dove si scopre che il contrario di un pensiero scomodo è un pensiero scomodo uguale

Ci ho messo qualche giorno per farmi un’opinione e ancora non sono sicura che sia quella definitiva. La cosa è partita da una conversazione tra amici, si parlava dei libri che uno non vorrebbe che esistessero, nella sua casa, nella biblioteca del suo quartiere, magari nel mondo: autobiografie nauseabonde, trattati ideologicamente repellenti, teorie politiche inaccettabili.

Ascoltando il racconto di un’amica bibliotecaria che spiegava la difficoltà di respingere al mittente certi volumi, sulle prime mi son sentita d’accordo all’idea che si tenda a rifiutare il possesso di libri il cui contenuto in qualche modo ci turba: libri ambasciatori di idee che non ci appartengono e che vorremmo anzi allontanare con forza da noi e certamente non divulgare.
Poi però mi sono un po’ ribellata a questo sentimento che non mi piaceva.
La censura, ho pensato, o non deve esistere mai o può esistere in certi casi: il che significa sempre, se è vero che quando c’è uno che ha ragione c’è per forza un altro che ha torto, come dove c’è un cattivo ci dev’essere anche un buono, dove un santo un peccatore, dove un guelfo un ghibellino.
Troppo comodo gridare allo scandalo quando sentiamo proposte aberranti come quella di bruciare i libri di certi autori per le loro idee e dare per scontato che sia sacrosanto eliminarne altri.

Non sono affatto sicura di aver ragione ma penso che nascondere sotto la sabbia le idee che reputiamo sbagliate sia controproducente. Le idee che consideriamo pericolose, offensive, indecorose andrebbero sbeffeggiate, smentite, combattute a suon di dialettica. Sotto la sabbia possono restare intatte, ben conservate, finché a qualcuno non viene in mente di scavare con la paletta.
A lasciarle in piazza esposte al pubblico ludibrio o al sano contradittorio secondo me si consumano più in fretta.

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