Dopo otto scambi di casa e altrettante esplorazioni di abitudini di vita altrui posso affermare che il mio vero incubo è la raccolta differenziata.
Anche se a casa mia tendo a separare anche i pezzetti di plastica dei tetrapack o le finesterelle trasparenti delle buste di carta, non credo di essere una persona fanatica, è solo che penso che il rigore riguardo alla raccolta dei rifiuti sia giusto nei confronti del pianeta e del personale delle aziende municipalizzate che poi quei rifiuti li devono in qualche modo raccogliere. Quindi io lavo le vaschette di plastica, sciacquo i brick del latte eccetera.

La prima cosa che faccio quando arrivo a casa dei miei ospiti è guardarmi intorno, in cerca di cassonetti/bidoni condominiali/indizi sulle modalità di raccolta.
In genere le possibilità sono tre: la raccolta porta a porta, la raccolta condominiale (di solito in luoghi tetri nel sottosuolo) o il conferimento diretto nei cassonetti esterni.
Ogni città differenzia a modo suo: c’è chi separa l’organico e chi no, chi mette insieme il metallo con la plastica e chi con il vetro, chi plastica e metallo insieme e vetro a parte, chi tutto insieme a parte la carta, chi tutto insieme inclusa la carta. C’è chi queste cose le spiega e chi lascia che l’ospite le scopra da solo (anche quella è una bella sfida, comunque).
Il fatto è che per riuscire nell’impresa di differenziare i rifiuti in casa altrui è indispensabile uscire dai meccanismi dell’abitudine. Qualche errore capiterà senz’altro lo stesso, perché si fa presto a dire plastica: ma plastica come? il polistirolo è incluso? e la pellicola? la plastica morbida? i vasetti dello yogurt? le vaschette? E il tetrapack con la carta o con la plastica?

Senza pretendere la stessa cosa dai miei ospiti, ho comunque redatto delle istruzioni che a me sembrano piuttosto chiare su come separare i rifiuti e dove conferirli. Ho allegato anche l’opuscolo delle Aziende con le figure a colori, in modo che siano comprensibili anche senza le parole.

Illusa.

Da me la plastica (tutta) e il metallo vanno insieme, la carta da sola, il secco a parte, il tutto raccolto porta a porta. Nei cassonetti vanno l’umido (bidone marrone) e il vetro (cassonetto verde).

Finora al mio rientro mi è capitato di trovare: un unico grande miscuglio indifferenziato senza sacchetto dentro il bidone del secco; l’umido nel bidone del verde in giardino (dopo 15 giorni di temperature tropicali era ridotto a una massa marcescente, terreno ideale per alcuni milioni di vermi piuttosto in salute); la plastica nel secco; i tetrapack nella plastica; l’umido nel secco; chi più ne ha più ne metta.

Ma è così difficile mettersi nei panni altrui? Leggere le istruzioni? Cercare di rendere le cose semplici ai padroni di casa al loro rientro? Aprire gli occhi e guardarsi intorno?
Dopo l’ultimo scambio ho passato una mattina a separare i rifiuti, e se togliere i cartoni del latte  e dei succhi di frutta dal sacco della plastica non è stato un gran lavoro, mi sarei volentieri risparmiata quello di svuotare l’umido in putrefazione dal bidone del giardino.
Ho abbastanza ottimismo per pensare che questi errori non siano stati intenzionali, ma li ritengo comunque errori facilmente evitabili, con una minima dose di empatia, buon senso e curiosità per le abitudini altrui.

La cosa che ho imparato da tutto questo è che non si è mai sufficientemente chiari quando si danno istruzioni a chi ha abitudini completamente diverse dalle tue.

Ho imparato anche che non sempre le persone hanno la sensibilità che vorresti, ma questo fa parte del viaggio (ovviamente mentre svuotavo il bidone putrefatto lo pensavo con altre parole, appena appena meno accomodanti)

Ebbene sì, da qualche anno siamo scambisti*. Quando lo raccontiamo gli amici ci guardano con sospetto, poi man mano che spieghiamo come funziona lo sguardo diventa più tenero, come quando ti incanti davanti all’innocenza dei bambini.

In effetti per lasciare le chiavi di casa tua in mano ad un estraneo devi avere una certa fiducia nell’umanità, devi credere nelle buone intenzioni, nella bellezza della condivisione; non devi essere troppo geloso delle tue cose: il tuo letto, il tuo cuscino, il tuo forno (io sono un po’ gelosa del mio forno, ma me la faccio passare), le tazze della colazione preferite, i gatti e soprattutto devi aver voglia di vedere come vivono gli altri, a tuo rischio e pericolo (si fa per dire, ma neanche tanto).

Per prima cosa devi armarti di consapevolezza: devi sapere che le persone probabilmente tratteranno la tua casa come farebbero con la loro, solo che tu, come le persone trattano la loro casa, non lo puoi immaginare.

Le abitudini sono la cosa meno globale dell’universo: ognuno ha le sue. E qualche volta, lo scoprirai presto, le abitudini altrui sono molto più strane di quanto avresti mai potuto immaginare.

Quando preparo la mia casa per uno scambio la tiro a lustro molto più di quando ci devo abitare io. Parto dall’idea che ognuno nello sporco suo, con dei limiti, ci può anche vivere. Non sono una fanatica della casa asettica, qualche volta la mia cucina versa in condizioni pietose e per pigrizia e cialtroneria posso anche non preoccuparmi della polvere sulle mensole o del disordine in soggiorno (mio marito sopporta in silenzio da vent’anni). Se a casa mia ci deve venire qualcuno però voglio che non abbia l’imbarazzo di entrare in contatto con la mia spazzatura, pulisco negli angoli, riordino il caos perenne che è la mia lavanderia, controllo che la biancheria sia in ordine, che la dispensa e il frigo siano sgombri dei cadaveri che li abitano di solito (o quantomeno cerco di riporre lo scatolame aperto in modo che non dia fastidio e che sia ben riconoscibile). In genere mi precipito anche a sistemare le cose che da mesi non funzionavano, chiamo l’idraulico, faccio un salto all’ikea per sostituire un mobiletto rotto, sbrino il congelatore. Alla fine la mia casa è la casa dove vorrei abitare sempre. Pulita, in ordine, come nuova.

Nel mondo, però, ci son persone che hanno uno standard di pulizia molto distante dal tuo livello minimo accettabile, o che non si premurano di svuotare il cestino del bagno o il bidoncino dell’umido sotto il lavello prima del tuo arrivo. Addirittura, c’è anche chi non ha la delicatezza non dico di farti trovare i letti pronti ma almeno di togliere le sue lenzuola prima del tuo arrivo.  Ci avresti mai pensato? Io no, ma poi mi è successo.

Quindi ti metto in guardia: sappi che al ritorno da una bellissima vacanza in una casa dall’igiene un po’ dubbia ma comunque accettabile, potresti trovarti a casa tua a pulire il water perché ai tuoi ospiti non è venuto in mente di usare lo scopino, ma non dovrai mai mai mai arrenderti perché avrai comunque guadagnato qualcosa dall’esperienza: ti ricorderai che i maschi divorziati francesi non sanno che i bagni  di tanto in tanto si devono pulire, e che i belgi sopportano la polvere molto più di noi e ignorano che il wc net ha il becco inclinato per arrivare negli angoli nascosti (ma la pubblicità una volta non lo spiegava?). E insomma, mentre pulirai le piastrelle della cucina schizzate di sugo ti sentirai molto cosmopolita, conoscitore dell’Europa e maniaco della pulizia come non mai.

*al netto di accezioni di dubbia moralità

Ieri sono andata al cinema a vedere Faber in Sardegna, il documentario su De André, e mi è venuta della gran nostalgia insieme a una serie di propositi fascinosi ma irrealizzabili.
Prima volevo andare a vivere in Sardegna con le mucche per  cercare la mia creatività (ma era per via della casa: come si fa a non desiderare di vivere per sempre in una casa così?). Poi ho deciso che quando sono morta voglio avere anch’io degli amici che parlano di me con le lacrime agli occhi e che mi sognano due volte al mese. Poi rivolevo andare a vivere in Sardegna ma senza mucche (troppa fatica, al massimo potrei coltivare dei pomodori) e a patto che qualcuno mi venisse a trovare ogni settimana. Poi mi è rimasta la nostalgia, per fortuna che in Sardegna ci vado presto in vacanza e mi posso portare la musica e al limite anche dei pezzi di carta da trasformare, per vedere se funziona anche per me, la magia.

Vi lascio questa


 (per Batchiara)

Il più grande dramma dell’uomo moderno – ma forse più semplicemente dell’uomo tout court – sta nella sua incapacità di percepire la bellezza anche, e soprattutto, dove apparentemente bellezza non c’è.

Non che sia un problema di facile soluzione: sarebbe utile un allenamento – o una strategia, un pensiero laterale, una magia – che ci aiutasse ad affinare i sensi nel tentativo di estrapolare dalla superficiale mediocrità del quotidiano quel che di sorprendente esiste,  quasi sempre. L’abitudine alla banalità, però, è una zavorra di cui difficilmente ci liberiamo.
È tanto più difficile perché quasi mai esiste una bellezza assoluta, lasciarsi guidare dalla sensibilità altrui non sempre porta a risultati davvero soddisfacenti e si finisce per accontentarsi della forma più scontata del bello senza intraprendere mai con convinzione un percorso personale verso la meraviglia.

Poi capita – ad alcuni se non a tutti – che in momenti di particolare apertura mentale, o di congiuntura inspiegabilmente propizia,  il mondo improvvisamente riveli le sue ricchezze, fino a quel momento mimetizzate dietro strati di consuetudini. E allora non bisogna perdere l’occasione di lasciarsi condurre dalla sorpresa, di cogliere il presentimento, di navigare oltre il tangibile per esplorare possibilità.

Io, in questo istante, sto vivendo questo momento magico in cui ogni cosa trova senso. Non è importante che il dettaglio rivelatore sia un profumo che emerge dallo smog o una parola insulsa che assume un significato nuovo o ancora un’orrenda fetta di prosciutto in campo beige che si trasforma in un oggetto con una sua dignità*. Il percorso mentale ed emotivo è sempre lo stesso e si porta dietro un circolo virtuoso di energia e entusiasmo che funziona da antidoto allo sconforto.

Se solo avessi idea di quale sia il catalizzatore di questa reazione a catena potrei fare il bene dell’umanità, me lo sento.

IMG_0194 IMG_0195* dove la dignità dell’oggetto ha valenza squisitamente soggettiva

Ça sent les marais salants
pendant qu’on voit disparaître le Gois,
pas à pas jusqu’au bout d’un souvenir.

Océan, débrouille mes noeuds.
Attends-moi là où tu m’as bercée,
ivre de désirs à suivre.

E poi, dopo tre giorni, come in ogni resurrezione che si rispetti, anch’io alla fine torno a nuova vita.

Soffro di emicrania e ogni volta, allo scadere del terzo giorno – quando improvvisamente il dolore comincia a sollevarsi dalla mia testa e nel giro di qualche ora mi lascia leggera, ancora un po’ intontita ma libera dalla morsa che mi ha costretta a 72 ore di morte apparente, accartocciata su me stessa tra il divano e il letto, in penombra a contare i minuti – non riesco a impedirmi di pensare che la scomparsa del dolore sia la forma di piacere più grande che si possa provare.

Forse è una magra consolazione, oppure è un tentativo inconscio di trovare un’utilità (anche se certamente non uno scopo) a una cosa che apparentemente utilità non ne ha e, anzi, rende impossibile qualunque attività quotidiana.

Forse sono pazza però la percezione chiara della mia vita di nuovo integra e fluida oggi mi sembra una cosa bella di per sé. Bisogna approfittarne: gli occhi aperti, il respiro lungo, la pelle distesa.

Il segreto per un’unione duratura è avere un marito che sa che regali farti.

Non è questione di quanto può o vuole spendere, non è indispensabile che si ricordi gli anniversari senza dimenticare un pacchettino con il fiocco: è importante che abbia sempre chiaro il modo in cui può stupirti con la cosa che desideri di più nel momento in cui non te lo aspetti.

In questo momento si sta sciroppando sessanta chilometri al posto mio per portare i figli dal dentista, come regalo direi che lo considero al pari di una collana di diamanti.

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