tu quoque ovvero being ragazzetta inside

(il titolo in omaggio all’immenso zu e alla mia pastorella preferita sid)

 

La mia prima volta è stata nel 1985 e vista la giovane età posso dire con certezza che non ero del tutto cosciente di quel che stavo per fare. Avevo l’entusiasmo della novità e questo bastava: non sapevo che sarebbe stato amore a prima vista e godimento allo stato puro. Come capita spesso con queste cose, ero in vacanza, Dublino era bellissima e l’atmosfera irlandese quanto di meglio si potesse chiedere per un’esperienza più unica che rara.

Negli anni, poi, l’ho fatto altre volte. A Modena nel 1987, a Torino nel 2001, a Milano nel 2005 e poi ieri.

Io, quando mi capita, ho sempre e di nuovo diciassette anni. Mi piace il momento in cui la folla ti toglie il fiato; quello in cui i bassi ti sconquassano la pancia e pensi che non sai più quali sono i battiti del cuore e quali quelli delle casse; l’istante in cui entrano loro, ingigantiti allo stesso tempo dalle inquadrature impietose dei maxischermi e dagli sguardi indulgenti del pubblico.

Negli anni sono cambiate tante cose e allo stesso tempo non è cambiato quasi niente: il piccolo palco irlandese ha lasciato il posto ad architetture fantascientifiche che suppliscono con la loro spettacolarità a eventuali défaillances vocali del Figoseppurnanerottolo e però riescono anche a trasformare lo spazio e ad accorciare le distanze, come per magia. Paradossalmente si è tornati più vicini.

La voce che non è più quella di una volta ha acquistato una rochezza via via più sensuale con cui le si perdona qualche calo di intensità: la forza comunicativa è intatta e immutabile.

L’attacco di Sunday Boody Sunday continua ad essere stupefacente, devastante, doloroso e vale il prezzo esorbitante (credo, perché non l’ho pagato io) del biglietto. Decisamente. I diciassette anni tornano prepotenti e tu pensi chissenefrega se siamo tutti un po’ sciupati rispetto al 1985 e ti senti come se incontrassi un vecchio amante a cui guardi le rughe intorno agli occhi con la tenerezza dell’amore vero.

Poi c’è una cosa che invece è cambiata: rispetto ai diciassettenni, gli ultraquarantenni si fanno tantissime meno canne durante i concerti e per una volta non me ne sono andata con la testa dolorante, ché io sono allergica alle canne.

 

 

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