coup de foudre

Mentre me lo racconta, al fresco davanti a un caffè nel giardino di un bar, ha l’aria di non stare nella pelle. Lo ascolto e penso che lo sta raccontando a me, con cui non ha mai avuto una vera confidenza. Significa che non c’è nessun altro a cui dirlo; che tra tutti ha pensato che io avrei potuto capire. Una cosa così non si racconta a chi non può capire.

Mi dice che ha fatto un trattamento shiatsu ad una donna, una notte. Dice che non se la ricorda, che era buio, che non saprebbe nemmeno darle un’età. Dice che verso la fine le ha chiesto di fare un respiro, e che un respiro così lui non l’aveva mai sentito; mai, in tanti anni.

Poi si sono salutati, ché la mattina dopo lei aveva un treno da prendere; lui dopo tre ore di sonno è andato a cercarla alla stazione, senza trovarla: probabilmente se anche l’avesse vista non l’avrebbe riconosciuta. Al buio, non l’aveva vista bene.

Da allora è passato un mese. Un mese in cui si sono scambiati dediche e messaggi, forse qualche telefonata. Lui ha cercato di conoscerla attraverso una frase scritta a penna, guardando e riguardando la sua scrittura come se nascondesse la sua anima.
“Sei capace di interpretare la calligrafia?” gli ho chiesto
“E’ l’unica cosa che ho” mi ha risposto.

Io quell’aria da bambino in un uomo di una certa età non pensavo che l’avrei mai vista. Dice che adesso conosce il suo respiro, la sua scrittura e i suoi pensieri e che sabato la raggiunge nella città dove abita. Lei lo aspetta.

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