“fidati”

Riconosco in te la mia stessa fatica di dire e mi sforzo di non mostrartela, fingendo che siano indolori le parole.
Ti strappo dalla lingua pensieri che non vuoi ammettere o non sai riconoscere, o che vorresti in te eternamente muti.

Ricordo senza rimpiangere, e piango per te ogni lacrima che esce dai tuoi occhi.

Scusa.

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cose che a raccontarle non rendono ma secondo me ci si può commuovere

In genere non li guardo, oppure li spio con la coda dell’occhio mentre faccio dell’altro. Non mi piace che si sentano osservati: è bella la naturalezza con cui lo fanno e non mi va di disturbarli nemmeno con lo sguardo. Però so che sono belli da fotografare per poi riguardare la foto nei giorni bui.

Non li guardo però, ovviamente, li ascolto. Sarebbe impossibile non sentirli, del resto, a tre metri da me, o al massimo nella stanza adiacente. Non so mai chi comincia ma quando me ne accorgo sono lì tutti e due, a quattro mani col piano oppure al piano e violoncello, a giocare con la musica. Li invidio, ovvio: io non lo so fare.

Sbagliano, riprovano, si aspettano, si rincorrono, ridono, risbagliano, cambiano pezzo quando uno non viene. Passano da un genere e da un secolo all’altro e io rido dei loro punti d’incontro che a volte son buffi, a volte incomprensibili per me che parlo un’altra lingua.

Mi viene da pensare che non può essere un’adolescenza terribile se lasci che tuo padre sieda al piano con te e fai passare i pomeriggi come fossero minuti; nemmeno se magari il giorno dopo piangi e sbatti le porte convinto che non ti si capisca.

È un bell’essere figlio, è un bellissimo essere padre.