a me gli occhi

Negli ultimi mesi mi è capitato più di una volta di trovarmi tra il pubblico durante una conferenza, un incontro culturale, una lettura e ho scoperto questa cosa che prima non sapevo, anche se poi, a ripensarci, potevo accorgermene prima: quando il presentatore/oratore/relatore  guarda il pubblico, se è molto scafato e abituato alla situazione sposta lo sguardo da uno all’altro nelle prime file o anche in quelle dietro. Se è timido o impacciato o semplicemente non ama essere al centro dell’attenzione, punta gli occhi nei miei dall’inizio alla fine come se parlasse a me e a me soltanto.

Forse ho un superpotere e non lo sapevo

poi dicono l’adolescenza

Sto lavorando quando viene a dirmi: “Io esco, torno a qualche ora nel pomeriggio”. Gli rispondo: “OK” quasi senza guardarlo, mentre sto infilando un ago, concentrata.

“Allora ciao” mi fa, e mi appoggia le labbra sulla fronte in un bacio piccolo, di quelli che danno le madri ai figli come a benedire sogni, o pensieri. O i figli alle madri per regalo, in giornate qualunque che diventano improvvisamente speciali.

 

vorrei ma non so

Dovrebbe esistere un tempo massimo entro cui passino di default tutte le ferite dell’anima, e forse c’è, ma quale sia questo tempo io non lo so. Sono certa che qualunque dolore per un abbandono, lutto o amore sfortunato dopo un po’ smetta di sanguinare, anche se ho il sospetto che in certe persone restino cicatrici, nascoste, anche dopo tanto, tanto tempo.

Io certe volte le cicatrici le vedo e però non sono capace di domandare, e lo so, che il confine tra  la discrezione e il disinteresse è sottile.
Non ho rimedio, come non ho rimedio al tempo che tarda a fare il suo dovere

per tutto il resto c’è il Toradol

L’ospedale è quel posto in cui il dolore, proprio e altrui, riempie il tempo e i silenzi. I silenzi in realtà non sono tantissimi, il tempo invece sì: quando sei malato o reduce da un intervento non hai molto da fare oltre ad aspettare, dormire e fidarti di chi ti cura. Io un po’ del mio tempo l’ho passato a riflettere.

Il dolore secondo alcuni non serve assolutamente a nulla e anzi va eliminato appena arriva o meglio: ancora prima. Per altri invece è una specie di prova di fede o di resistenza o di qualcos’altro e va sopportato in silenzo, o in preghiera, come fosse una benedizione o una medaglia al valore. Io per la verità, fino a ieri, non avrei saputo bene dove collocarmi perché se credo che il dolore non ti santifichi in alcun modo, credo anche che imparare a sopportarlo entro un limite ragionevole sia salutare, se non direttamente per il corpo, almeno per la mente. Lo dico da fifona.

In genere sono una che sopporta malissimo i suoi malanni, però almeno in questa breve parentesi chirurgica ho imparato molto su di me.
Lo ammetto, non ho sofferto un granché: l’anestesia è una delle grandi invenzioni dell’umanità, gli antidolorifici funzionano e le tecniche chirurgiche moderne rendono il tutto il meno pesante possibile. Ciò non toglie che di tanto in tanto nell’ultima settimana qualche dolore si sia fatto sentire.
Quando capita, di solito, le infermiere ti chiedono quanto male hai da zero a dieci e tu ti trovi a tirare fuori il metro. Io ho un metro doppio – come quello delle sarte, che da una parte è giallo e dall’altra è azzurro – da una parte ho il metro del dolore inutile (livello massimo, l’emicrania special edition: per fortuna è rara), dall’altro quello del dolore con uno scopo (livello massimo, il parto: nel mio caso, due volte nella vita). Il livello massimo è uguale ma la percezione, e il ricordo, diversissimi.

A un certo punto mi sono trovata a pensare: “Ma non vorrai mica davvero lamentarti per questo? Una cosa che sta al livello quattro, massimo quattro e mezzo del metro lato giallo? Ricordati dei dolori veri!”
Però questo dialogo di buonsenso tra me e me non funzionava, e allora ho capito che esiste un altro metro ancora: quello del dolore inutile E incomprensibile, che non sai se sia un buono o un cattivo segno, che non sei sicuro che si fermi o che aumenti, che magari non capisci perché ti viene, se non ti hanno spiegato cosa ti è successo e cosa devi aspettarti. Questo dolore qui è il meno sopportabile di tutti e certe volte vorresti essere drogato pesantemente per un mal di pancia con cui normalmente vai a lavorare senza fare storie; poi magari basta una parola che te lo spieghi, da parte del medico o dell’infermiera, e lui torna ad essere quello che è: un male passeggero che puoi permetterti di ascoltare per un po’ prima di decidere se sei in grado di gestirlo o no. Se non sei in grado di gestirlo devi fare in modo che non ti fagociti, e il ricorso alla droga pesante torna una soluzione del tutto ragionevole.

Il dolore inutile infatti, nel momento in cui ce l’hai, è la cosa peggiore che esista, perché ti ruba i pensieri, ti isola dal resto del mondo, ti impedisce di credere che ci sia qualcosa all’infuori di lui. Quando passa, però, lascia una scia di cose anche positive.
A me, per esempio, l’improvvisa consapevolezza del dolore degli altri. La gioia del pensiero di nuovo fluido. La bellezza della pace, mai abbastanza apprezzata quando si sta bene.
In questo senso, credo che un certo controllo sul nostro dolore, ogni tanto, farebbe comodo impararlo, con la certezza che non ci regalerà la vita eterna ma magari un po’ di forza, di fiducia in noi stessi, di empatia e di gratitudine sì.

ehilà!

Il primo vantaggio di avere dei figli grandi che ormai di tanto in tanto, almeno per alcune ore del giorno o della sera, lasciano il nido, è che finalmente in certi frangenti puoi fare un po’ di rumore.

Così poi capita che ti accorgi di aver lasciato tutte le finestre aperte.

la mia madeleine

Non sono una grandissima golosa di dolci: non impazzisco per i biscotti, le torte le mangio volentieri solo se sono molto buone o se contengono della frutta, amo i gelati d’estate ma posso farne a meno d’inverno e i croissant sono uno dei miei pochissimi vizi ma se dovessi rinunciare al dolce per il salato non ci penserei due volte. Eppure ho da sempre un’insana passione per le madeleines e ancor di più per le madeleinettes (la s la devo mettere o no? io ce la metto perché senza ci manca qualcosa): se mi capitasse di averne a disposizione un quintale dovrei trattenermi per non mangiarle tutte. Peggio delle patatine, dei bagigi col wasabi, degli anacardi salati.

Per questa ragione, in qualche momento della mia vita ho pensato bene di comprare i famosi stampini, che già a guardarne la forma ti pregusti delle meraviglie. Una mia amica mi ha gentilmente fornito una ricetta collaudata di sicuro successo, che si è rivelata una cocente delusione: le madeleines sono venute belle e anche buone ma non erano loro.

Ho deciso di riprovarci, e per non sbagliare ho fatto affidamento sul Larousse gastronomique, edizione 1967, una specie di Bibbia dei classici, secondo cui la madeleine altro non è che un quatre quarts in cui il burro va aggiunto fuso, alla fine. Perfetto. Leggiucchio altre due o tre ricette sul web e sfodero qualche elementare conoscenza pasticciera per ovviare alla scarsità di dettagli sul procedimento (la Bibbia non si perde in futili spiegazioni) e sforno questi dolcetti profumati, dall’aspetto e consistenza pressoché perfetti. Eppure.

Eppure la mia madeleine, l’ideale archetipico di madeleine, quella dei ricordi d’infanzia, da sbocconcellare nei viaggi in treno durante l’adolescenza, da allungare ai bambini come merenda nei viaggi in macchina su e giù per la Francia, è diversa. Più qualcosa. Cosa manca a quelle uscite dal mio forno? Degli aromi? (che ovviamente la Bibbia non nomina e di certo stigmatizzerebbe) Dei grassi idrogenati? (io ho usato un panetto di sanissimo burro). Della magia? (forse). Proust, santo cielo, invece di perdere tempo a cercare il tempo perso potevi mica scrivermi per bene la ricetta?

(per la verità credo manchi la mandorla, di cui però nella Bibbia non si fa menzione. In pratica la mia vita è costellata di madeleines farlocche)

 

a cosa servono gli amici

Gli amici si vedono nel momento del bisogno, il fatto è che però quale sia il momento del bisogno nessuno lo sa.

Ho conosciuto persone che gli amici li cercano solo quando stanno bene, altri che solo quando stanno male. Certi ti presentano subito la fidanzata, altri spariscono fino a quando non si sfidanzano. Alcuni ti raccontano tutto e altri non ti raccontano niente. Certi restano tuoi amici per sempre, altri un decennio sì e l’altro no, altri ancora per un periodo e poi mai più.

Essere amico di qualcuno è una specie di esercizio di sopravvivenza perché sei messo alla prova di continuo: se fai domande o se non le fai, se ti fai vivo tu o se aspetti che si faccia vivo lui, se sei dalla sua parte sempre o se cerchi di essere obiettivo per il suo bene: in realtà come la fai la sbagli ma anche, contemporaneamente, la fai giusta.

A cosa servono gli amici, io non lo so bene. Forse a esserci  come un salvagente che però ognuno lo decide da solo, quando tirarlo fuori da sotto al sedile. Alcuni anche mai, però sotto al sedile, il salvagente, quasi sempre c’è.

la seconda cosa bella

Stamattina, il posto dove in assoluto avrei voluto svegliarmi era una tenda, sotto una pineta, vicino al mare. Mi sarebbe piaciuto sentire per prima cosa il profumo balsamico degli aghi di pino, poi quello salato e ventoso dell’acqua mischiato al rosmarino.
Sarebbe stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, sotto gli alberi.

Il secondo posto dove avrei voluto svegliarmi era casa mia, anche se a casa mia tutti quei profumi non ci sono, e infatti ho aperto gli occhi nel mio letto, e fuori c’era comunque un odore pulito di verde umido e di notte appena passata, un odore che poi viene il sole a cancellare.
È stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, in giardino.

Qualche volta per essere felici bisogna sapersi accontentare.

fenomenologia dello scambio di casa/4: imprevisti

Quando si va in vacanza bisogna sempre scegliersi bene la compagnia. Quando scambi casa tua con quella di un altro, la compagnia la devi scegliere meglio.

Per esempio, dalla mia esperienza posso dire che vale sempre la pena portarsi appresso un ingegnere, o un falegname, o un meccanico. Insomma, un uomo che abbia dimestichezza con il bricolage (mio marito mi perdonerà se non lo annovero nella categoria), perché potrebbero sempre verificarsi degli inconvenienti tipo un buco nel materasso gonfiabile su cui bisogna dormire (Santiago de Compostela) oppure un crollo della struttura del letto Ikea (Boenningheim). Se al buco del materasso si può ovviare con del mastice e un pezzetto di gomma come quello con cui tutti noi bambini degli anni 70 aggiustavamo la bici, per il crollo del letto ci vuole una certa perizia tecnica e dell’abilità manuale consolidata negli anni.

In ogni caso, nel dubbio, se dormite a casa d’altri sdraiatevi con prudenza. Noi, ci portiamo via Luigi.