nel mondo di qua

In paradiso, è una certezza, è sempre stagione di pomodoro e melanzane, i meloni sono tutti dolci, le ciliegie si mangiano senza guardare il verme perché il verme non c’è, e le ultime due si mettono intorno all’orecchio prima di sorridere, o durante. Nell’aria c’è odore di mare e elicriso.
Quindi è estate.

In paradiso quando giri l’angolo ti investe un profumo di olea, quindi è primavera, oppure autunno. Dipende se hai voglia di fragole e panna o di castagne davanti al caminetto.

Se cambi strada forse senti il calicanto, quindi è inverno. Infatti i gatti vengono ad acciambellarsi sulle tue gambe, le giornate pianissimamente si allungano e tu sotto la tua coperta sogni vestiti leggeri e gambe nude, presto.

La cosa migliore del paradiso però è che puoi mangiare la pizza tutti i giorni, se vuoi. Nel mondo di qua, no.

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il post definitivo sulla più efficace tecnica di scelta e acquisto di un libro di carta (usato)

Da quando ho un kindle (quindi da diversi anni: è un modello vecchio, che ho sballottato per mari e per monti dentro borse e borsoni senza custodie né precauzioni ma se la passa ancora benissimo) leggo abbastanza in formato elettronico ma anche e ancora molti libri di carta; quel che è cambiato è che compro pochissimi libri nuovi  e invece molti libri usati: il motivo non lo so.

Probabilmente la vicinanza con Galla+Libraccio in fondo a Corso Palladio aiuta: se cerchi un libro che è uscito da un po’ non costa nulla fare un giro prima di là e poi, una volta che sei dentro, ti piglia il furore d’aver libri (cit.) e sei fregato. Trovo raramente quello che stavo cercando però non capita mai che riesca ad uscire senza comprare qualcosa.

Negli anni ho messo a punto una tecnica di scelta dei libri usati che secondo me è infallibile: sono necessari un po’ di pazienza,  un occhio di falco e delle idiosincrasie come io sola ho.

Innanzitutto parto un po’ svantaggiata per via della mia altezza: da Galla+Libraccio le scaffalature, giustamente, occupano tutto lo spazio che possono perché i libri hanno l’inconveniente che, non sembra, ma sono ingombranti. Il mio metodo infallibile parte dal presupposto di considerare solo i libri che posso vedere per intero, quindi quelli sotto il metro e sessanta di altezza, ma voi potreste essere più fortunati.

Per prima cosa vanno individuati i volumi che sono usati per davvero perché sono quelli il mio bottino ideale, quindi scarto  con un’occhiata quelli incellofanati, o che compaiono in più copie: è una cosa che richiede un po’ di tempo perché va fatta metro per metro e scaffale per scaffale ma una volta acquisita la tecnica diventa un gioco da ragazzi. Poi elimino senza pensarci due volte le edizioni odiose (ognuno ha le sue, io non starò a dire quali sono le mie ma, come ho già scritto altrove, sono snob).

Il secondo stadio consiste nell’aguzzare la vista per selezionare i volumi che sono palesemente stati letti, usati, manipolati. Qualunque lettore sa che una brossura mostra in fretta i segni dell’usura: delle righe verticali o una curvatura anomala del dorso ne sono l’indizio più evidente; è più difficile individuare un’edizione cartonata che forse si farà smascherare dalla sovraccoperta o dal taglio superiore: le carte leggermente imbrunite, o sgualcite, o semplicemente non perfettamente allineate: certo, ci vuole dell’allenamento e io, modestamente, ce l’ho.

Tra tutti questi volumi mi interessano quelli che, oltre ad essere stai letti o almeno presi in mano da qualcuno portano i segni della loro vita precedente. A me va bene tutto: una dedica, qualche nota, sottolineatura, commento. Più di tutto mi attraggono gli ex libris, segno che quei libri sono stati anche probabilmente amati. E le cartoline, i segnalibri, i biglietti di varia natura che la gente ci dimentica dentro. Non si può immaginare quante cose si dimenticano tra le pagine di un libro.

A questo punto in genere ho individuato almeno tre o quattro possibili acquisti e posso scegliere in base al titolo, all’umore, al sentimento: dipende. Qualche volta li prendo tutti e quattro.

Questa attività la consiglio per tutti i momenti in cui hai una mezz’ora da perdere perché piove o devi aspettare il bus, il marito che fa shopping, i figli in palestra, l’orario di inizio del cinema, o anche per tutte le volte in cui vuoi perderti tu: provare per credere. Voi che potete, cercate magari tra gli scaffali più alti: c’è tutto quello che ho lasciato io.

 

una questione irrisolta

Una cosa che mi chiedo da almeno trent’anni e un po’ è questa: l’empatia è una fortuna o una condanna? L’attitudine a condividere in modo viscerale le emozioni altrui ci rende più utili o solo più indifesi?

Me lo domando ogni volta che non riesco a impedirmi di tormentarmi o commuovermi – come se quella vicenda mi toccasse da molto vicino – per una foto, un racconto, un documentario, perfino un libro o un film frutto della fantasia di un autore particolarmente dotato per l’esplorazione dell’animo umano.

Quello che mi disturba è sentirmi perennemente in balia di emozioni che non so governare in generale, ma tanto più quando mi appartengono solo di riflesso. Mi coglie alla sprovvista qualunque sentimento che riconosco, e soffro e gioisco di continuo per i fatti miei e altrui e mi vergogno, e faccio fatica a mostrarmi, quando piango per la sofferenza di qualcuno o, non meno spesso, per la sua felicità.

Mi aiuterebbe sapere che tutto questo ha una funzione e un’utilità ma, al momento, non ne sono affatto sicura: il più delle volte, dopo che sto male per giorni per vicende su cui non posso influire in alcun modo, mi sento solo particolarmente scema.

a me gli occhi

Negli ultimi mesi mi è capitato più di una volta di trovarmi tra il pubblico durante una conferenza, un incontro culturale, una lettura e ho scoperto questa cosa che prima non sapevo, anche se poi, a ripensarci, potevo accorgermene prima: quando il presentatore/oratore/relatore  guarda il pubblico, se è molto scafato e abituato alla situazione sposta lo sguardo da uno all’altro nelle prime file o anche in quelle dietro. Se è timido o impacciato o semplicemente non ama essere al centro dell’attenzione, punta gli occhi nei miei dall’inizio alla fine come se parlasse a me e a me soltanto.

Forse ho un superpotere e non lo sapevo

poi dicono l’adolescenza

Sto lavorando quando viene a dirmi: “Io esco, torno a qualche ora nel pomeriggio”. Gli rispondo: “OK” quasi senza guardarlo, mentre sto infilando un ago, concentrata.

“Allora ciao” mi fa, e mi appoggia le labbra sulla fronte in un bacio piccolo, di quelli che danno le madri ai figli come a benedire sogni, o pensieri. O i figli alle madri per regalo, in giornate qualunque che diventano improvvisamente speciali.

 

vorrei ma non so

Dovrebbe esistere un tempo massimo entro cui passino di default tutte le ferite dell’anima, e forse c’è, ma quale sia questo tempo io non lo so. Sono certa che qualunque dolore per un abbandono, lutto o amore sfortunato dopo un po’ smetta di sanguinare, anche se ho il sospetto che in certe persone restino cicatrici, nascoste, anche dopo tanto, tanto tempo.

Io certe volte le cicatrici le vedo e però non sono capace di domandare, e lo so, che il confine tra  la discrezione e il disinteresse è sottile.
Non ho rimedio, come non ho rimedio al tempo che tarda a fare il suo dovere

per tutto il resto c’è il Toradol

L’ospedale è quel posto in cui il dolore, proprio e altrui, riempie il tempo e i silenzi. I silenzi in realtà non sono tantissimi, il tempo invece sì: quando sei malato o reduce da un intervento non hai molto da fare oltre ad aspettare, dormire e fidarti di chi ti cura. Io un po’ del mio tempo l’ho passato a riflettere.

Il dolore secondo alcuni non serve assolutamente a nulla e anzi va eliminato appena arriva o meglio: ancora prima. Per altri invece è una specie di prova di fede o di resistenza o di qualcos’altro e va sopportato in silenzo, o in preghiera, come fosse una benedizione o una medaglia al valore. Io per la verità, fino a ieri, non avrei saputo bene dove collocarmi perché se credo che il dolore non ti santifichi in alcun modo, credo anche che imparare a sopportarlo entro un limite ragionevole sia salutare, se non direttamente per il corpo, almeno per la mente. Lo dico da fifona.

In genere sono una che sopporta malissimo i suoi malanni, però almeno in questa breve parentesi chirurgica ho imparato molto su di me.
Lo ammetto, non ho sofferto un granché: l’anestesia è una delle grandi invenzioni dell’umanità, gli antidolorifici funzionano e le tecniche chirurgiche moderne rendono il tutto il meno pesante possibile. Ciò non toglie che di tanto in tanto nell’ultima settimana qualche dolore si sia fatto sentire.
Quando capita, di solito, le infermiere ti chiedono quanto male hai da zero a dieci e tu ti trovi a tirare fuori il metro. Io ho un metro doppio – come quello delle sarte, che da una parte è giallo e dall’altra è azzurro – da una parte ho il metro del dolore inutile (livello massimo, l’emicrania special edition: per fortuna è rara), dall’altro quello del dolore con uno scopo (livello massimo, il parto: nel mio caso, due volte nella vita). Il livello massimo è uguale ma la percezione, e il ricordo, diversissimi.

A un certo punto mi sono trovata a pensare: “Ma non vorrai mica davvero lamentarti per questo? Una cosa che sta al livello quattro, massimo quattro e mezzo del metro lato giallo? Ricordati dei dolori veri!”
Però questo dialogo di buonsenso tra me e me non funzionava, e allora ho capito che esiste un altro metro ancora: quello del dolore inutile E incomprensibile, che non sai se sia un buono o un cattivo segno, che non sei sicuro che si fermi o che aumenti, che magari non capisci perché ti viene, se non ti hanno spiegato cosa ti è successo e cosa devi aspettarti. Questo dolore qui è il meno sopportabile di tutti e certe volte vorresti essere drogato pesantemente per un mal di pancia con cui normalmente vai a lavorare senza fare storie; poi magari basta una parola che te lo spieghi, da parte del medico o dell’infermiera, e lui torna ad essere quello che è: un male passeggero che puoi permetterti di ascoltare per un po’ prima di decidere se sei in grado di gestirlo o no. Se non sei in grado di gestirlo devi fare in modo che non ti fagociti, e il ricorso alla droga pesante torna una soluzione del tutto ragionevole.

Il dolore inutile infatti, nel momento in cui ce l’hai, è la cosa peggiore che esista, perché ti ruba i pensieri, ti isola dal resto del mondo, ti impedisce di credere che ci sia qualcosa all’infuori di lui. Quando passa, però, lascia una scia di cose anche positive.
A me, per esempio, l’improvvisa consapevolezza del dolore degli altri. La gioia del pensiero di nuovo fluido. La bellezza della pace, mai abbastanza apprezzata quando si sta bene.
In questo senso, credo che un certo controllo sul nostro dolore, ogni tanto, farebbe comodo impararlo, con la certezza che non ci regalerà la vita eterna ma magari un po’ di forza, di fiducia in noi stessi, di empatia e di gratitudine sì.

ehilà!

Il primo vantaggio di avere dei figli grandi che ormai di tanto in tanto, almeno per alcune ore del giorno o della sera, lasciano il nido, è che finalmente in certi frangenti puoi fare un po’ di rumore.

Così poi capita che ti accorgi di aver lasciato tutte le finestre aperte.

la mia madeleine

Non sono una grandissima golosa di dolci: non impazzisco per i biscotti, le torte le mangio volentieri solo se sono molto buone o se contengono della frutta, amo i gelati d’estate ma posso farne a meno d’inverno e i croissant sono uno dei miei pochissimi vizi ma se dovessi rinunciare al dolce per il salato non ci penserei due volte. Eppure ho da sempre un’insana passione per le madeleines e ancor di più per le madeleinettes (la s la devo mettere o no? io ce la metto perché senza ci manca qualcosa): se mi capitasse di averne a disposizione un quintale dovrei trattenermi per non mangiarle tutte. Peggio delle patatine, dei bagigi col wasabi, degli anacardi salati.

Per questa ragione, in qualche momento della mia vita ho pensato bene di comprare i famosi stampini, che già a guardarne la forma ti pregusti delle meraviglie. Una mia amica mi ha gentilmente fornito una ricetta collaudata di sicuro successo, che si è rivelata una cocente delusione: le madeleines sono venute belle e anche buone ma non erano loro.

Ho deciso di riprovarci, e per non sbagliare ho fatto affidamento sul Larousse gastronomique, edizione 1967, una specie di Bibbia dei classici, secondo cui la madeleine altro non è che un quatre quarts in cui il burro va aggiunto fuso, alla fine. Perfetto. Leggiucchio altre due o tre ricette sul web e sfodero qualche elementare conoscenza pasticciera per ovviare alla scarsità di dettagli sul procedimento (la Bibbia non si perde in futili spiegazioni) e sforno questi dolcetti profumati, dall’aspetto e consistenza pressoché perfetti. Eppure.

Eppure la mia madeleine, l’ideale archetipico di madeleine, quella dei ricordi d’infanzia, da sbocconcellare nei viaggi in treno durante l’adolescenza, da allungare ai bambini come merenda nei viaggi in macchina su e giù per la Francia, è diversa. Più qualcosa. Cosa manca a quelle uscite dal mio forno? Degli aromi? (che ovviamente la Bibbia non nomina e di certo stigmatizzerebbe) Dei grassi idrogenati? (io ho usato un panetto di sanissimo burro). Della magia? (forse). Proust, santo cielo, invece di perdere tempo a cercare il tempo perso potevi mica scrivermi per bene la ricetta?

(per la verità credo manchi la mandorla, di cui però nella Bibbia non si fa menzione. In pratica la mia vita è costellata di madeleines farlocche)