Pina (un film? sì, anche)

Ci sono volte in cui l’ignoranza è una benedizione.
È il caso della totale assenza di pre-giudizi con cui ieri sono andata al cinema a vedere Pina, un film su una danzatrice e coreografa di cui conoscevo il nome e la fama ma della cui forma d’arte non sapevo praticamente nulla.
È quindi con la verginità del neofita che mi sono goduta lo spettacolo di questo che non è un documentario, non è una biografia, non è un film musicale ma è un racconto in musica, parole e danza di una storia d’amore tra un regista e la sua musa, tra una coreografa e il suo corpo di ballo, tra una donna speciale e il mondo a cui ha dato voce.

La danza in questo film parla anche a chi di danza non si intende per nulla.
Si scopre una fisicità che non ha a che fare con la perfezione anatomica, dove il corpo è strumento al di là della bellezza classica, dove c’è posto per la giovinezza e l’età matura,  ed è l’abilità maieutica quella che fa la differenza.
Il movimento va a supplire all’insufficienza delle parole e si riempie di spessori e sottigliezze; di peso e di leggerezza; di gioia e disperazione; di estrema forza e fragilità disarmante.
Non hanno nulla di tradizionale questi gesti, che ogni danzatore rende talmente suoi da farli unici ed esclusivi anche quando ci si muove all’unisono, come sono diverse le voci in un coro in cui ogni timbro è inimitabile.

Si ha l’impressione che anche gli oggetti di scena – un bastone, una corda, un ramo, un albero, una sedia, per non dire degli abiti che mascherano unicamente per svelare – diventino appendici dei danzatori, prolungamenti degli arti, non meri attrezzi funzionali a una coreografia ma nuovi dettagli anatomici.
Si danza con la voce, con le dita, con i capelli, con gli sguardi in questo teatro che è il mondo di Pina Bausch.
Si danza con l’acqua e la terra, spesso: non sull’acqua e sulla terra ma insieme.
D’altra parte qualunque sfondo si fa palcoscenico, sia esso campagna, fiume, strada, architettura nuda, città abitata; qualsiasi palcoscenico si fa anch’esso attore: non ausiliario ma protagonista.

Si ha l’impressione che non ci si risparmi mai, che ci si faccia male se serve, che non si cerchi il dolore di proposito ma nemmeno lo si eviti quando viene. Che ci sia un sacco di vita, dentro. E che l’intimità raggiunta dal gruppo di danzatori sia viscerale, emotiva prima che fisica, profondamente espressa piuttosto che rappresentata.

Le interviste ai ballerini sono un capolavoro in cui la sinergia tra i volti ripresi in silenzio e le voci fuori campo si riempie di significati, in cui l’emozione risulta più eloquente proprio perché resa muta.
Sono bellissime queste persone giovani e meno giovani che ricordano, nella loro lingua madre, la guida di cui sono orfani con parole in cui traspare un universo di gratitudini.

Ed è gratitudine anche quella che provi tu, spettatore, mentre scopri un mondo che non sapevi.

(andate a vederlo, vi prego)

(una recensione con altri occhi qui)

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