una giornata di Riccardo G.

La sveglia si materializza sotto forma di padre amorevole alle 7.00 o forse solo qualche minuto più tardi, quel che serve per riemergere da un sonno che solo a quell’età può essere così denso e impenetrabile.
È dura, la mattina. Arrivare alla colazione richiede già uno sforzo fisico: lavarsi, vestirsi, e dove sono i calzini?, mamma devi firmare la circolare, mi metti la merenda in cartella?, non ho fame stamattina (ma lo sai che devi mangiare lo stesso: almeno bevi il latte).
Il caos che regna nella sua testa in quella mezz’ora non la immagina nessuno: i suoi sogni non si sono ancora cancellati e già vengono spodestati dalla tabella oraria della giornata che lo aspetta, e non è una giornata da niente.

La scuola, si sa, è la scuola: cinque ore, sono. Ma a lui non dispiace, la scuola: è nell’età in cui si impara il cameratismo, in cui si scopre il fascino del mondo, in cui dentro casa e fuori di casa si è due cose diverse, e la libertà di essere, a scuola c’è. Per ora, in prima media.
La scuola sono cinque ore, ma oggi non sono solo cinque: un panino e poi vai con le prove per il concerto di fine anno, che fine anno sì, ma le prove iniziano due mesi prima, è un’orchestra vera, questa. Tre ore, le prove; ma tre ore di entusiasmo e, io credo, di gran confusione.

Uno pensa che dopo otto ore di lavoro si possa rientrare a casa, ma lui dice mamma ci sono le prove dell’orchestra, l’altra: non le posso saltare. Non puoi o non vuoi? Non voglio, in effetti. Altra orchestra, altre prove, altro entusiasmo, altra fatica, penso io, ma lui quella fatica lì mica la sente.
Si torna a casa che sono le 18.30 passate, dalle 7.30 che è uscito. Ti riposi con me sul divano? Ci guardiamo XFactor io e lui: io che stiro, lui beato che si nutre di altra musica.
Un’oretta, poi di corsa si mangia e via, con la scuola al Teatro Comunale per un concerto.

Sono le 22.20. La mamma è qui che scrive di lui e lui chissà se a teatro è riuscito a non addormentarsi per la stanchezza. Domani vi saprò dire.

 

 

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sinceritàààà

Senti, Luca Carboni: io riconosco la tua buona volontà, lo so che nelle tue intenzioni era un omaggio, ma certe cose per me te le puoi anche risparmiare. Non ti vengono bene per niente. Con questo non sto a dire che devi cambiare mestiere, ci sarà pure qualcuno che ti apprezza, ma ti inviterei a limitarti a miagolare i pezzi che ti scrivi tu, anziché deturpare certe pietre miliari della musica mondiale.

Per dire: adesso mi strazi dalla radio tutti i giorni con quella canzone lì che sembra il lamento di uno uscito un po’ alterato dall’osteria. Fatta da te, dico.

Invece quando la cantava lui faceva piangere dalla commozione. Ecco: la riconosci la differenza, tra piangere per lo strazio e piangere per la commozione?

Scusa la franchezza, ma qualcuno te lo doveva pur dire.

quando non avevo il blog

Quando non avevo il blog ero grafomane lo stesso. Forse anche un pochino di più.

Avevo l’abitudine di indirizzare missive virtuali eccessive e probabilmente sconclusionate ai due o tre disgraziati che mi davano retta. Ogni tanto mi sbrodolavo in teorizzazioni del tutto inconsistenti su questo o quell’ argomento di portata epica, che puntualmente dopo due o tre giorni riacquistava la sua dimensione straordinariamente quotidiana.

Finché un amico mio, probabilmente per indirizzare la mia logorrea verso luoghi più consoni, ha ospitato la mia prima esternazione blogghistica.

Siccome oggi un altro amico mio mi ha mandato un regalo musicale e mi ha fatto tornare in mente la cosa, ne approfitto, con due avvertenze.
1: è un po’ lungo. Da leggere solo se avete tempo.
2:  parla molto di me. Da leggere solo se vi interessa.
La trovate QUI

guerra e pace

Guarda, proprio non so cosa sia, ma stamattina mi sono svegliata così. Poi ho realizzato che l’ultima cosa sensata di cui ho parlato ieri è stata “La guerra di Piero” raccontata ai miei figli mentre guidavo e forse nella mia testa le rimembranze musicali si sono mischiate ai significati, e sarà che Lorenzo mi ha raccontato che stanno preparando la giornata della pace e insomma in giro di pace ce n’è così poca… fatto sta che questa canzone a me piace tantissimo e stamattina a colazione avranno pensato che sono un po’ pazza perché gliel’ho cantata a voce alta e poi avevo voglia di riascoltarla ma io ce l’ho solo in vinile e allora per fortuna che esiste youtube che in un secondo ti fa risentire e rivedere anche, se vuoi.

E dell’effetto che fa magari parliamo un’altra volta, per oggi la riascoltiamo e basta, ok?

son cose che non ti aspetti

Ieri sera, quando siamo tornati dalla montagna, mi sono resa conto di una cosa strana. La casa non aveva per niente l’odore di casa nostra, ma nemmeno l’odore che hanno le case degli altri. Sapeva, ecco, di vuoto: sembrava di entrare in una casa fantasma. Possibile che siano passati solo cinque giorni e non ci sia più traccia di noi? ho pensato.
In realtà tracce di noi ce n’erano eccome: se non altro, il disordine che avevamo lasciato partendo era intatto. Però mi dispiaceva, questo limbo olfattivo. Allora oggi che siamo tornati tutti qui, animali di varie specie, a riempire lo spazio del nostro profumo, ho messo su due pentole per farla tornare quella di sempre, la casa.
E adesso Riccardo che suona il violoncello sta facendo il resto. Bello.

a volte succede qualcosa di dolce e fatale*

Era il giorno del suo compleanno e G. aspettava, in bilico tra speranza e disillusione, cercando nell’autoironia, di cui era fortunatamente ben dotato, un appiglio per non darla vinta alla tristezza.

Secondo i suoi amici, G. non aveva ragioni apparenti per considerarsi un uomo infelice ma, a ben vedere, per anni aveva patito una vita senza amore.
Con sua moglie aveva sempre diviso con entusiasmo il letto e non molto di più, fino al giorno in cui all’amore si era arreso, ma con la donna sbagliata: quella che in pochi mesi gli era entrata nel cuore senza permesso, approfittando del suo bisogno di spendersi, finalmente, anima e corpo, in una storia.
Nell’attimo in cui l’aveva riconosciuta, aveva avvertito il desiderio e l’urgenza di appartenerle e da quel momento aveva preso a sognare di lei, consumando a fatica i giorni e dilatando le notti nella lunga, lentissima attesa dei loro incontri.
Lei, non lo sappiamo cosa provasse: quei sogni forse non li conosceva, come non sapeva del tormento di lui, infedele ogni notte nel proprio letto coniugale. Ignorava perfino l’inquietudine incontenibile di mani, di pelle, di sesso che lui sperimentava ogni volta che lei si allontanava, distogliendo lo sguardo e la mente da loro due. Perché lei sì: si allontanava, incostante.

Il giorno del suo compleanno G. sperava in un cataclisma che rovesciasse il mondo e invece gli arrivò in regalo un pacco. Dentro il pacco, avvolta da strati di plastica a bolle, c’era la sua vita: per tirarla fuori lui non ebbe da fare altro che prenderla in mano.

* Daniele Silvestri: L’autostrada

 

avresti mica un maalox?

E’ successo un venerdì, me lo ricordo. Come molte persone che sono abituate a lavorare in solitudine, ascoltavo la radio.
Ora, diciamo la verità: la musica alla radio fa quasi sempre schifo, infatti io la radio l’ascolto per le parole. Niente di culturalmente elevato, beninteso (niente radio3, per dire) ma nemmeno di commercialmente infimo (tipo radio deejay, che mi vengono i brividi solo a pensarci). Una via di mezzo, diciamo: programmi di chiacchiere tra il serio e il faceto – spesso più faceto che serio – inframmezzati da musica abbastanza banale, quasi sempre.
Ecco che quel venerdì, a qualche ora della mattina durante un programma qualunque, mi si rizzano le antenne quando partono le prime note di – udite, udite – Harvest (1972, credo).

Sulle prime penso di sbagliarmi (in effetti Harvest non passa alla radio da trent’anni e anch’io, in effetti, credo di non ascoltarla da almeno venti), poi la capriola inequivocabile del mio stomaco mi costringe ad ammettere che ho ragione, che la canzone è quella lì. Un attimo in cui cose dimenticate frullano da un angolo di memoria spigolosa, poi passa.

Neanche mezz’ora e il compilatore misterioso di playlist mi piazza la seconda stoccata sotto forma di Pink Floyd (Money, non mi chiedete l’età che non la so). Comincio a preoccuparmi. Vorrà dirmi qualcosa? Alle prese con una palla di lavoro di veline e adesivi vedo il mio dentro e il mio fuori che irrimediabilmente si scollano: la pancia ribolle in un corpo apparentemente quieto.

Il tempo di dare una calmata ai ricordi, tra una chiacchiera e una scemenza,  e il compilatore nostalgico tira fuori dal cappello un altro coniglio: Jim Kerr in forma smagliante attacca Up on the catwalk come se niente fosse e stavolta più che una capriola mi sembra che sia un triplo avanti carpiato. Roba da uccidersi dallo spleen.

Io non lo so, cosa gli sia preso, al compilatore, quel venerdì. Certo che ce ne vuole per infilarne tre su tre che sembrano fatte apposta per creare vortici gastrici. Potevano venirgli in mente, che so, i Doors, Cat Stevens, i Rolling Stones (e qui ci vorrebbe l‘analista che non ho per capire come mi siano venuti in mente, questi). Tutta gente che mi avrebbe fatto l’effetto di una camomilla, una pasticchetta di valeriana, una tisana di zenzero.

Tutto sommato però è meglio così: non è mai morto nessuno per un po’ di mal di pancia, no?

 

 

Cominciamo bene

Mi sveglio che per me è ancora notte con il tic, tic dell’iPod che seleziona brani, e lo schermo che illumina la stanza come un piccolo faro.
Saranno le sei, e lui non dorme più. Anche ieri sera, lo scopro più tardi, mentre io dormivo si è alzato a fare un giretto per la casa e poi per addormentarsi si è ascoltato i Genesis. E’ per quello che l’iPod è sul comodino, e stamattina all’alba è già in moto.

Io di svegliarmi del tutto alle sei non ci penso nemmeno: mi crogiolo nel caldo buio del letto e mentre mi sto chiedendo quale musica sia, adesso, mi accorgo che, con delicatezza, mi sta infilando un auricolare nell’orecchio.

Esco definitivamente ma dolcemente dal sonno con questa canzone.
Non c’è da stupirsi se, poi, la giornata prende una bella piega.

Omeopatia in mp3

Sono sempre stata una per cui la vigilia è più dolce del Natale, il sabato comunque meglio della domenica, la primavera certamente più eccitante dell‘estate. Ho sempre sofferto e goduto insieme, delle attese: dei viaggi in treno tornando a casa, dei bambini per tanti ma troppo pochi mesi nella pancia, dei piccoli cambiamenti che preludono alle grandi rivoluzioni. Ho sempre pensato che l’attesa sia aspirazione, mancanza, desiderio; e che niente possa essere più desiderabile del desiderio.

Le grandi aspettative, qualche volta, vengono deluse. Qualche volta. Ma qualche volta no.

Ci sono novità che, quando arrivano, fanno bene. La musica è una di quelle. Questa musica in modo speciale; che la riconosci anche se non l’hai mai sentita prima; che ci trovi dentro pezzi di te e parole che capisci; che ti viene voglia di fartela entrare un po’ nelle ossa, ascoltandola e riascoltandola.

Lo so che forse non è proprio del tutto il mio genere; che io sono quella che si sgola ai concerti; che quando sono giù di corda ascolto roba rumorosa a tutto volume; che le canzoni un po’ malinconiche dovrebbero mettere tristezza. Tutto vero. E invece quella di Joe Barbieri è una specie di malinconia omeopatica, un rimedio contro il malumore, una carezza che fa sorridere.

Io, questa musica, l’ho aspettata, e adesso me la godo.