulizia molto distante dal tuo livello minimo accettabile, o che non si premurano di svuotare il cestino del bagno o il bidoncino dell’umido sotto il lavello prima del tuo arrivo. Addirittura, c’è anche chi non ha la delicatezza non dico di farti trovare i letti pronti ma almeno di togliere le sue lenzuola prima del tuo arrivo.  Ci avresti mai pensato? Io no, ma poi mi è successo.

Quindi ti metto in guardia: sappi che al ritorno da una bellissima vacanza in una casa dall’igiene un po’ dubbia ma comunque accettabile, potresti trovarti a casa tua a pulire il water perché ai tuoi ospiti non è venuto in mente di usare lo scopino, ma non dovrai mai mai mai arrenderti perché avrai comunque guadagnato qualcosa dall’esperienza: ti ricorderai che i maschi divorziati francesi non sanno che i bagni  di tanto in tanto si devono pulire, e che i belgi sopportano la polvere molto più di noi e ignorano che il wc net ha il becco inclinato per arrivare negli angoli nascosti (ma la pubblicità una volta non lo spiegava?). E insomma, mentre pulirai le piastrelle della cucina schizzate di sugo ti sentirai molto cosmopolita, conoscitore dell’Europa e maniaco della pulizia come non mai.

*al netto di accezioni di dubbia moralità

sull’onda di cose di inarrivabile bellezza

Ieri sono andata al cinema a vedere Faber in Sardegna, il documentario su De André, e mi è venuta della gran nostalgia insieme a una serie di propositi fascinosi ma irrealizzabili.
Prima volevo andare a vivere in Sardegna con le mucche per  cercare la mia creatività (ma era per via della casa: come si fa a non desiderare di vivere per sempre in una casa così?). Poi ho deciso che quando sono morta voglio avere anch’io degli amici che parlano di me con le lacrime agli occhi e che mi sognano due volte al mese. Poi rivolevo andare a vivere in Sardegna ma senza mucche (troppa fatica, al massimo potrei coltivare dei pomodori) e a patto che qualcuno mi venisse a trovare ogni settimana. Poi mi è rimasta la nostalgia, per fortuna che in Sardegna ci vado presto in vacanza e mi posso portare la musica e al limite anche dei pezzi di carta da trasformare, per vedere se funziona anche per me, la magia.

Vi lascio questa