del giorno in cui diventai supereroa

Io mica lo sapevo: non me l’avevano detto. Se me l’avessero detto sarei stata anche più tranquilla, invece ero tranquilla normale, emozionata come quando ti devi buttare dal trapezio però sotto hai la rete (anche se non mi sono mai buttata da un trapezio e in quel frangente non avevo la rete, ma l’idea di emozione era quella lì).
Ovviamente era una tranquillità dettata anche dall’incoscienza, oltre che da un’inspiegabile fiducia nella Forza della Natura. Fatto sta che mi sentivo abbastanza padrona della situazione, a dispetto della mancanza di esperienza e tutto il resto.

Poi verso le 17 e qualcosa (credo di avere i geni della snaturatezza perché l’ora esatta non me la ricordo, accidenti all’ascendente che mai riusciremo a calcolare) ho avvertito con chiarezza che Ame-no-Uzume,  Tlazolteotl, Asherah, Heket, Thalna, Rauni, Ilizia, Hina, Cerere, Athtart e tutte le altre divinità della fertilità e del parto e protettrici delle nascite erano con me perché ho acquisito dei superpoteri inequivocabili come se avessi bevuto un sorso di kriptonite omeopatica alla 2000CH e quando è stato il momento di spingere avevo in me la Forza di un Jedi femmina.

Quando ho visto il mio bambino appena nato, poi,  è stato come se una leonessa si fosse impossessata del mio corpo perché ho capito che sarei stata pronta a sbranare chiunque avesse osato avvicinarsi al mio cucciolo con intenzioni minacciose, e penso che questa mia nuova condizione di leonessa si intuisse anche da fuori perché infatti nessuno ha mai osato avvicinarsi con intenzioni minacciose.
Almeno: non negli ultimi 15 anni.

I nomi delle dee ovviamente li ho trovati su wikipedia

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di come i sentimenti cambiano senza in verità cambiare per niente, o viceversa

È con un lievissimo senso di colpa, così lieve da non essere ben percepito nemmeno da me se non a distanza di tempo, che negli ultimi dieci anni ho vissuto l’11 settembre come un giorno di festa. La festa di mio figlio che compie gli anni, la festa mia che un 11 settembre sono diventata come per magia la persona che volevo essere, grazie a lui.

Non è mica facile festeggiare l’11 settembre, dopo l’11 settembre.
All’inizio ti viene la tentazione di anticipare, posticipare, come se non avessi più tanto il diritto di gioire spudoratamente per un compleanno in un giorno che tutti considerano infausto come pochi. Poi ti dici che invece gioire si può e magari anche si deve, e non anticipi e non posticipi un bel niente, festeggi come si festeggiano tutti i compleanni, e però ogni 11 settembre ripensi a quel compleanno lì, coi bambini al parco giochi e la festa più triste che si possa immaginare, che ricordi ancora come un delirio di discordanza tra lucidità e incoscienza, tra serenità forzata e angoscia trattenuta, tra sgomento interiore e calma apparente.
Fortuna che a quattro anni non ti rendi conto che il mondo sta cascando a pezzi e i grandi son lì a sorriderti per tranquillizzarti, come se niente fosse, pensavi e pensi.

Dopo dieci anni è impressionante percepire che non è cambiato quasi niente. Sembra ieri.
Invece mi ritrovo di fianco questo ragazzetto che è evidentissimo che non ha più quattro anni e che non si accontenterebbe, oggi, di un sorriso tranquillizzante. Forse è per quello che mi sento più inquieta oggi che nei dieci anni passati ed è una sensazione del tutto inattesa: stranamente allora mi succede che è con un certo lievissimo senso di colpa che mi sforzo di non far vedere che anche se onoro il sacrosanto diritto a una festa di compleanno – per cui mi adopero meglio che posso, preparando cibo, lavando stoviglie, assecondando desideri – lo faccio altalenando tra l’allegrezza e il senso di precarietà.

C’è proprio gente che non trova pace, a questo mondo.