nonna papera de noantri

Quando ero piccola non volevo fare la parrucchiera (la ballerina forse sì, prima di rendermi conto che sono negata. Peccato per il tutù); adesso che sono grande non volevo fare la foodblogger che è un mestiere in cui ti tocca:

1. preparare dei piatti, che ti sei inventato o hai copiato molto bene in modo che sembrino tuoi, e ricordarti la ricetta per scriverla sul blog
2. impiattarli in modo artistico e appetitoso
3. fotografarli su un tavolo pulito e ordinato con delle tovaglie ricamate o tovaglioli di lino e degli accessori (piatti, bicchieri, posate) ogni volta diversi ma sempre perfetti

Siccome io non so ricordarmi una ricetta che sia una, figuriamoci quando me la sto inventando, ho scarsissimo interesse per gli impiattamenti (lo so, è un problema mio) e non so fotografare, oltre a non possedere ottomila piatti diversi e settordici servizi di posate e bicchieri, ho pensato che il mio rapporto con la cucina avrebbe dovuto limitarsi al mio abituale spignattamento quotidiano o al massimo quello delle feste, in cui ci si applica con più impegno per elaborare qualche piatto meno banale da propinare ad amici e parenti.

La cosa essenziale è che io non sia costretta a seguire pedissequamente una ricetta: non per il principio, ci mancherebbe, è proprio che non sono capace.
Per esempio, se devo fare una torta di mele, dopo averne lette alcune decine per ispirarmi, prendo gli ingredienti canonici e li mescolo un po’ a casaccio seguendo un criterio tutto mio con quelle che nella mia testa sono delle proporzioni plausibili. Il numero delle uova dipende da quelle che ho in frigo, se ne ho tante ne metto tre o quattro, se ne ho poche due oppure una; quando sono presa molto male perché uova non ne ho, ma ormai ho deciso che la torta s’ha da fare, preparo la tatin, anche se per la verità nell’impasto della tatin un uovo ci andrebbe.
Tutto questo conferma la regola universale per cui nelle torte di mele ci puoi mettere quello che vuoi in proporzione variabile ché tanto vengono sempre buone: sembra impossibile ma se hai poco burro, poche uova, poco zucchero o poca farina basta abbondare con le mele.

Se hai poco di tutto fai un muffin, che però finisce subito.

tapirulàn/2

Dopo due o tre settimane dall’acquisto del tapis roulant sono  queste le cose che ho capito:

Dopo i primi venti minuti, che sono i più noiosi, uno può anche camminare all’infinito.

Nei programmi americani alla TV la gente è sempre bella e bionda, a meno che non siano serie trash su persone obese, disagiate, nane o deformi.
Se hai superato i trent’anni sei interessante solo se ne dimostri sessanta e vuoi affrontare un intervento di chirurgia estetica estrema per tornare alla tua età reale, cioè 31.

Negli stessi format in altre parti del mondo le persone sono normali, spesso né belle né brutte, e ti prendono nei cast dei programmi anche 40 anni e oltre.
Se sei i Pooh o Raffaella Carrà anche molto oltre.

Nei telefilm polizieschi canadesi ci sono le sparatorie ma senza dettagli splatter e quasi sempre senza morti.
La gente il pomeriggio a casa offre agli ospiti il tè fatto con la teiera e non con le bustine dentro la tazza come fanno gli americani statunitensi quando non bevono il caffè, e cioè quasi mai.

Correre, dopo due minuti mi sono già frantumata le palle. Non lo faccio più.

Il tapis roulant, i gatti lo pisciano.

a chilometro millemiglioni

Oggi sono entrata nel mio supermercato preferito: una cosa che, a volerle dedicare il tempo che ci vorrebbe, uno potrebbe perderci mezza giornata.

La cosa che mi piace tantissimo di questo posto è che gli alimenti sono divisi all’incirca per provenienza geografica.
Passeggiare tra le corsie è un po’ come fare il giro del mondo, e esattamente come quando giri per il mondo, ti capita di sentirti a tuo agio in certi posti più che in altri.
Io, per intenderci, mi sento molto attratta dalla zona indiana, compro sacchetti di miscele di spezie sconosciute sulla fiducia, mi porterei a casa qualunque barattolo di chutney o salsa piccante.
Invece divento particolarmente sospettosa in zona Estremo Oriente: mi fido pochissimo degli (apparentemente) antichi pacchetti cinesi che grondano glutammato e polvere, leggo tutte le etichette e poi compro quasi esclusivamente la roba thai che per qualche ragione mi dà più affidamento, molto probabilmente per merito esclusivo del packaging.
I sudamericani hanno uno scaffale pieno di roba zuccherosa che mi alletta poco, a cui do uno sguardo comunque per la curiosità: zuccheri, melasse, cioccolate, budini e dulce de leche. Ho già detto zuccheri?
L’Africa è un continente meraviglioso e completamente inesplorato (da me) infatti di tutta la corsia non conosco nemmeno un ingrediente, ci sono sacchetti di spezie, pesce secco, frutta secca, carne secca, roba strana secca, più una miriade di cose misteriose che comprerei se sapessi come usarle, o forse a ben vedere anche no.

In ogni caso mi sembra di essere al luna park, al posto delle giostre ci sono lo scatolame più variopinto che si possa immaginare, dei freezer da cui ti aspetti di veder uscire pinne di pescecane, antilope e fette di balena, frigoriferi da cui occhieggiano frutti esotici e verdura di cui è impossibile immaginare il sapore ma che solo a vederli ti fanno sognare mondi lontani.

Ogni volta che entro in questo posto mi viene da pensare a quanto variegato sia l’universo del cibo e a come le abitudini alimentari siano profondamente parte di noi, per quanto ci possiamo considerare dei gastro-curiosi (una brutta parola che però esiste).
Nella mia cucina, per dire, è imprescindibile l’olio d’oliva (e un po’ anche il burro): in questo supermercato l’olio d’oliva e il burro ovviamente non esistono, mentre invece ho potuto contare oli “alternativi” a decine: olio di palma (uno scaffale di almeno cinque metri), cocco, sesamo, soia, cumino nero, etc… senza contare le margarine e i grassi di origine e composizione ignota.

Oggi ho comprato ingredienti di tutti i continenti presenti: riso basmati, ghee e qualcosamasala, noodles e latte di cocco, patate dolci, una salsa di peperoncino, un agrume curioso.

L’Oceania non è contemplata, peccato. In compenso c’erano le fave secche. Pugliesi.

vogliatemi bene lo stesso

A proposito di onde gravitazionali, ho letto Sette brevi lezioni di fisica e l’unica cosa che ho capito – a parte che l’universo è e sarà sempre pieno di mistero e fascino, e che l’uomo ha la naturale tendenza a cercare di capirne di più, cosa che però già sospettavo – è che la mia forma di pensiero è davvero quanto di più distante dall’impronta mentale del fisico.

Dev’esserci una zona del cervello adibita alla comprensione di certe correlazioni tra le cose e la loro misura, il loro funzionamento, la loro prevedibilità, che a me manca completamente: la realtà mi piace osservarla nel più completo stupore.

Naturalmente nel più completo stupore osservo anche coloro che invece le domande giuste se le fanno e anzi ho scoperto che in fin dei conti, in pratica, se ho capito bene, per occuparsi di fisica bisogna essere in un certo senso anche un po’ filosofi.
Non necessariamente viceversa.

camper non pervenuto

Da qualche tempo ho questa voglia di tornare in campeggio: il campeggio è la vacanza per eccellenza, nel mio immaginario (immaginario supportato da ricerche empiriche tipo alcuni decenni passati tra roulotte, carrello tenda,  canadese/igloo e una fantastica tenda a casetta Ferrino usata una volta e poi riposta in garage, mio malgrado).

Adesso mio marito si è messo a guardare le moto sull’internet, me ne ha anche mostrate due, una rossa e una gialla, le marche non me le ricordo, i modelli non li ho nemmeno chiesti. Belle.
“Quale preferisci?” mi ha chiesto.

Vado a spolverare la tenda.

in maschera

Quando ero piccola mi piaceva mettermi in maschera. Alle elementari, grazie al fatto che piccola ero e piccola tendevo a rimanere, credo di avere sfruttato per cinque anni di seguito lo stesso bellissimo vestito da principessa cucito da mia nonna: raso azzurro, maniche di pizzo e cuffietta argentata. Dalle medie in poi (anche se dei Carnevali delle medie, dico la verità, non ho ricordi) furono costumi autoprodotti, dei più vari.

Da qualche anno devo confessare che Carnevale lo aspetto più per le frittole che per i travestimenti, e anche i miei figli mi hanno sempre dato pochissima soddisfazione in tal senso, infatti sono secoli che l’idea di un vestito o una festa in maschera non li sfiora neanche lontanamente. Figuratevi a me.

Quest’anno però ho deciso che una cosa per festeggiare il Carnevale potevo farla: mi sono comprata un paio di scarpe col tacco, bellissime, che mi servivano moltissimo, e le ho usate almeno in tre occasioni nelle ultime settimane. Per vestirmi da femmina.

Non mi ha riconosciuto nessuno.

tapirulàn

Da una settimana o poco più a casa mia è approdato un tapis roulant, che adesso campeggia in bella vista in un angolo del soggiorno che sarebbe anche defilato, se non fosse che l’attrezzo, detto anche il coso, di dimensioni ragguardevoli, è difficile che passi inosservato. Finiremo con l’affezionarci.

Nel frattempo mio marito, il proprietario del coso, che finalmente ha potuto coronare il suo sogno dopo anni di ostruzionismo da parte mia, si gode la sua creatura ogni volta che può, nel tentativo di dimagrire/abbassare la pressione/dimostrarmi che la sua decisione di comprare il tapirulàn era buona e giusta.

D’altro canto io, di buon mattino, mi faccio la mia mezz’oretta di camminata veloce guardando degli stupidi telefilm senza senso di colpa (sto facendo sport) perché solo una cosa sarebbe più molesta di dover sopportare un affare del genere tra le palle i piedi, ed è sopportare un affare del genere tra i piedi per niente.

Ma a questo proposito ci aggiorniamo tra un paio di mesi.

i blog sono morti ma gli zombie vanno molto di moda

È successa questa cosa un po’ strana ma bella.

Non me ne sono accorta immediatamente perché io apparentemente andavo per la mia strada: mi è capitato un po’ per caso di riesumare il feed reader, anzi di cambiarlo, perché dopo la morte di google reader (il più grande dispetto che quelli di google abbiano mai fatto all’uomo moderno, infatti da quel momento io un po’ li ho in antipatia odio) avevo sì ripiegato su qualche clone ma non mi ci ero mai sentita veramente a casa, e infatti a parte qualche momento nostalgico non lo aprivo mai, e se lo aprivo ci trovavo dentro tanta di quella roba che alla fine cancellavo quasi tutto senza leggerlo e bon.

Poi appunto mi han detto che esisteva questo e ho deciso che era ora di fare ordine, nella mia testa, nelle mie letture e anche nel mio nuovo reader. Ho eliminato qualcosa una caterva di roba, ho seppellito i morti (si fa per dire), ho ritrovato cose dimenticate. Ho cominciato a tenerlo sempre lì aperto, come una volta, e ho fatto una scoperta.
La Lia ha ricominciato a scrivere. Lo Zio Bonino ha ricominciato a scrivere. La cosa incredibile è che anche io, all’incirca nello stesso momento, avevo ricominciato a scrivere buttare giù qualcosa che assomigliasse a un post: trend setter si nasce, è evidente, a modestamente noi lo nacquimo (semicit.).

La Lia e lo Zio parlano di cacca e io no, ma non si sa mai: potrei farmi venire in mente qualcosa in tema, ché in fin dei conti è un argomento universale.

(mancano solo la sidgi e lo splendido, poi secondo me possiamo fare una banda zombie coi fiocchi)