persone, per strada/1

Curvo, molto curvo, cammina piano: nella destra un bastone, da sostegno più che da passeggio.
Nella sinistra la mano di un uomo più giovane, che paziente asseconda la lentezza dei passi.

Non è così che immagino la mia vecchiaia – non così curva, almeno – ma chi può mai saperlo…
E invece magari è così che devo sperarla, una mano nella mano a renderla più lieve.

un gesto

Riconosco il gesto di una mano a cercare un’altra mano come il più familiare, tra una madre e un figlio.
La prima volta, il primo minuto, il primo istinto è stato quello di toccare dita piccolissime che presto avrebbero imparato a stringere. Per mille e mille giorni quante volte ci siamo cercati in quel modo non saprei dire, in un’abitudine quotidiana a chiedere sostegno, a dimostrare fiducia; ad alleggerire i silenzi più eloquenti e le paure più inconfessate.
Non ci siamo quasi accorti che la necessità di quel contatto, poi, si è diradata: la mano tesa meno urgente mentre imparavamo gesti più adulti, e parole piene.

Non so quando sia successo che è cambiato tutto, così in fretta: quando ieri la tua mano ha cercato la mia non era quella di un bambino che mi stringeva ma quella di un uomo che mi chiamava, per dire emozioni conosciute, con una voce nuova.

talentuosa

Tra le cose che uno sa fare bene ce ne sono alcune di importanti e altre di ridicole.
Per esempio io sarei bravina nella pratica in disuso del punto croce, e questa non è un’attività fondamentale, ragione per cui la considero in disuso.
Tra le cose importanti che so fare bene me ne viene in mente, per la verità, solo una; ed è una specialità che non ho mai sentito nessuno che la menzionasse, penso di esser la prima, anche se non posso escludere che di norma non venga menzionata perché molti la considerano un’abilità secondaria, al contrario di me.

Tergiverso perché ho un po’ di pudore nel raccontarla, la mia abilità fondamentale, ché mi immagino che mi si venga a dire che è una scemenza, che son capaci tutti, di far quella cosa là: non è difficile. Non sarà difficile farla, ma farla bene è un altro discorso.

Io, ecco, lo dico: son bravissima a farmi toccare.

Dal mio innamorato: son bravissima; e son fortunata, ché lui ha due mani che sanno fare un sacco di cose, massaggiano i piedi, accarezzano, grattano la schiena e scompigliano i capelli come nessuno al mondo, io credo. Io do il mio contributo con la mia predisposizione all’abbandono, unica nel suo genere.
Dai miei figli: son bravissima. Loro hanno imparato in tenera età l’arte del raggomitolamento operoso, quello stato apparentemente inerte tra l’abbraccio e l’avvinghio che però ha un che di attivo che si rivela con un movimento di piede, di mano, di testa al momento opportuno. Io nel raggomitolamento mi ci trovo particolarmente bene, lo assecondo alla perfezione.
Dagli amici: son bravissima. Io in un abbraccio di amico mi tuffo proprio con entusiasmo, e non è mica da tutti, secondo me, bisogna esserci portati. E bisogna anche saper accorciare le distanze quando sai che l’amico ha della voglia ma anche del timore a toccarti, è qui che si vede la bravura, ché poi son capaci tutti di dire Son capaci tutti.
Invece no: di volta in volta farsi toccare una mano o la spalla o abbracciare in una morsa d’acciaio, si deve capire quando si può e quando non si deve. Pretendere: mai; chiedere: in silenzio; proporre: basta aprire le braccia.
Io, son bravissima.

Poi, non si sa come, è successo che altri ne hanno scritto. Domi, lo Splendido, Mitia, Laura,per il momento

un post che è una zonta*

Sono tornata a rivedere una cosa che mi era piaciuta e hanno cominciato a tornarmi in testa dei pensieri. Per esempio mi è venuto in mente che mentre guardavo la mostra pensavo che con certe foto sarebbe stato bello se avvicinandosi si fosse sentito l’odore. Di altre foto, invece, pensavo che fosse una fortuna che non si sentisse l’odore perché sarebbe stato insopportabile non per il naso ma per il cuore.

Mi ha fatto ripensare a quel che mi capita quando sono in un posto affollato, in autobus, in una fila, al cinema: quando passo vicino a una persona che mi piace respiro forte nella speranza di sentire che profumo ha. Quando qualcuno mi irrita trattengo il respiro come a respingere qualunque possibilità di compenetrazione olfattiva. Non è solo questione di bello o brutto, pulito o sporco, attraente o meno; non c’entra l’odore in sé, piacevole o disgustoso: ha più che altro a che vedere col desiderio di conoscenza oppure, al contrario, col rifiuto di qualunque contatto.

Un’altra cosa che ho pensato, a rivedere quella cosa che già la prima volta mi era piaciuta, è che solo le mani, alla fine, parlano un linguaggio universale. Più della voce, più degli occhi, per me. Che mi son chiesta se sia possibile mentire, coi gesti. Secondo me no.

*aggiunta

ipnosi

Oggi ho conosciuto un tipo con una bella faccia, una faccia pulita; e con l’espressione così limpida e lo sguardo così trasparente che dietro ci indovini la pazienza. Uno che se non avessi avuto un po’ di pudore gli avrei chiesto se potevo sedermi  in bottega da lui a domandargli cose, a spiare i riccioli di legno sotto il tavolo mentre lavorava e a osservargli le mani. Ché affascinata com’ero dalla faccia, una bella faccia, luminosa e serena, le mani proprio mi son scordata di guardarle.

onirico andante

Ho fatto un sogno dentro a un sogno; e nel sogno sognato c’erano persone e libri, e allegria.
Nel sogno non sognato persone e niente libri, ma vacanze.

Il sogno sognato era più bello del sogno non sognato, come se il sogno sognato fosse una categoria di sogno superiore, una categoria di sogno che non contempla emozioni meno che perfette.
Poi mi germogliavano le mani, ma quando mi sono svegliata ho scoperto che quella era una cosa vera.

a mani nude

Ci sono certi che a quarant’anni hanno ancora mani da ragazzini. Io, no: le mie sono, da una vita, mani sciupate, mani da vecchia, mani grinzose. Sono al tempo stesso la parte di me che meno mi assomiglia e quella a cui somiglio di più.
Le mie mani sono piccole, come me, e credo che avrebbero potuto essere graziose se la vita e i guai non le avessero trasformate nelle zampette di gallina che sono oggi.
Ci sono stati momenti in cui me ne sono vergognata a morte e le ho nascoste, malate, dentro guanti di filo; protette dagli sguardi con la scusa di proteggerle dal mondo. Ci sono stati giorni – tanti – di tagli e crepe e fuoco e squame e bolle; pelle di serpente e abituarsi a quella pelle fino a credere che fosse la mia.

Oggi guardo le mie mani che non sono belle e però penso che non ho più da vergognarmi, che posso toccare bambini e lavare piatti e stringere altre mani senza sentirmi male, senza sentirmi ripugnante, senza vedermi orribile.
E le mani allora mi paiono perfette, adesso, anche se non lo sono: se la pelle è rugosa, le dita non si abbronzano più e se tradiscono, loro sì, la mia età. Ma non ho più la pelle di serpente e adesso lo so, che non era la mia: e accarezzo i miei figli e lavo le pentole e stringo dita che amo senza piangere e mi sembra bellissimo.