scappano

Oggi mi piacerebbe scrivere ma ho mal di testa, mi danno fastidio gli occhi e quindi meglio di no. Peccato perché forse avevo qualcosa da dire e domani forse mi saranno scappate le parole.

Come al solito.

un dettaglio

Ieri per mio figlio è stata la prima volta in cabina elettorale. Forse era un po’ emozionato, non so: sicuramente ci teneva, e aveva ragione perché era una cosa importante, una cosa da grandi.

La mia prima volta, invece, io non me la ricordo, e forse so perché. Forse quella volta non ero agitata perché sapevo già tutto. E lo sapevo perché in verità, la mia prima volta, era stata insieme a mia nonna, all’età (mia, non di mia nonna) di – forse – sette anni, quando mi avevano lasciata entrare nella cabina con lei, e a me quella cosa di votare era sembrata bellissima e avevo guardato bene come si doveva fare.

Poi da grande ho votato quasi sempre perché quella cosa negli anni ha continuato a sembrarmi importante e bellissima, come concetto. Una cosa, nel concetto, ancora rivoluzionaria, a pensarci.
Perfino ieri, che in realtà non sapevo affatto cosa scegliere e non mi sembrava giusto che domandassero a me cose di cui non sapevo abbastanza, ed ero comunque sicura che il quorum fosse lontano milioni di miglia, ci sono andata.
E nel mentre pensavo: “Che peccato, che votare sia diventata questa cosa qua. Un dettaglio”

chi semina raccoglie, forse

Da quando è scoppiata la primavera ho riscoperto il piacere di occuparmi del mio giardino. Devo ammettere che non ho il pollice verde e non sono una brava giardiniera anche e soprattutto per ragioni di pigrizia congenita, eppure questa stagione mi sta ispirando grandi cose e, nel mio piccolo, mi son data da fare.

Ho seminato piante tintorie in tutti gli angoli: la robbia e il guado di qua, vicino alla salvia e al rosmarino, il cosmos in pieno sole, il poligono del tintore davanti alla cucina. Ho preventivamente zappettato  la terra e tolto le erbacce, i primi giorni ho innaffiato nelle ore meno calde; ho salutato il temporale di due giorni fa come una benedizione; ogni mattina faccio il giro per vedere come stanno i primi germogli, che cominciano a intravedersi qua e là; controllo che la terra non si asciughi troppo (ma no, non fa ancora così caldo).

Per il timore che qualcuno mi rovinasse la coltivazione, l’altro giorno ho anche provveduto personalmente a rasare il praticello (oddio, praticello: sembrava più che altro una giungla in divenire), evitando le zone da proteggere con tutta la delicatezza del caso. Visto che c’ero, ho anche estirpato qualche erba indesiderata. Ho tagliato rami, ho sfoltito cespugli, e adesso mi sento, finalmente – più che la padrona – la madre del mio piccolo giardino. Questa cosa di seminare cose e di pazientare finché non è tempo di veder spuntare le prime foglioline mi sembra la cosa migliore che ho fatto in questi mesi.

Non ho idea se i miei semi mi regaleranno delle piantine come si deve ma è assolutamente certo che io ce la sto mettendo tutta. Devo solo tenere il tagliaerba lontano dai miei uomini.

bipolare

Certe volte quando non scrivo di qua scrivo di là.

Scrivo di qua quando guardo il mio ombelico, scrivo di là quando faccio cose.
Guardarsi l’ombelico è un’attività che certe volte va bene, altre volte meno. Fare cose invece va bene sempre, ma non sempre si riesce. Ecco perché ho due case, due lingue, due diversi pudori.
Il pudore di qua l’ho superato col tempo ma ogni tanto riemerge. Di là invece è un pudore tutto nuovo e integro e per questo vi chiedo di averne cura: è mio, ci tengo.

sacrifici materni

Ero lì e giuro, non volevo. Però mio figlio, poveretto, era in camera che soffriva con la matematica e ho io avuto un afflato di amore materno e gli ho detto: “Amore lo vuoi un pancake per merenda, magari con la crema cioccolatosa sopra?” E lui, con l’aria di uno che intravede un barlume di speranza, proprio: “Magari!” ha detto.
Quindi ho preso uova latte farina eccetera e ho fatto questi pancake un po’ a caso com’è il mio solito, visto che non ho la ricetta. Nella mia testa galleggiava ancora l’afflato d’amore materno per cui dal mio impasto casuale è uscita una pila di pancake che sarebbe bastata (ma anche avanzata) per i miei figli: il matematico senza speranza e l’altro, che per convenzione chiameremo lo storico in erba.

Infatti lo storico in erba non si è fatto pregare due volte ha salutato la merenda improvvisata con aria entusiasta, dopo aver fatto una rampa di scale a tempo di record.

È bello per una madre vedere i propri figli riconoscenti ma è fantastico condividere i momenti di armonia familiare, non si devono deludere i pargoli che si aspettano complicità e vicinanza:  è solo per quello, lo giuro, che ho accettato di mangiare due pancake.

La crema al cioccolato ci stava benissimo.

Chiara e il dramma della pipì

Sono abbastanza famosa tra i miei amici e parenti perché sono una di quei rarissimi esemplari di femmina che quando viaggiano riescono a resistere un numero indefinito di ore senza bisogno di fermarsi in autogrill, in una piazzola di sosta, in un bar malfamatissimo, allo scopo di fare la pipì. Sono resistentissima, da sempre e quasi sempre, con pochissime eccezioni: quando bevo molto caffè o molta acqua, una cosa per me quasi impossibile perché bere non rientra (purtroppo) quasi mai nelle mie priorità, e il caffè neanche mi piace.

Ieri però ero in montagna, e in montagna, si sa, c’è questa esperienza quasi mistica della colazione che è parte integrante della vacanza. Io con la colazione non mi risparmio: dolce, salato, marmellate, pani coi semi e senza semi, uova, speck, succhi e caffè, litri di caffè che non ti accorgi di bere presa come sei a ingollare quel ben di dio.

Prima di partire per la passeggiata in mezzo al bosco, certo, una piccola pipì preventiva va fatta sempre: e infatti io non ho tralasciato questo piccolo atto di elementare previdenza, prima di affrontare  le due ore di cammino che ci sarebbero volute per raggiungere un rifugio.

Dopo mezz’ora però il caffè ha cominciato  a fare effetto e io mi son trovata in breve tempo nella situazione tragica della Minzione Non Rimandabile.

Ora dovete sapere che io sono abbastanza pudica, non mi smutando volentieri in pubblico (a meno che non sia una spiaggia naturista) e anche in condizioni estreme cerco sempre un luogo appartato e lontano da sguardi indiscreti per le (rare) necessità della mia vescica. Ieri la situazione non lasciava la possibilità di raggiungere luoghi appartati se non sprofondando per un metro nella neve fresca: anche volendo, poi sarebbe stato impossibile abbassare i pantaloni.

Mio marito, impietosito, si è messo a cercare il luogo adatto: una curva del sentiero, un tratto costeggiato da alberi frondosi che riparassero la vista, abbastanza lontano dal tornante precedente ma sufficientemente vicino al successivo, in modo da essere avvisati in tempo di eventuali gitanti in arrivo. Non so come, in un tempo record sono riuscita a farmi strada tra calzamaglia e pantaloni tecnici con doppia abbottonatura, ad accucciarmi con le chiappe praticamente nella neve e a rivestirmi giusto un minuto prima che arrivassero uno sciatore bello spedito in discesa e uno degli ennesimi gruppi di ciaspolatori in salita. Ma io ormai ero salva e il mio buchetto pisciarolo nella neve a bordo pista era già stato occultato con la maestria degna di un gatto nella sabbiera.

Da questa terribile esperienza, che voglio condividere perché chiunque potrebbe un giorno o l’altro esserne vittima, ho capito una cosa: adesso mi compro il pisciacoso.

fossero calzini darei la colpa alla lavatrice

Ho perso i guanti.
Quando io dico che ho perso una cosa intendo che l’ho messa via, in un posto sicuro, così sicuro che poi non la trovo per anni e anni. Mi è già successo mille volte: con un orologio, il certificato elettorale, diverse carte importantissime e in quanto importantissime messe ancora più al sicuro del solito etc.
Ogni volta, nel vano tentativo di imparare dai miei errori, cerco di concentrarmi e ricordare il tipo di ragionamento che può avermi spinta a scegliere un nascondiglio invece di un altro: so che una logica c’è, solo che la ritrovo dopo un secolo, in genere dopo che ho abbandonato ogni speranza e solo grazie all’intervento del destino.

E insomma i guanti ho cominciato a cercarli all’inizio dell’inverno: ho messo a soqquadro la casa, rivoltato gli armadi (con l’occasione ho messo un po’ in ordine e ho buttato via della roba inutilizzata da alcuni lustri) ma niente: sono spariti.
L’inverno è stato più che mite e io ai guanti non ho più pensato fino a oggi, che devo preparare la borsa per andare in montagna. Ho trovato le calze grosse, le bandane da mare, i pantaloni da sci, i costumi da bagno, l’astuccio del cucito da viaggio, gli antibiotici di emergenza, doposci di varie taglie e fogge, palette e secchielli ma guanti nemmeno un paio.

Secondo me non è vero che ogni cosa ha un posto, ne ha almeno mille: se ne avesse uno ci sarebbe un cassetto a forma di mano fatto apposta per i guanti, invece io un cassetto a forma di mano non l’ho mai visto. Se invece c’è, lo voglio.

8 marzo festa della mutanda

Oggi è l’8 marzo e io festeggio la mia prima settimana di sciopero della lavatrice.

Confesso che è uno sciopero difficilissimo perché si scontra con la mia naturale tendenza al chioccismo, che è quella cosa che ti porta a trattare i tuoi figli come se fossero sempre i tuoi pulcini.

L’idea che la dispensa sia poco fornita, il bucato da stirare, che manchi il pane (orrore!) o che i pulcini tornino da scuola affamati e non ci sia il pranzo pronto nel giro di dieci minuti mi fa soffrire. È più forte di me e non posso farci niente. Questa volta ho deciso, però, di soffrire in silenzio e di pretendere da loro quello che è giusto che loro pretendano da se stessi, e cioè un minimo di autonomia.

I miei figli hanno un cesto della biancheria che straborda costantemente. Alle mie richieste di svuotarlo di tanto in tanto, e di trasferire i panni da lavare in lavanderia hanno risposto, dopo reiterati solleciti, con una sostanziale inerzia.
Fino alla settimana scorsa, superando il senso di frustrazione, mi sono sempre risolta a pensarci da me, a svuotare il cesto secondo un mio criterio, bianchi o colorati a seconda delle giornate, in modo che ci fossero sempre un certo numero di mutande pulite e un paio di jeans a disposizione.
Finché un giorno ho capito che sbagliavo: la femminista che è in me ha avuto un moto di ribellione, non al fatto di dover svolgere un lavoro che dovrebbe toccare ai miei figli, ma all’idea che due uomini educati da me diano per scontato che le incombenze domestiche siano esclusivamente di mia competenza. È giunto finalmente il momento di dare agli uomini la possibilità di essere nostri pari, e la consapevolezza che possono essere completi, indipendenti, liberi.

In realtà nella mia famiglia i maschi, che sono la maggioranza, hanno dei compiti che svolgono abbastanza frequentemente: apparecchiare e sparecchiare la tavola, svuotare la lavastoviglie (un lavoro che non piace a nessuno), occuparsi del conferimento dell’umido e del vetro nei cassonetti appositi. Queste mansioni però spesso vengono svolte dai due giovani come se fossero un favore, una gentilezza, un regalo. Qualche volta bisogna domandare, pungolare, incalzare per ottenere un servizio che dovrebbe essere svolto spontaneamente e per puro senso del dovere e della collaborazione. E quello del bucato è un compito che proprio non ne vogliono sapere di considerare come proprio.
Insomma, al momento la loro autosufficienza è incompleta e la mia battaglia per la parità dei sessi, per quanto dura, deve andare avanti.

Fatto sta che ho redatto delle brevi istruzioni sui programmi della lavatrice: bianchi, colorati e lana. Mi sono imposta di mantenere la calma anche quando la mattina alle 7:27 i ragazzi ciondolano senza calzini o vagano alla ricerca di una felpa.  Non che non abbia la tentazione di andare a controllare lo stato del loro cesto (del resto la loro ultima lavatrice risale a una settimana fa quindi posso immaginare la quantità di roba accumulata) o di buttare con nonchalance quattro cose loro nella lavatrice nostra ma so che devo resistere per il loro bene:  i maschi della mia famiglia hanno il diritto di diventare persone indipendenti, e non sarà la mia natura di chioccia a impedirglielo.

Mi consolo pensando che nessuno è mai morto per una mutanda riciclata dal giorno prima. Almeno, non credo.

di troppa vita

Un giorno o l’altro, io lo so, morirò di troppa vita.
Una vita per la verità invisibile ai più: un fermento interiore, un movimento incessante di stimoli emotivi e mentali che a vedermi da fuori non sospettereste. Eppure.

È la ragione per cui la sera mi addormento di schianto, sfinita, anche se magari ho passato la giornata sul divano muovendo solo le dita, e qualche volta nemmeno quelle.
È il motivo per cui di notte sogno avventure e storie, tante, e gli occhi mi si muovono per seguire cose che esistono solo nella mia testa, ma nella mia testa sono tangibili e vere.

Un giorno donerò il mio corpo alla scienza (da viva) e scopriremo che ho l’elettroencefalogramma di un bradipo, ma iperattivo.

nonna papera de noantri

Quando ero piccola non volevo fare la parrucchiera (la ballerina forse sì, prima di rendermi conto che sono negata. Peccato per il tutù); adesso che sono grande non volevo fare la foodblogger che è un mestiere in cui ti tocca:

1. preparare dei piatti, che ti sei inventato o hai copiato molto bene in modo che sembrino tuoi, e ricordarti la ricetta per scriverla sul blog
2. impiattarli in modo artistico e appetitoso
3. fotografarli su un tavolo pulito e ordinato con delle tovaglie ricamate o tovaglioli di lino e degli accessori (piatti, bicchieri, posate) ogni volta diversi ma sempre perfetti

Siccome io non so ricordarmi una ricetta che sia una, figuriamoci quando me la sto inventando, ho scarsissimo interesse per gli impiattamenti (lo so, è un problema mio) e non so fotografare, oltre a non possedere ottomila piatti diversi e settordici servizi di posate e bicchieri, ho pensato che il mio rapporto con la cucina avrebbe dovuto limitarsi al mio abituale spignattamento quotidiano o al massimo quello delle feste, in cui ci si applica con più impegno per elaborare qualche piatto meno banale da propinare ad amici e parenti.

La cosa essenziale è che io non sia costretta a seguire pedissequamente una ricetta: non per il principio, ci mancherebbe, è proprio che non sono capace.
Per esempio, se devo fare una torta di mele, dopo averne lette alcune decine per ispirarmi, prendo gli ingredienti canonici e li mescolo un po’ a casaccio seguendo un criterio tutto mio con quelle che nella mia testa sono delle proporzioni plausibili. Il numero delle uova dipende da quelle che ho in frigo, se ne ho tante ne metto tre o quattro, se ne ho poche due oppure una; quando sono presa molto male perché uova non ne ho, ma ormai ho deciso che la torta s’ha da fare, preparo la tatin, anche se per la verità nell’impasto della tatin un uovo ci andrebbe.
Tutto questo conferma la regola universale per cui nelle torte di mele ci puoi mettere quello che vuoi in proporzione variabile ché tanto vengono sempre buone: sembra impossibile ma se hai poco burro, poche uova, poco zucchero o poca farina basta abbondare con le mele.

Se hai poco di tutto fai un muffin, che però finisce subito.