la seconda cosa bella

Stamattina, il posto dove in assoluto avrei voluto svegliarmi era una tenda, sotto una pineta, vicino al mare. Mi sarebbe piaciuto sentire per prima cosa il profumo balsamico degli aghi di pino, poi quello salato e ventoso dell’acqua mischiato al rosmarino.
Sarebbe stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, sotto gli alberi.

Il secondo posto dove avrei voluto svegliarmi era casa mia, anche se a casa mia tutti quei profumi non ci sono, e infatti ho aperto gli occhi nel mio letto, e fuori c’era comunque un odore pulito di verde umido e di notte appena passata, un odore che poi viene il sole a cancellare.
È stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, in giardino.

Qualche volta per essere felici bisogna sapersi accontentare.

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fenomenologia dello scambio di casa/4: imprevisti

Quando si va in vacanza bisogna sempre scegliersi bene la compagnia. Quando scambi casa tua con quella di un altro, la compagnia la devi scegliere meglio.

Per esempio, dalla mia esperienza posso dire che vale sempre la pena portarsi appresso un ingegnere, o un falegname, o un meccanico. Insomma, un uomo che abbia dimestichezza con il bricolage (mio marito mi perdonerà se non lo annovero nella categoria), perché potrebbero sempre verificarsi degli inconvenienti tipo un buco nel materasso gonfiabile su cui bisogna dormire (Santiago de Compostela) oppure un crollo della struttura del letto Ikea (Boenningheim). Se al buco del materasso si può ovviare con del mastice e un pezzetto di gomma come quello con cui tutti noi bambini degli anni 70 aggiustavamo la bici, per il crollo del letto ci vuole una certa perizia tecnica e dell’abilità manuale consolidata negli anni.

In ogni caso, nel dubbio, se dormite a casa d’altri sdraiatevi con prudenza. Noi, ci portiamo via Luigi.

 

fenomenologia dello scambio di casa/3: le affinità elettive

Ognuno di noi, io credo, cerca nella casa con cui scambiare delle somiglianze con la sua casa, qualcosa che lo faccia sentire a proprio agio nonostante le inevitabili differenze di abitudini e stili di vita.
Nella mia famiglia ciascuno ha le sue necessità: mio figlio grande spera ogni volta che ci sia un piano, oppure almeno una chitarra, e finora è andata bene perché uno strumento l’abbiamo trovato (e usato) quasi sempre: nel nostro profilo il piano campeggia nella prima foto e evidentemente la cosa funziona come richiamo per gli amanti della musica.
Anche mio marito che curiosa sempre tra i dischi per cercare della musica affine in genere ha fortuna.
Siamo sempre felici di doverci occupare dei gatti altrui e ormai abbiamo capito che il gatto è una filosofia di vita, che un micio è casa e che i possessori di gatti si sentono molto più tranquilli ad affidare i loro animali a chi a sua volta vive con dei felini: tra di noi ci capiamo, indipendentemente dalla lingua.
Fa sempre tenerezza scoprire gli stessi titoli sulle librerie, trovare gli stessi mobili (Ikea) e vedere l’effetto che fanno in una stanza che non è la nostra, curiosare sullo scaffale dei dizionari o quello delle guide turistiche e trovarli straordinariamente simili ai nostri.
Le somiglianze sono rassicuranti quando tutto il resto, dalla lingua agli orari dei negozi, è diverso.

Io, da parte mia, cerco le mie affinità in cucina: apro gli sportelli per carpire informazioni sul tipo di abitudini alimentari delle persone che abitano in quella casa, mi incuriosisco di fronte a ingredienti per me inusuali e mi commuovo davanti a dispense che sembrano la fotocopia della mia.

In quest’ultima vacanza in Germania, appena entrata in cucina ho capito che sarei stata bene: non solo per il cassetto delle spezie in cui mancava solo la pasta di curry rosso, che mi sono premurata di comprare e lasciare in eredità, certa che sarebbe stata gradita; e nemmeno per la dispensa della farina, un piccolo tesoro a km 0 per panificatori casalinghi; soprattutto per un fantastico forno elettrico da pane in pietra refrattaria che, con un certo timore reverenziale, ho sfruttato per sfornare pagnotte degne della migliore tradizione tedesca. Poco importa che la prima volta io abbia sbagliato clamorosamente temperatura (non trovavo le istruzioni) e abbia praticamente carbonizzato il primo esperimento: già al secondo impasto quella cucina è diventata mia e il forno una specie di compagno di viaggio.

Per ringraziare i padroni di casa ho abbandonato in frigo un barattolino di lievito madre: non sono sicura che lo useranno ma mi piace pensare di sì e del resto se c’era un luogo adatto per lasciarlo, era quello. I tedeschi, il pane, sanno farlo.

a fin di bene (il mio)

Oggi ho fatto una cosa assurda che va contro i principi che mi sono più cari ma lo giuro, Vostro Onore, è stato a fin di bene: me le concede le attenuanti, vero?

Prima avevo fatto la torta per il compleanno di Lorenzo (auguri Lolli!) – una bella, e spero buona, torta di cioccolato e lamponi – e poi al supermercato mi son vista questa scena (immaginavo, certo, ma io immagino fin troppo bene) di un manipolo di sedicenni nella mia cucina che per guarnire la torta montavano la panna e mi inzaccheravano il muro fino al soffitto.

Insomma, ho comprato la panna spray, ma giuro che non accadrà mai più

pensierino: la mia famiglia

Oggi a casa mia c’è una ricorrenza: un compleanno.

Non ci stavo neanche veramente pensando, ma si è materializzata nella mia testa questa realtà che esistono persone con cui non hai alcun legame di sangue e con cui non convivi e che però, quando dici “festeggiamo in famiglia”, sono automaticamente incluse nel tuo gruppo affettivo di casa.

(ok, l’italiano è migliorabile, ma il concetto era quello)

mai dire mai (segreti per una felice vita coniugale)

La relazione di coppia dopo tanti anni, è evidente, va stimolata. Non è sufficiente crogiolarsi nella routine della seppur serena vita coniugale: ci vogliono attenzioni particolari, piccoli gesti che facciano capire al nostro partner che teniamo veramente a lui, che il suo benessere ci interessa, che vogliamo aiutarlo a superare lo stress e le frustrazioni del tran tran quotidiano, che siamo in grado di sforzarci per il suo bene, nonostante i momenti di pigrizia, e venirgli incontro in quelle che per lui sono delle inequivocabili necessità fisiche e psicologiche.

Non siamo aridi! Guardiamolo teneramente negli occhi, cerchiamo di metterci nei suoi panni e capire cosa desidera davvero da noi! È davvero così impossibile concedergli quello che ci chiede o possiamo prendere in considerazione i suoi bisogni più profondi e dimostrare per una volta la nostra buona volontà? Lo so, amici, non è sempre facile: qualche volta ciò implica che dobbiamo forzare delle resistenze, accettare di superare dei limiti che forse ci siamo autoimposti. Io ho avuto questa consapevolezza e ci ho provato. Pensavo che sarebbe stato troppo per me, che non ce l’avrei mai fatta, non era nella mia natura; e invece ho scoperto che, per amore, potevo farlo.

Devo dire che ne valeva davvero la pena: la mia vita di coppia va molto meglio da quando ho capito che a casa nostra non deve mai mancare una copiosa scorta di carta igienica.

comunicazione, questa sconosciuta

La comunicazione tra umani secondo me è un mistero.

Si pensa che sia facile, almeno quando si parla la stessa lingua. Ma la stessa lingua è solo apparentemente la stessa. Il più delle volte hai a che fare con gente che omette quello che vuole dire davvero, oppure lo nasconde in un accesso di logorrea. Io non so se preferisco farmi largo tra valanghe di parole che celano qualche informazione indispensabile, oppure, al contrario, disvelare un senso, che dev’esserci ma non si vede, in qualche sparuta frase essenziale. In entrambe le situazioni, mi trovo in difficoltà: ho sempre il dubbio di fraintendere un significato che non è solo nascosto ma davvero non esiste; ho paura di inventare intenzioni che non sono state mai pensate.

Io, per prima, sono certa di non essere capace di farmi capire a parole. A seconda dei casi, parlo troppo poco oppure troppo. Più temo di non essere chiara, più cerco di spiegarmi, più sfianco il mio interlocutore. Più credo di essermi aperta, con poche limpide parole, più risulto ermetica.
La cosa mi risulta tanto più ardua con le persone che mi stanno vicinissime, e quanto più è alto l’investimento emotivo in una relazione, tanto più divento insicura nei modi. In particolare con i miei figli, credo che le parole siano quasi sempre inutili, e nella maggior parte dei casi fuorvianti. Sbaglio quasi sempre il tono, e quando credo di averlo azzeccato sono loro che lo fraintendono.

Invece tutti gli altri sistemi di comunicazione, che non prevedono l’uso di un linguaggio verbale, funzionano a meraviglia. Una teglia di biscotti,  un abbraccio o una grattatina di schiena sul divano, stranamente, non vengono fraintesi mai.

Forse devo trarre delle conclusioni (no, Matteo, non che devo fare il corso con te. Lo sai che non posso)

incauta

Sono stata incauta. La devo smettere di parlare dei fatti miei sull’internet perché poi capitano delle cose spiacevoli.
Lo dicono tutti: non raccontare mai quando sei a casa da sola perché potrebbero arrivare dei malintenzionati. Non rivelare particolari su dove vivi, sui tuoi figli, sui tuoi orari. Il web è una tela di ragno velenosissimo, se non stai attento.

Qualche settimana fa ho scritto che dovevo tenere i miei uomini lontani dal tagliaerba per evitare che mi rasassero le piantine nuove e credo che loro l’abbiano letto perché infatti sono stati molto distanti.

Oggi il più anziano ha detto:”Bisognerebbe proprio tagliare l’erba: è altissima” allora ho chiesto al piccolo (ma aitante):”Ti va di aiutarmi a tagliare l’erba?” Lui ha alzato un sopracciglio e il lato sinistro del labbro in una smorfia poco promettente.
(Il medio, va da sé, non si è accorto di nulla: studiava)

E insomma, visto l’entusiasmo ho tagliato l’erba da sola.

scappano

Oggi mi piacerebbe scrivere ma ho mal di testa, mi danno fastidio gli occhi e quindi meglio di no. Peccato perché forse avevo qualcosa da dire e domani forse mi saranno scappate le parole.

Come al solito.

un dettaglio

Ieri per mio figlio è stata la prima volta in cabina elettorale. Forse era un po’ emozionato, non so: sicuramente ci teneva, e aveva ragione perché era una cosa importante, una cosa da grandi.

La mia prima volta, invece, io non me la ricordo, e forse so perché. Forse quella volta non ero agitata perché sapevo già tutto. E lo sapevo perché in verità, la mia prima volta, era stata insieme a mia nonna, all’età (mia, non di mia nonna) di – forse – sette anni, quando mi avevano lasciata entrare nella cabina con lei, e a me quella cosa di votare era sembrata bellissima e avevo guardato bene come si doveva fare.

Poi da grande ho votato quasi sempre perché quella cosa negli anni ha continuato a sembrarmi importante e bellissima, come concetto. Una cosa, nel concetto, ancora rivoluzionaria, a pensarci.
Perfino ieri, che in realtà non sapevo affatto cosa scegliere e non mi sembrava giusto che domandassero a me cose di cui non sapevo abbastanza, ed ero comunque sicura che il quorum fosse lontano milioni di miglia, ci sono andata.
E nel mentre pensavo: “Che peccato, che votare sia diventata questa cosa qua. Un dettaglio”