altre vite/1

Non ero un cactus, no, son sicura, ché al cactus gli basta l’acqua del deserto, che è pochissima, quasi niente: a me no.
Non ero neanche una rosa, che se le tagli i rami lei sta bene, anzi meglio: io se mi tagli mi fai malissimo e mi passa la voglia di crescere per te.
Ero una pianta piccola che cresceva poco e forse faceva dei fiori; e che conveniva tenere un bicchierino vicino al vaso per ricordarsi di darle da bere di tanto in tanto, se no moriva.

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tu chiamalo se vuoi (inconsueto) ottimismo

Lamentarsi del tempo è uno degli sport più amati dagli Italiani e in maniera assoluta dal popolo della rete (me compresa) che, essendo perennemente alla ricerca di una cosa qualsiasi da dire, approfitta come spunto degli eventi meteorologici che comunque per definizione non mancano mai. Del resto bestemmiare le divinità è anche quello uno degli sport preferiti dal popolo della rete e la scelta di Giove Pluvio come dio da insultare in certe mattine è, anche per me, indubbiamente ineccepibile.

Stamattina sarebbe una di quelle mattine, fredda, grigia e umorale come solo il lunedì. Per molti probabilmente lo è.

Invece io sono allegra come un passerotto appena scampato alla prepotenza dell’acquazzone: non godo dell’aria repentinamente troppo fredda per i miei gusti ma confido intimamente che andrà migliorando, me lo sento sotto pelle; in qualche maniera avverto che l’autunno è ancora da cominciare e altre giornate tiepide, se non calde, arriveranno. Riesco a pensare solo che del sollievo ci voleva, dopo l’afa delle ultime settimane: innaturale, opprimente, appiccicosa.
Ho messo le scarpe chiuse e una maglietta con le maniche lunghe ma non per questo mi sento precipitata nelle rigidità dell’inverno.

Insomma non sbuffo ma approfitto della possibilità nuova di attorcigliarmi finalmente intorno allo Splendido per temperare un brividino di freddo verso l’alba, di regalarmi un biscotto con un tè caldo a mezza mattina, di stirare tre camicie senza doverne sudare sette, insomma tutte le cose che fino a ieri risultavano improponibili (soprattutto intrecciarsi come un’edera con lo Splendido, un’attività che d’estate mi è quasi sempre interdetta se non con intenti dichiaratamente erotici).

In pratica ho deciso che la bestemmia contro Giove non mi dava le stesse soddisfazioni. Vi consiglierei di provare il mio metodo (ma non con mio marito).

smetto quando voglio

Lui scommette che non sono capace, come i tossici, o quelli che devono smettere di fumare. Cosa vuoi che sia, dicono, e invece poi non riescono: due ore, un giorno e son lì di nuovo.
Ma io adesso ho le mie buone ragioni e la motivazione, si sa, è tutto, in questi casi.

La motivazione è che ho iniziato un libro che mi prende molto, voglio vedere come va a finire e sono una persona impaziente: lo voglio sapere presto.
No, veramente la ragione è che se ho delle cose da dire non mi va di sputarle fuori a vanvera, adesso comincio a pensarci su un  momento prima di parlare.
No, la verità è che mi hanno fatta innervosire e ho voglia di chiudermi in camera mia, nella mia stanza c’è una finestra e di lì il paesaggio è tutto mio: guarda, me lo invento di volta in volta come mi piace, ho ancora negli occhi la Valle del Fiora e non so immaginare di meglio, oggi.

Insomma mi son sloggata perché son talmente pigra che solo l’idea di dover rientrare mi fa fatica. E’ bellissimo.
(L’indolenza sarà la mia salvezza)

Poi da oggi mi riapproprio del blog. (I commenti su FF non li posso leggere: non vorrai mica che digiti la password!)

della formidabile attrazione che provo per i luoghi satanici

So di aver già detto e scritto da qualche parte che non son portata per lo shopping. L’atto di comprare di per sé non mi dà alcun godimento, provarmi i vestiti non mi piace, scarpe ne compro poche perché alla fine ho addosso sempre le stesse. Le borse sono contenitori di cui mi importa pochissimo, le cinture mi sevono unicamente se ho i pantaloni troppo larghi, quindi quasi mai.  Ho dei problemi certamente con le librerie perché lì si innesca un meccanismo perverso per cui il desiderio si fa pungente e il richiamo delle sirene irresistibile. Spesso dalle librerie mi tengo alla larga apposta perché sono sicura che ne uscirei ricchisima ma povera.

Poi ci sono due negozi che per me sono i luoghi del demonio, dei posti in cui potrei tranquillamente passare il pomeriggio anche se so che non mi serve niente perché sono posti in cui tutto, anche quello che non sai bene cosa sia, diventa potenzialmente una cosa utilissima. Questi luoghi del demonio sono le mercerie e i negozi di ferramenta.

Nelle mercerie io ho sembre bisogno di tutto anche se non ho necessità di niente perché nel mio luogo di lavoro ideale ci sono dei metri di filo, spago, corda, nastro, di qualunque tipo e colore e materiale. Perché non si sa mai quando ti viene voglia di usare quelle cose lì. Per non parlare dei bottoni e degli aghi (io sono sempre alla ricerca di aghi) e dei pizzi e dei pezzi di stoffa, di feltro, di garza, di fodera. Un po’ tutto all’insegna del “non so a cosa mi serva ma mi serve”.

Nei negozi di ferramenta è uguale. Comprerei tutto: legnetti, colle, colori, vernici, pezzi di ferro che non so a cosa siano adatti, attrezzi che non ho mai visto in vita mia. È evidente che qualunque cosa ha un uso proprio e anche uno improprio ed è proprio dell’uso improprio che io tendo istintivamente ad appropriarmi.

È incredibile che non sappia usare un trapano e nemmeno una macchina da cucire: anzi più che altro è un peccato perché li vorrei. Quasi quasi me li compro.

sull’estetica del regalo

Scrivendo gli auguri di Natale a un amico, oggi, pensavo al fatto che io infiocchetto pochissimo. Impacchetto, perché mi piace l’idea della sorpresa; mi piace anche decorare le carte, o al contrario usare la carta più anonima che esista, tipo la carta da pacchi o di giornale, e piazzarci su uno spago vero o inventato, però i fiocchi veri e propri, fatti di nastro, li metto solo quando faccio un regalo che non è un vero regalo, un regalo che devo fare. E non scrivo quasi mai i bigliettini: in effetti solo quando ho veramente qualcosa da comunicare, insieme e oltre al regalo (cioè raramente).
Ho uno stranissimo senso estetico del pacchetto, io.

Qualche giorno fa, per il mio compleanno, ho ricevuto un regalo dentro a un sacchettino della libreria, e anche uno dentro a un sacchetto della merceria, senza carta, e ho pensato che era bello perché era come se nel regalo quasi nudo ci fosse anche il senso del regalo stesso, che non aveva bisogno di belletto.

Poi ho ricevuto un regalo con la carta e un biglietto bello ma muto e anche lì c’era il senso della ragione del regalo che non aveva bisogno di parole.

Questi amici miei che fanno i regali senza carta o senza biglietto io li apprezzo tantissimo, mi sembra proprio che siano amici fatti apposta per me

di sindromi e tormenti

La mancanza di tormenti secondo me è il più grande ostacolo per la produzione di letteratura e anche di espressione artistica in genere. Io ho questo problema qua, che son priva di tormenti, e infatti si vede che non partorisco niente che riesca ad avvicinarsi anche da lontano alla mia idea di  spessore concettuale o almeno che si possa paragonare a una parvenza di banale gradevolezza.

Uno per produrre delle belle cose mi sa che ha bisogno almeno di qualche dispiacere in corso, una disputa per l’eredità, una gelosia retroattiva; meglio di tutto sarebbe una pena d’amore fresca fresca, quelle sì che son pretesti per riuscire felicemente nella scrittura!
Io ultimamente, al massimo, vengo investita per alcuni giorni con cadenza ciclica più o meno regolare da una sindrome pre-ma-anche-durante-mestruale di una certa importanza ma che mi dà poche soddisfazioni dal punto di vista, diciamo così, artistico perché comune a una buona metà dell’umanità e quindi in un certo senso inutile per creare quel sentimento fruttifero e propedeutico alla spinta creativa conosciuto come “sentirsi del tutto incompresi dal resto del mondo e perciò soli con il proprio dolore che per forza di cose deve incanalarsi verso concretizzazioni palesi magari anche solo a noi stessi”.

Comunque per trovare scuse per lamentarsi funziona benissimo, invece.

 

 

non so in che ordine

Ero venuta qui per scrivere di un caffè in cui passare mezz’ora in piacevole attesa in compagnia di un bel libro, con un’ottima brioche alle mandorle e un cappuccino caldo al punto giusto. Anche, volendo, della luce inattesa dopo giorni e settimane di pioggia quasi ininterrotta e delle foglie piccolissime e dorate di non so che albero soffiate dal vento su una striscia di asfalto asciutto.

Invece poi mi son trovata a leggere il post della Mastrangelina e ad aver voglia anche’io, di ripescare suoni che vengono da lontano (la sua lista non l’ho nemmeno letta, per non farmi influenzare). Ho scoperto due cose però non ve le dico.

Vinicius De Moraes – L’arca
Francesco De Gregori – Rimmel
Lucio Dalla – Dalla
Fabrizio De André – La buona novella
Fabrizio De André con la PFM – live (vol.1)
The Beatles – Sergent Pepper’s lonely hearts club band
Simon & Garfunkel – The concert in Central Park
U2 – October
U2 – War
U2 – Under a blood red sky
Pink Floyd – Wish you were here
Simple minds – New gold dream
Joe Barbieri – In parole povere
Police – Synchronicity
Jackson Browne – Running on empty
Radiohead – Ok computer
Al Jarreau – Glow

cose che sarebbe bello non cambiassero mai

Ieri dovevo andare al cinema e andarci un po’ in anticipo per fare la tessera, ché io ogni anno da diversi anni mi faccio la tessera di un cineforum in un cinema rigorosamente monosala della mia città, così poi mi sento abbastanza obbligata ad uscire anche in quelle sere che uno si ammazzerebbe pur di non metter piede fuori di casa. È una specie di perversione.

Solo che poi è andata a finire che quasi per caso sono uscita ma sono andata in un altro cinema e ho fatto una tessera ma un’altra tessera. Questo cinema che d’ora in poi sarà il mio cinema una volta alla settimana per tutto l’inverno è un cinema di quartiere. Quartiere non nel senso di pezzo di città grande: nel senso di satellite del centro di una città piccola. In una città piccola quando dici Quartiere intendi che non sei in centro, ché il centro è di per sé una specie di quartierone a parte, almeno per come la vedo io.

Questo cinema che frequenterò d’ora in poi ha un ingresso bellissimo nel suo essere un ingresso di cinema di quartiere da secoli uguale a se stesso. A sinistra c’è la ragazza che fa i biglietti – e ho già capito che lì funziona che sono tutti parenti e volontari, c’è scritto ovunque che questo cinema è gestito da volontari, anzi che se qualcuno vuole dare una mano in sala basta che lo dica – e a destra la signora che vende i popcorn, che noi nel mio cinema non ci facciamo mancare niente.
Siccome ero arrivata in anticipo per fare la tessera, la signora dei popcorn l’ho guardata per dieci minuti buoni, mentre confezionava i sacchettini con le liquerizie da cinema, quelle con l’interno zuccheroso e colorato, e le rotelle e le altre cose gommose che servono per godersi veramente un film.
Aveva un maglioncino lilla e un fare al riparo dal tempo.