8 marzo e cose da femmine

Oggi, per la Festa della donna Giornata internazionale delle donne, mi sono decisa a fare una cosa da maschi . Più che per il fatto che è considerata una cosa da maschi, non l’avevo mai fatto perché è una roba che , come mio marito sa bene, proprio non mi interessa per niente, però oggi ho capito che era venuto il momento. Insomma, sono andata a lavare la macchina con gli spazzoloni: i maschi godono proprio a lavare la macchina con gli spazzoloni, si vede benissimo, e secondo me sarebbe anche una cosa abbastanza figa se ti lasciassero rimanere dentro, mentre lo fai. Invece no, non si poteva.
Comunque era facilissimo: bastava leggere le istruzioni, una cosa in cui le femmine sono bravissime – secondo me anche un po’ più dei maschi – poi posizionare la macchina nel punto giusto (c’era un semaforo, impossibile sbagliare), chiudere gli specchietti e togliere l’antenna (non ci arrivavo, l’ho fatto fare a mio figlio ma solo perché è più alto) e far partire l’ambaradàn.

Quindi da oggi anche questa è diventata una cosa da femmine, come praticamente tutte le altre cose tranne forse fare la pipì in piedi. Anche se devo confessare che quello che mi ha convinta non è stato tanto l’8 marzo quanto il fatto che la macchina fosse veramente  (ma veramente) lurida.

(E fare la pipì in piedi, in casi eccezionali, si può).

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8 marzo festa della mutanda

Oggi è l’8 marzo e io festeggio la mia prima settimana di sciopero della lavatrice.

Confesso che è uno sciopero difficilissimo perché si scontra con la mia naturale tendenza al chioccismo, che è quella cosa che ti porta a trattare i tuoi figli come se fossero sempre i tuoi pulcini.

L’idea che la dispensa sia poco fornita, il bucato da stirare, che manchi il pane (orrore!) o che i pulcini tornino da scuola affamati e non ci sia il pranzo pronto nel giro di dieci minuti mi fa soffrire. È più forte di me e non posso farci niente. Questa volta ho deciso, però, di soffrire in silenzio e di pretendere da loro quello che è giusto che loro pretendano da se stessi, e cioè un minimo di autonomia.

I miei figli hanno un cesto della biancheria che straborda costantemente. Alle mie richieste di svuotarlo di tanto in tanto, e di trasferire i panni da lavare in lavanderia hanno risposto, dopo reiterati solleciti, con una sostanziale inerzia.
Fino alla settimana scorsa, superando il senso di frustrazione, mi sono sempre risolta a pensarci da me, a svuotare il cesto secondo un mio criterio, bianchi o colorati a seconda delle giornate, in modo che ci fossero sempre un certo numero di mutande pulite e un paio di jeans a disposizione.
Finché un giorno ho capito che sbagliavo: la femminista che è in me ha avuto un moto di ribellione, non al fatto di dover svolgere un lavoro che dovrebbe toccare ai miei figli, ma all’idea che due uomini educati da me diano per scontato che le incombenze domestiche siano esclusivamente di mia competenza. È giunto finalmente il momento di dare agli uomini la possibilità di essere nostri pari, e la consapevolezza che possono essere completi, indipendenti, liberi.

In realtà nella mia famiglia i maschi, che sono la maggioranza, hanno dei compiti che svolgono abbastanza frequentemente: apparecchiare e sparecchiare la tavola, svuotare la lavastoviglie (un lavoro che non piace a nessuno), occuparsi del conferimento dell’umido e del vetro nei cassonetti appositi. Queste mansioni però spesso vengono svolte dai due giovani come se fossero un favore, una gentilezza, un regalo. Qualche volta bisogna domandare, pungolare, incalzare per ottenere un servizio che dovrebbe essere svolto spontaneamente e per puro senso del dovere e della collaborazione. E quello del bucato è un compito che proprio non ne vogliono sapere di considerare come proprio.
Insomma, al momento la loro autosufficienza è incompleta e la mia battaglia per la parità dei sessi, per quanto dura, deve andare avanti.

Fatto sta che ho redatto delle brevi istruzioni sui programmi della lavatrice: bianchi, colorati e lana. Mi sono imposta di mantenere la calma anche quando la mattina alle 7:27 i ragazzi ciondolano senza calzini o vagano alla ricerca di una felpa.  Non che non abbia la tentazione di andare a controllare lo stato del loro cesto (del resto la loro ultima lavatrice risale a una settimana fa quindi posso immaginare la quantità di roba accumulata) o di buttare con nonchalance quattro cose loro nella lavatrice nostra ma so che devo resistere per il loro bene:  i maschi della mia famiglia hanno il diritto di diventare persone indipendenti, e non sarà la mia natura di chioccia a impedirglielo.

Mi consolo pensando che nessuno è mai morto per una mutanda riciclata dal giorno prima. Almeno, non credo.