una questione irrisolta

Una cosa che mi chiedo da almeno trent’anni e un po’ è questa: l’empatia è una fortuna o una condanna? L’attitudine a condividere in modo viscerale le emozioni altrui ci rende più utili o solo più indifesi?

Me lo domando ogni volta che non riesco a impedirmi di tormentarmi o commuovermi – come se quella vicenda mi toccasse da molto vicino – per una foto, un racconto, un documentario, perfino un libro o un film frutto della fantasia di un autore particolarmente dotato per l’esplorazione dell’animo umano.

Quello che mi disturba è sentirmi perennemente in balia di emozioni che non so governare in generale, ma tanto più quando mi appartengono solo di riflesso. Mi coglie alla sprovvista qualunque sentimento che riconosco, e soffro e gioisco di continuo per i fatti miei e altrui e mi vergogno, e faccio fatica a mostrarmi, quando piango per la sofferenza di qualcuno o, non meno spesso, per la sua felicità.

Mi aiuterebbe sapere che tutto questo ha una funzione e un’utilità ma, al momento, non ne sono affatto sicura: il più delle volte, dopo che sto male per giorni per vicende su cui non posso influire in alcun modo, mi sento solo particolarmente scema.

Annunci

penso

Alle strade degli affetti, all’insondabile logica dell’amicizia, al regalo prezioso dell’empatia.

E all’abbraccio spinoso tra la rosa e il gelsomino