sulla gratitudine

Difficile rimanere delusi quando chi vai ad incontrare possiede insieme il genio e la leggerezza, e sa accarezzare la musica come un amante la sua donna. La delusione è impossibile se costui canta come se la voce fosse piacere invece che sforzo, fatica, impegno; se tocca punti del cuore che non sapevi neanche di avere, come i muscoli in una ginnastica nuova.

Se poi, una volta che sei riuscita a superare la paralisi dovuta allo sconquasso tellurico del’emozione del concerto, ti fai avanti per salutare e lui ti dice: “vieni che ti abbraccio”, e con l’abbraccio ti regala una cascata di affetto e calore, allora capisci che non c’è speranza: ti tocca tornartene a casa con la rassegnazione che il debito di riconoscenza nei suoi confronti, già appesantito da innumerevoli ascolti casalinghi, dopo questa esperienza sarà incolmabile. A colmare non servono certo i quattro spiccioli spesi per qualche CD comprato agli amici e il biglietto del concerto (18 euro? Ma sei sicuro? Non ne vuoi almeno 25, 30?) e vorresti essere capace, anche tu, in un modo qualunque, di restituire. In cambio. Invece in cambio non c’è niente che puoi dare, ché tu non sei capace di arte, di tesori, di bellezza. Di gratitudine, sì, ancora una volta: solo di quella, sei capace.

(ne avevo già parlato qui, lo so, sono monotematica)

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