Ieri sono andata al cinema a vedere Faber in Sardegna, il documentario su De André, e mi è venuta della gran nostalgia insieme a una serie di propositi fascinosi ma irrealizzabili.
Prima volevo andare a vivere in Sardegna con le mucche per  cercare la mia creatività (ma era per via della casa: come si fa a non desiderare di vivere per sempre in una casa così?). Poi ho deciso che quando sono morta voglio avere anch’io degli amici che parlano di me con le lacrime agli occhi e che mi sognano due volte al mese. Poi rivolevo andare a vivere in Sardegna ma senza mucche (troppa fatica, al massimo potrei coltivare dei pomodori) e a patto che qualcuno mi venisse a trovare ogni settimana. Poi mi è rimasta la nostalgia, per fortuna che in Sardegna ci vado presto in vacanza e mi posso portare la musica e al limite anche dei pezzi di carta da trasformare, per vedere se funziona anche per me, la magia.

Vi lascio questa


 (per Batchiara)

Il più grande dramma dell’uomo moderno – ma forse più semplicemente dell’uomo tout court – sta nella sua incapacità di percepire la bellezza anche, e soprattutto, dove apparentemente bellezza non c’è.

Non che sia un problema di facile soluzione: sarebbe utile un allenamento – o una strategia, un pensiero laterale, una magia – che ci aiutasse ad affinare i sensi nel tentativo di estrapolare dalla superficiale mediocrità del quotidiano quel che di sorprendente esiste,  quasi sempre. L’abitudine alla banalità, però, è una zavorra di cui difficilmente ci liberiamo.
È tanto più difficile perché quasi mai esiste una bellezza assoluta, lasciarsi guidare dalla sensibilità altrui non sempre porta a risultati davvero soddisfacenti e si finisce per accontentarsi della forma più scontata del bello senza intraprendere mai con convinzione un percorso personale verso la meraviglia.

Poi capita – ad alcuni se non a tutti – che in momenti di particolare apertura mentale, o di congiuntura inspiegabilmente propizia,  il mondo improvvisamente riveli le sue ricchezze, fino a quel momento mimetizzate dietro strati di consuetudini. E allora non bisogna perdere l’occasione di lasciarsi condurre dalla sorpresa, di cogliere il presentimento, di navigare oltre il tangibile per esplorare possibilità.

Io, in questo istante, sto vivendo questo momento magico in cui ogni cosa trova senso. Non è importante che il dettaglio rivelatore sia un profumo che emerge dallo smog o una parola insulsa che assume un significato nuovo o ancora un’orrenda fetta di prosciutto in campo beige che si trasforma in un oggetto con una sua dignità*. Il percorso mentale ed emotivo è sempre lo stesso e si porta dietro un circolo virtuoso di energia e entusiasmo che funziona da antidoto allo sconforto.

Se solo avessi idea di quale sia il catalizzatore di questa reazione a catena potrei fare il bene dell’umanità, me lo sento.

IMG_0194 IMG_0195* dove la dignità dell’oggetto ha valenza squisitamente soggettiva

Ça sent les marais salants
pendant qu’on voit disparaître le Gois,
pas à pas jusqu’au bout d’un souvenir.

Océan, débrouille mes noeuds.
Attends-moi là où tu m’as bercée,
ivre de désirs à suivre.

E poi, dopo tre giorni, come in ogni resurrezione che si rispetti, anch’io alla fine torno a nuova vita.

Soffro di emicrania e ogni volta, allo scadere del terzo giorno – quando improvvisamente il dolore comincia a sollevarsi dalla mia testa e nel giro di qualche ora mi lascia leggera, ancora un po’ intontita ma libera dalla morsa che mi ha costretta a 72 ore di morte apparente, accartocciata su me stessa tra il divano e il letto, in penombra a contare i minuti – non riesco a impedirmi di pensare che la scomparsa del dolore sia la forma di piacere più grande che si possa provare.

Forse è una magra consolazione, oppure è un tentativo inconscio di trovare un’utilità (anche se certamente non uno scopo) a una cosa che apparentemente utilità non ne ha e, anzi, rende impossibile qualunque attività quotidiana.

Forse sono pazza però la percezione chiara della mia vita di nuovo integra e fluida oggi mi sembra una cosa bella di per sé. Bisogna approfittarne: gli occhi aperti, il respiro lungo, la pelle distesa.

Il segreto per un’unione duratura è avere un marito che sa che regali farti.

Non è questione di quanto può o vuole spendere, non è indispensabile che si ricordi gli anniversari senza dimenticare un pacchettino con il fiocco: è importante che abbia sempre chiaro il modo in cui può stupirti con la cosa che desideri di più nel momento in cui non te lo aspetti.

In questo momento si sta sciroppando sessanta chilometri al posto mio per portare i figli dal dentista, come regalo direi che lo considero al pari di una collana di diamanti.

Viene un momento per tutte le coppie, anche quelle solide, affiatate e inossidabili, in cui bisogna fare i conti con il cambiamento.

Te ne accorgi perché c’è sempre la tenerezza di un tempo, magari non manca nemmeno l’intesa erotica, però piano piano si scava una distanza, e ripensi a quando stretti un abbraccio ci si guardava negli occhi con desiderio.
Questo, ahimé, non succede più.
Del resto anche le relazioni amorose devono adeguarsi ai nostri mutamenti e sarebbe assurdo pretendere che dopo decenni quello sguardo fosse ancora come il primo giorno.

Può essere che per uno dei partner questo momento arrivi prima, e l’altro – deluso, spaventato, incredulo – domandi spiegazioni.

“Hai un’altra? Non mi ami più? Cos’è cambiato tra di noi?”
“È la presbiopia, amore.”

Finché nel mondo esisteranno la focaccia con i pomodorini e i taralli alla cipolla la magrezza resterà solo un’utopia.

Per limitare i danni potrei rifugiarmi in un centro benessere dove depurarmi con infusi e centrifughe, farmi spalmare di fanghi e sali del Mar Morto, massaggiare con oli ayurvedici, nutrire con verdure biologiche al vapore.

Sì, ho deciso: domani vado in un centro benessere, intanto ‘spetta che finisco i taralli che sprecare il cibo è una cosa brutta.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 56 follower