sull’onda di cose di inarrivabile bellezza

Ieri sono andata al cinema a vedere Faber in Sardegna, il documentario su De André, e mi è venuta della gran nostalgia insieme a una serie di propositi fascinosi ma irrealizzabili.
Prima volevo andare a vivere in Sardegna con le mucche per  cercare la mia creatività (ma era per via della casa: come si fa a non desiderare di vivere per sempre in una casa così?). Poi ho deciso che quando sono morta voglio avere anch’io degli amici che parlano di me con le lacrime agli occhi e che mi sognano due volte al mese. Poi rivolevo andare a vivere in Sardegna ma senza mucche (troppa fatica, al massimo potrei coltivare dei pomodori) e a patto che qualcuno mi venisse a trovare ogni settimana. Poi mi è rimasta la nostalgia, per fortuna che in Sardegna ci vado presto in vacanza e mi posso portare la musica e al limite anche dei pezzi di carta da trasformare, per vedere se funziona anche per me, la magia.

Vi lascio questa


se una mattina d’autunno io

Metti che è un giorno limpido e di quei primi freschi che quando respiri si vede il fiato; metti che mi vesto abbastanza, non troppo che non è ancora necessario, ma una giacca a vento ci sta tutta; anche le scarpe mi raccomando chiuse che l’erba è bagnatissima anche se non è piovuto; metti che ho ancora addosso tutto il caldo della doccia e per questo so che è il momento giusto e mi precipito fuori; se  sguinzaglio il cane nel posto che ho deciso, proprio dove c’è un campo per correre anche se lui so bene che ormai di correre non ha più voglia e si fa il suo giretto tranquillo: allora, lì, mi fermo proprio in faccia al sole e mi lascio pennellare di tiepido.

grès

Il caffè della mattina è l’unico che desidero davvero. Il caffè, a me, in realtà non piace, ma quello lì: morbido, con la giusta quantità di latte, caldo ma non bollente, addolcisce la prospettiva di un risveglio spesso prematuro.

Il caffè della mattina non va bevuto in una tazza qualunque  ma categoricamente in una tazza amata, riconoscibile, della giusta misura, che tenga il calore per il tempo che serve.
Le nostre tazze nuove le chiamiamo etrusche perché le abbiamo comprate a San Gimignano. Hanno la forma di mug ma piccoline, leggermente svasate. Sono magiche, l’ho appena scoperto.

Sono magiche perché bere il caffè della mattina in quelle tazze lì è un piacere indicibile. A guardarle sono bellissime, hanno il colore di una terra verdastra e a tratti rugginosa. Le tieni in mano e capisci l’arte di chi le ha create; il lavoro, la passione. Ruvide tra le mani, le accarezzi mentre ascolti il profumo del caffè, un momento prima di assaggiarlo, e il godimento scopri che è già iniziato per il fatto di toccare una materia che parla. Appoggi le labbra sul bordo, più liscio grazie a uno smalto poco scivoloso, la bocca assapora il caffè e la grana leggermente scabra della tazza; la lingua, curiosa, ne saggia la superficie, gradevole al contatto, tutt’altro che inerte, viva.

Non mi capacito che ne abbiamo comprate solo due.

non so se si capiva che volevo dire grazie

Non capisco perché stai sempre a lamentarti – mi dice – Secondo me nuda sei bellissima
Lo vedo dalla sua espressione che lo pensa davvero, non so se rispondere che mi piacerebbe anche essere decente da vestita. Invece i vestiti non sembrano mai fatti per me: troppo lunghi, troppo stretti, troppo larghi nei punti sbagliati, troppo imperfetti sempre. Certe volte mi viene da pensare di essere io quella sbagliata.

Allora se rispondo rispondo piano, in realtà indugio su quello sguardo lì che è uno sguardo che fa bene, poco importa se magari è condizionato dal momento, dalla tenerezza, dal languore. Perché questa cosa che è vera e non vera nello stesso tempo mi fa sentire una donna perfetta.

un post che è una zonta*

Sono tornata a rivedere una cosa che mi era piaciuta e hanno cominciato a tornarmi in testa dei pensieri. Per esempio mi è venuto in mente che mentre guardavo la mostra pensavo che con certe foto sarebbe stato bello se avvicinandosi si fosse sentito l’odore. Di altre foto, invece, pensavo che fosse una fortuna che non si sentisse l’odore perché sarebbe stato insopportabile non per il naso ma per il cuore.

Mi ha fatto ripensare a quel che mi capita quando sono in un posto affollato, in autobus, in una fila, al cinema: quando passo vicino a una persona che mi piace respiro forte nella speranza di sentire che profumo ha. Quando qualcuno mi irrita trattengo il respiro come a respingere qualunque possibilità di compenetrazione olfattiva. Non è solo questione di bello o brutto, pulito o sporco, attraente o meno; non c’entra l’odore in sé, piacevole o disgustoso: ha più che altro a che vedere col desiderio di conoscenza oppure, al contrario, col rifiuto di qualunque contatto.

Un’altra cosa che ho pensato, a rivedere quella cosa che già la prima volta mi era piaciuta, è che solo le mani, alla fine, parlano un linguaggio universale. Più della voce, più degli occhi, per me. Che mi son chiesta se sia possibile mentire, coi gesti. Secondo me no.

*aggiunta

sulla gratitudine

Difficile rimanere delusi quando chi vai ad incontrare possiede insieme il genio e la leggerezza, e sa accarezzare la musica come un amante la sua donna. La delusione è impossibile se costui canta come se la voce fosse piacere invece che sforzo, fatica, impegno; se tocca punti del cuore che non sapevi neanche di avere, come i muscoli in una ginnastica nuova.

Se poi, una volta che sei riuscita a superare la paralisi dovuta allo sconquasso tellurico del’emozione del concerto, ti fai avanti per salutare e lui ti dice: “vieni che ti abbraccio”, e con l’abbraccio ti regala una cascata di affetto e calore, allora capisci che non c’è speranza: ti tocca tornartene a casa con la rassegnazione che il debito di riconoscenza nei suoi confronti, già appesantito da innumerevoli ascolti casalinghi, dopo questa esperienza sarà incolmabile. A colmare non servono certo i quattro spiccioli spesi per qualche CD comprato agli amici e il biglietto del concerto (18 euro? Ma sei sicuro? Non ne vuoi almeno 25, 30?) e vorresti essere capace, anche tu, in un modo qualunque, di restituire. In cambio. Invece in cambio non c’è niente che puoi dare, ché tu non sei capace di arte, di tesori, di bellezza. Di gratitudine, sì, ancora una volta: solo di quella, sei capace.

(ne avevo già parlato qui, lo so, sono monotematica)

senza titolo, che non serve

Ti accorgi, qualche volta, di come sia facile la gioia.

Stamattina presto camminando con il mio cane ho visto una pianta nel giardino di un vicino. Un alberello con le foglie verdi e lustre che era una bellezza. Mi è venuto il pensiero che son fortunata che certe cose esistono e io le posso vedere.

resoconto di una vacanza

Ascolto donne, felicemente sovrappeso sotto un’ombrellone, scambiarsi chiacchiere che odorano di menta e basilico e fare programmi per Natale e Capodanno. Un altro giorno, al mare, una ragazza dorme con la testa appoggiata a una piccola pila di libri; un signore, invece, pisola beato sulla sdraio, un volumetto in lettura abbandonato sul petto: forse gli ha regalato un tatuaggio rettangolare.

Sto con persone a cui sorridere, amici nuovi e anche no. Bello non sentirsi in dovere di partecipare alle conversazioni, e immergersi senza sensi di colpa in parole di carta; non essere indispensabile e però nemmeno superflua.

Poi ci son posti che vien voglia di visitare andando dove ti portano gli occhi, senza mappa, senza programmi; sperando, quasi, di sbagliare strada e avere così l’opportunità di uno scorcio inatteso. Il mare di tutti i colori; le città di pietra chiara; una campagna aspra ma generosa.

Acqua salata, e poi dolce; e calda e fredda; e la doccia all’aperto che la sera ti rende tutto il calore del sole. E mandorle bagnate, a togliere il salato dalle labbra, il pomeriggio. E chilometri di strada a riempirsi il cuore di ulivi, sotto il sole, guidati da un navigatore che predilige strade secondarie; e chilometri di strada a riempirsi gli occhi di buio, in compagnia di una mezza luna su quegli ulivi, indovinando sagome incollate sopra un telo di notte. E poi ancora ulivi e oleandri e limoni e tamerici ed eucalipi e mandorli, che viene voglia di stare zitti.

provare per credere

Avvertenze: Se sei uomo, ti posso abbonare il primo
Se sei anche calvo, parte dell’ultimo
Se non hai figli, il primo e il terzo.
Per il resto non transigo:
La tenda, che tenga l’acqua
Le lettere, di carta
La pizza, come si deve

 

Cose per cui la vita può avere molto senso:

Partorire
Le lettere d’amore
Tuo figlio da piccolo, la prima volta che ti abbraccia
Le persone che ti guardano negli occhi
La bellezza che si rivela nel più buio dei momenti
Parigi con un’amica
Fare l’amore in tenda quando piove
La pizza
Il mare pulito quando fa caldo
La Sicilia in primavera
L’odore della pioggia d’estate
Un bacio sulla bocca con le dita tra i capelli

 

Si accettano consigli per eventuali future sperimentazioni