bisogna farlo di pomeriggio

Il sesso, in effetti, è un po’ come la scrittura: ci sono giorni in cui ne hai voglia, giorni in cui non ne hai, giorni in cui ne avresti voglia se trovassi il momento, la concentrazione, la collocazione appropriata.

La donna, in quanto essere squisitamente in balia degli eventi naturali, delle fasi lunari, dei ritmi circadiani, la sera è portata ad accasciarsi in uno stato prossimo all’atarassia o al catatonismo, da cui è arduo distoglierla; l’uomo, non si sa come, è sveglio come un grillo e non si capacita dello scarso o nullo interesse che la sua donna dimostra di fronte alle sue avances amorose.
Questo perché il momento, la concentrazione, la collocazione ideali (per il sesso, non per la scrittura) secondo me si trovano di pomeriggio.

 Mi direte che è un po’ poco per risolvere i problemi del mondo. Dipende dai punti di vista: se partiamo dal presupposto che tutti gli uomini si lamentano, si son lamentati o si lamenteranno, presto o tardi, per la scarsa disponibilità erotica delle loro consorti, compagne o fidanzate di lungo corso, allora la soluzione di questo dramma dell’incomunicabilità potrebbe rivelarsi rivoluzionaria.

 Mi direte che si fa presto a dire pomeriggio, ma le persone normali di pomeriggio lavorano. Lo so: se non si ha la fortuna di orari flessibili e segretarie collaborative è necessario approfittare del fine settimana; nel qual caso il pomeriggio può anche acquistare una durata più che dignitosa, contrariamente al resto della settimana.

 Mi direte che ci sono degli impedimenti sotto forma di figli che di pomeriggio hanno la pessima abitudine di girare per casa. A questo proposito ho deciso che la playstation, il computer, la televisione, i cugini e, in misura minore ma comunque significativa, i compiti per le vacanze sono stati inventati allo scopo di distrarre la prole per il tempo necessario affinché i genitori abbiano la possibilità, previo barricamento in camera da letto, di svolgere i loro amorosi impegni.

 

P1020699Io ve lo dico: funziona molto meglio, di pomeriggio.

 Soprattutto se si dispone di un cartellino sulla porta come il mio (fatto da Lorenzo per la festa della mamma, ma perfetto per l’occasione)

 

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“Il bambino e la città” (un post che salta di palo in frasca)

Penso che i testi che trattano di psicopedagogia siano molto utili ai genitori che, dopo averli letti, possono tranquillamente fare come gli pare, ma con l’animo più sereno.

Mi è venuta in mente questa cosa qui, oggi, ripensando al titolo di un libro di Françoise Dolto, che io ho letto e poi dimenticato, come al solito, anche se di sicuro leggendolo qualcosa avrò pensato e questo avrà senz’altro contribuito a fare di me la madre che sono.

Il titolo del libro mi è tornato in mente perché oggi Lorenzo doveva fare una cosa che non aveva mai fatto prima. Doveva uscire da scuola da solo e andare a piedi fino a casa di sua zia: in un certo senso doveva appropriarsi della città, una cosa che ai miei tempi era normale – tutti i bambini andavano a scuola, a catechismo, in palestra da soli. I bambini moderni no, non lo fanno più, e per tante ragioni.

Lorenzo era molto fiero di potersi arrangiare. Ha detto che a lui piace gironzolare da solo; credo che lo faccia sentire grande.

Mentre lui usciva da scuola da solo, io, dall’altra parte della città, pensavo a come i bambini per me sono come il pane. Io per fare il pane non riesco a seguire le ricette, e per educare i bambini non sono capace di seguire i manuali. È come se ti dicessero cosa devi fare senza sapere quale materia prima hai a disposizione. Allora io leggo le ricette e i manuali però poi faccio quello che mi dicono le mani e la pancia. La pancia, sì.

PS: Françoise Dolto è quella che ha inventato la Casa Verde e per questo le sarò sempre grata.

PPS: il pane comunque mi viene bene e i bambini… anche, secondo me.

 

 

una giornata di Riccardo G.

La sveglia si materializza sotto forma di padre amorevole alle 7.00 o forse solo qualche minuto più tardi, quel che serve per riemergere da un sonno che solo a quell’età può essere così denso e impenetrabile.
È dura, la mattina. Arrivare alla colazione richiede già uno sforzo fisico: lavarsi, vestirsi, e dove sono i calzini?, mamma devi firmare la circolare, mi metti la merenda in cartella?, non ho fame stamattina (ma lo sai che devi mangiare lo stesso: almeno bevi il latte).
Il caos che regna nella sua testa in quella mezz’ora non la immagina nessuno: i suoi sogni non si sono ancora cancellati e già vengono spodestati dalla tabella oraria della giornata che lo aspetta, e non è una giornata da niente.

La scuola, si sa, è la scuola: cinque ore, sono. Ma a lui non dispiace, la scuola: è nell’età in cui si impara il cameratismo, in cui si scopre il fascino del mondo, in cui dentro casa e fuori di casa si è due cose diverse, e la libertà di essere, a scuola c’è. Per ora, in prima media.
La scuola sono cinque ore, ma oggi non sono solo cinque: un panino e poi vai con le prove per il concerto di fine anno, che fine anno sì, ma le prove iniziano due mesi prima, è un’orchestra vera, questa. Tre ore, le prove; ma tre ore di entusiasmo e, io credo, di gran confusione.

Uno pensa che dopo otto ore di lavoro si possa rientrare a casa, ma lui dice mamma ci sono le prove dell’orchestra, l’altra: non le posso saltare. Non puoi o non vuoi? Non voglio, in effetti. Altra orchestra, altre prove, altro entusiasmo, altra fatica, penso io, ma lui quella fatica lì mica la sente.
Si torna a casa che sono le 18.30 passate, dalle 7.30 che è uscito. Ti riposi con me sul divano? Ci guardiamo XFactor io e lui: io che stiro, lui beato che si nutre di altra musica.
Un’oretta, poi di corsa si mangia e via, con la scuola al Teatro Comunale per un concerto.

Sono le 22.20. La mamma è qui che scrive di lui e lui chissà se a teatro è riuscito a non addormentarsi per la stanchezza. Domani vi saprò dire.

 

 

campioni di fioretto

Ieri Lorenzo (il magnifico, il paciere, il neo sciatore) doveva fare la prima confessione e aveva il serio dilemma se ammettere la grave colpa di non andare a messa la domenica.

Il fatto è che lui non va a messa perché noi non ce lo portiamo, il che solleva la spinosa questione del motivo per cui due genitori scellerati impongano ai pargoli un percorso sacramentale di un certo tipo se non sono convinti affatto dell’utilità di certe cose. Dico genitori ma intendo la mamma, ché spesso son le mamme che si occupano di ciò. Nella fattispecie infatti è la mamma, cioè io.

La cosa è complicata.

Credo che l’umanità si divida in due gruppi: coloro che hanno bisogno di credere in una forza soprannaturale che abbia funzione di conforto/supporto/supervisione e quelli che invece questo bisogno non ce l’hanno. Io personalmente ce l’ho.
Ho anche un ottimo rapporto con la divinità in questione: è con la religione che ho qualche problema. Per non dire della Chiesa. Per non dire del paparatzinger con cui non riesco a condividere neanche uno straccio di opinione. Quindi, ecco: non mi direi propriamente una cattolica osservante.
Però ho detto che male vuoi che gli faccia, al pargolo, se va a catechismo da ‘sta suorina che gli racconta le quattro acche su gesù che io non ho la passione né la pazienza per tramandargli? Che ne so che non abbia bisogno, lui che non è me, di conoscerle? Tutto sommato gesù ha detto un sacco di cose che condivido. E così è andata: ieri si va alla prima confessione.

Ora, tu credi che sia un appuntamento di un’oretta: venti bambini cosa avranno mai da confessare? Eh, già, ma la parrocchia (che tra parentesi non è la nostra parrocchia, troppo facile, sarebbe) ha organizzato un pellegrinaggio in piena regola con tanto di via crucis e messa prefestiva, intervallate da brevi interruzioni per ristoro e corsa in cortile che, lo capisco presto, servono essenzialmente per impedire che i bambini si addormentino sul banco della chiesa, visto che una noia mortale pervade gli astanti già dalla seconda stazione di quello che da me viene vissuto come un calvario in piena regola. I canti devono avere più o meno l’età della suorina (sui 70, direi): erano già vecchi ai miei tempi e oggi suonano del tutto anacronistici. Perfettamente in linea con la tendenza reazionaria del santopadre, quindi.

Per tutto il tempo trattengo gli sbadigli maledicendo la mia pavida mancanza di una vera posizione riguardo l’argomento; mi dico che non è possibile che si ammorbino delle creature di nove anni con certe maratone che avranno la sola conseguenza di renderle insofferenti verso qualunque appuntamento religioso per i giorni a venire; giuro che è l’ultima volta: non ci fregano più.

Intanto però Lorenzo esce stremato dalla sfacchinata liturgica, ma con l’aria soddisfatta di chi si è liberato di un fardello.
“Non l’ho mica detto che non vado a messa” mi fa lui. “Hai fatto bene”, gli dico io. E lo penso, anche. Ché io con la divinità in questione ho un ottimo rapporto nonostante la latitanza quasi trentennale con le questioni penitenziali. Vorrà ben dire qualcosa.

 

prove tecniche di democrazia

Lorenzo: – Sai, la mia classe dell’anno scorso non era tanto equilibrata, secondo me

Mamma: – Ah, no, e come mai?

L: – Beh, hanno eletto Leonardo paciere…! Ci pensi? Uno che dà calci e pugni a tutti!

M: – E allora?

L: – E allora abbiamo dovuto tenercelo: l’avevano eletto, capisci. Anche se io non l’avevo votato… Io, poi, l’anno scorso non mi ero candidato.

M: – E quest’anno?

L: – Quest’anno no: hanno eletto me, Margherita, Camilla e Emma. Io ho votato Camilla e Margherita perché so che sono persone calme. Avrei votato anche Emma ma poi mi hanno detto che potevo autovotarmi.

M: – E tu ti sei autovotato, allora?

L: – Sì: penso di essere un buon paciere.

 

saturday news

Notizia inquietante: ieri, nell’ora e un quarto in cui ho fatto la spesa alla Coop, Lorenzo mi ha aspettato seduto su una seggiolina davanti alle casse leggendo il primo volume de Il Medioevo, a cura di Umberto Eco. Quel bambino mi fa sentire totalmente incolta.

Notizia confortante: ieri, mentre facevo la fila alla cassa della Coop e mio figlio leggeva beatamente di Carlomagno, ho incontrato una che conosco, che a un certo punto della conversazione mi ha detto: “Con quegli occhi lì chi vuoi che se ne accorga se anche hai le zampe di gallina!”. Che io non lo so se sia proprio vero, ma ho deciso di ricordarmelo per i momenti di sconforto.

Notizia agghiacciante: Riccardo ieri sera aveva una festa in pizzeria con gli amici. Per la prima volta ho pensato che forse sarebbe meglio se gli comprassimo un cellulare. Fine di una certezza granitica: che a 11 anni si potesse benissimo vivere senza.

Notizia e basta: mi sono accorta di avere iniziato quasi contemporaneamente tre libri e di non averne terminato nemmeno uno (Philip Roth: Lamento di Portnoy; Insy Loan: Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà; Erri De Luca: Il giorno prima della felicità). Ma adesso li finisco, tutti e tre. Vado.

 

son cose che non ti aspetti

Ieri sera, quando siamo tornati dalla montagna, mi sono resa conto di una cosa strana. La casa non aveva per niente l’odore di casa nostra, ma nemmeno l’odore che hanno le case degli altri. Sapeva, ecco, di vuoto: sembrava di entrare in una casa fantasma. Possibile che siano passati solo cinque giorni e non ci sia più traccia di noi? ho pensato.
In realtà tracce di noi ce n’erano eccome: se non altro, il disordine che avevamo lasciato partendo era intatto. Però mi dispiaceva, questo limbo olfattivo. Allora oggi che siamo tornati tutti qui, animali di varie specie, a riempire lo spazio del nostro profumo, ho messo su due pentole per farla tornare quella di sempre, la casa.
E adesso Riccardo che suona il violoncello sta facendo il resto. Bello.

Lorenzo, il magnifico

Dicono che se la ginnastica artistica fosse facile si chiamerebbe calcio.  Ripenso all’aria afflitta del mio bambino quando sabato, alla sua prima gara a squadre, ha sbagliato il salto al volteggio.

L’ho guardato mentre cercava di mandare indietro le lacrime, fingendo di essere allegro per non mostrarsi fragile. Per tutta la gara ha evitato il mio sguardo per evitare di piangere; per tutta la gara l’ho abbracciato con gli occhi, orgogliosa come non mai della sua tenacia.

 Non è facile, quando hai otto anni e sei teso e spaventato, sbagliare il primo attrezzo e andare avanti lo stesso. Non è facile quando la squadra di tuo fratello, più grande, più forte, più bravo, arriva seconda mentre la tua arriva ultima. Non è facile accettare la responsabilità, tutta tua, della sconfitta.

 La ginnastica non è difficile perché è difficile. E’ difficile perché ti mette ogni giorno di fronte ai tuoi limiti e ti chiede di superarli.

Sabato il mio bambino ha vinto la sfida. E’ stato un grande risultato, secondo me.