di come i sentimenti cambiano senza in verità cambiare per niente, o viceversa

È con un lievissimo senso di colpa, così lieve da non essere ben percepito nemmeno da me se non a distanza di tempo, che negli ultimi dieci anni ho vissuto l’11 settembre come un giorno di festa. La festa di mio figlio che compie gli anni, la festa mia che un 11 settembre sono diventata come per magia la persona che volevo essere, grazie a lui.

Non è mica facile festeggiare l’11 settembre, dopo l’11 settembre.
All’inizio ti viene la tentazione di anticipare, posticipare, come se non avessi più tanto il diritto di gioire spudoratamente per un compleanno in un giorno che tutti considerano infausto come pochi. Poi ti dici che invece gioire si può e magari anche si deve, e non anticipi e non posticipi un bel niente, festeggi come si festeggiano tutti i compleanni, e però ogni 11 settembre ripensi a quel compleanno lì, coi bambini al parco giochi e la festa più triste che si possa immaginare, che ricordi ancora come un delirio di discordanza tra lucidità e incoscienza, tra serenità forzata e angoscia trattenuta, tra sgomento interiore e calma apparente.
Fortuna che a quattro anni non ti rendi conto che il mondo sta cascando a pezzi e i grandi son lì a sorriderti per tranquillizzarti, come se niente fosse, pensavi e pensi.

Dopo dieci anni è impressionante percepire che non è cambiato quasi niente. Sembra ieri.
Invece mi ritrovo di fianco questo ragazzetto che è evidentissimo che non ha più quattro anni e che non si accontenterebbe, oggi, di un sorriso tranquillizzante. Forse è per quello che mi sento più inquieta oggi che nei dieci anni passati ed è una sensazione del tutto inattesa: stranamente allora mi succede che è con un certo lievissimo senso di colpa che mi sforzo di non far vedere che anche se onoro il sacrosanto diritto a una festa di compleanno – per cui mi adopero meglio che posso, preparando cibo, lavando stoviglie, assecondando desideri – lo faccio altalenando tra l’allegrezza e il senso di precarietà.

C’è proprio gente che non trova pace, a questo mondo.

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dell’impossibilità di dire

Mi capita sempre più spesso di non trovare il modo. Di avere chiare le emozioni ma di arrampicarmi per cercare di dirle, e non riuscire. Mi capita soprattutto quando i sentimenti nascono inaspettati e lasciano scie di nostalgia ancora prima che finiscano di accarezzarmi. Nostalgia preventiva, la chiamo io.

È possibile che qualcosa si opponga alla riuscita del racconto perché certe cose, a dirle, vuol dire che son finite, e la nostalgia preventiva chiede invece di prolungarne la durata, in quella paradossale condizione di limbo tra il prima e il dopo. Ché i momenti rilevanti stabiliscono sempre un confine tra prima e dopo, penso.

Vale per tutto: la primavera, l’innamoramento, l’adolescenza, le sorprese.

(Qualche giorno fa ho vissuto un momento di meraviglia, grazie a mio figlio. Non trovo le parole per raccontarlo. Io mi accontento di ricordarne la dolcezza: voi, fidatevi)

il massimo

A me si scatena un istinto, in certe situazioni: lo chiamerei l’istinto della matriarca, anche se per il momento non posso dire di essere una matriarca nonostante il mio progetto di vita lo preveda.
Allora oggi, che si potrebbe definire una giornata molto particolare per via dell’emergenza alluvionale, della clausura forzata, dello smarrimento di fronte ai piani scombinati, non trovo di meglio da fare che vestire i panni della nonna e accendere il forno, adottare nipotine da avviare all’arte della pasta frolla e del momento del tè come rimedio alle delusioni della vita; scegliere il divano come luogo di aggregazione e lasciare che il tempo scorra.
L’istinto della matriarca fa sì che le cose si mettano per il meglio quando hai un tetto sulla testa, una coperta sulle ginocchia e qualcuno con cui fare quattro chiacchiere in cucina impastando i biscotti.
La vita della matriarca, non so: a me pare il massimo che si possa desiderare.

non classificabile

Quando dicono che partorire è una fatica tremenda: non è vero. È fatica, ma una fatica solo più concentrata e dolorosa, di un dolore che poi lo sai che passa, e lo sai che serve.

Invece con i figli capitano delle fatiche terribili che sembrano anche inutili e sterili e incomprensibili, delle fatiche in cui è un dolore diverso che non dà tregua: il dolore dell’impotenza.

Poi penso anche che un figlio lo partorisci una volta sola e invece l’impotenza non lo so mica, quante volte tocca.

dovrei prendere in seria considerazione lo yoga

In questo periodo mi capita che sentire, sento (se no vorrebbe dire che sono morta); capire, capisco (se no vorrebbe dire che sono scema). Però mi piacerebbe riuscire anche ad accettare le cose che non posso cambiare, dopo che le ho sentite e capite e che ho deciso che comunque non mi piacciono.
Vorrei continuare a pensare che non mi piacciono facendomele pesare di meno.

Non so mica se rendo.

ma si può arrivare preparati?

Mi sono accorta che ultimamente lo tocco spesso. Sovrappensiero, allungo la mano sulla sua gamba quando il semaforo è rosso, sul divano gli accarezzo i piedi, cerco le sue mani di continuo e indugio sui calletti del palmo, sulla pelle spessa delle dita: non ci si può credere, che a tredici anni uno abbia le mani così callose.
Mi rendo conto sempre in ritardo di questi gesti, che lui non rifiuta mai, che anzi ancora riceve con piacere, spingendo la testa verso le mie carezze come un gatto, ricamando questo contatto di baci, desideroso di coccole come un bambino.
Mi sembra di fare la scorta, di questi gesti, per quando verrà il momento di allontanarsi e di lasciare che siano altri (altre) a goderne.

Mi domando se sarà difficile. Mi rispondo che sì.

un gesto

Riconosco il gesto di una mano a cercare un’altra mano come il più familiare, tra una madre e un figlio.
La prima volta, il primo minuto, il primo istinto è stato quello di toccare dita piccolissime che presto avrebbero imparato a stringere. Per mille e mille giorni quante volte ci siamo cercati in quel modo non saprei dire, in un’abitudine quotidiana a chiedere sostegno, a dimostrare fiducia; ad alleggerire i silenzi più eloquenti e le paure più inconfessate.
Non ci siamo quasi accorti che la necessità di quel contatto, poi, si è diradata: la mano tesa meno urgente mentre imparavamo gesti più adulti, e parole piene.

Non so quando sia successo che è cambiato tutto, così in fretta: quando ieri la tua mano ha cercato la mia non era quella di un bambino che mi stringeva ma quella di un uomo che mi chiamava, per dire emozioni conosciute, con una voce nuova.

Puzzle

Dieci anni oggi e mi chiedo Ma cosa c’era prima? Come facevo? Di chi mi prendevo cura? Che famiglia eravamo, che ne mancava palesemente un pezzo? Lo sentivamo, di essere incompleti? E lo sapevo già, che senza questo pezzo non sarei mai stata intera nemmeno io?

Non me lo ricordo. Anzi sì.

Lorenzo compie due lustri portati con fierezza. Li compio anch’io.

dev’essere che solidarizzo con gli sfaccendati

Davanti alla Coop ci sono sempre tre o quattro ragazzotti, mi pare che mi abbiano detto che sono nigeriani, ma forse non tutti, perché tra loro parlano in un Italiano misto-qualcos’altro. Ogni tanto uno sparisce per qualche tempo, vuol dire che ha trovato un lavoretto. Poi dopo un po’ torna.
Fuori dalla Coop aspettano le signore che escono col carrello, sfoderando sorrisi il più delle volte irresistibili.
A me è capitato spesso di devolvere l’euro del carrello e anche, qualche volta, confesso, di approfittare dell’offerta di aiuto per caricare in macchina borse pesantissime.
Da qualche tempo non uso più l’euro del carrello perché la Coop mi ha regalato una moneta finta e mi ritrovo spessissimo senza uno straccio di monetina in tasca. Allora ho cominciato a mettere nel carrello una cosa in più, pensando ai ragazzotti che son là: abbastanza sfaccendati, è vero, ma gentili. In genere offro una stecca di cioccolata, un pacco di biscotti: mi pare che apprezzino.

Ieri non avevo l’euro nel carrello, non avevo monete nel portafogli, mi ero dimenticata di comprare la cioccolata; e quando mi hanno detto: “Dammi qualcosa, non soldi”, indicando il carrello, ho avuto un momento di panico, poi mi son ricordata delle banane, ho detto: “Ti do una banana”. “Dammene due”, mi ha detto il più furbo (e che forse mi conosce).

Insomma quando sono arrivata a casa le banane erano praticamente finite.

ancora oggi a pensarci mi si strizza il cuore

I bambini iniziano presto a baciare. Mio nipote a dieci mesi sbaciucchia con intenzione quelli che ama, e mi ricordo i miei figli, con quelle labbra bavosette che si avvicinavano alla mia bocca (i bambini non baciano sulla guancia fino a quando non glielo insegnano, secondo me) e ancora non sapevano fare il gesto, ma la bocca aperta era già un bacio, non so se per istinto o per imitazione.

Quindi ti abitui presto, ai baci dei bambini, ché un po’ li baci tu e un po’ ti baciano loro, tutti i giorni, da subito.

Io però oggi pensavo al primo momento in cui ho avuto un moto di felicità che ho sentito esplodere in modo quasi rumoroso nelle orecchie, da quanto forte e improvviso e inatteso. Mi ricordo il pianerottolo appena fuori dalla nostra porta, io in ginocchio che aggiustavo la giacca a Riccardo, lui che si lasciava fare, contento della passeggiata imminente. Avrà avuto io credo un anno e mezzo, sì e no. E lì davanti alla porta, quel giorno, il suo primo abbraccio: non le braccia che si aggrappano ma le braccia che stringono, e la manina che accarezza e batte piano la spalla.
Una cosa che non si può immaginare, la bellezza.