fenomenologia dello scambio di casa/3: le affinità elettive

Ognuno di noi, io credo, cerca nella casa con cui scambiare delle somiglianze con la sua casa, qualcosa che lo faccia sentire a proprio agio nonostante le inevitabili differenze di abitudini e stili di vita.
Nella mia famiglia ciascuno ha le sue necessità: mio figlio grande spera ogni volta che ci sia un piano, oppure almeno una chitarra, e finora è andata bene perché uno strumento l’abbiamo trovato (e usato) quasi sempre: nel nostro profilo il piano campeggia nella prima foto e evidentemente la cosa funziona come richiamo per gli amanti della musica.
Anche mio marito che curiosa sempre tra i dischi per cercare della musica affine in genere ha fortuna.
Siamo sempre felici di doverci occupare dei gatti altrui e ormai abbiamo capito che il gatto è una filosofia di vita, che un micio è casa e che i possessori di gatti si sentono molto più tranquilli ad affidare i loro animali a chi a sua volta vive con dei felini: tra di noi ci capiamo, indipendentemente dalla lingua.
Fa sempre tenerezza scoprire gli stessi titoli sulle librerie, trovare gli stessi mobili (Ikea) e vedere l’effetto che fanno in una stanza che non è la nostra, curiosare sullo scaffale dei dizionari o quello delle guide turistiche e trovarli straordinariamente simili ai nostri.
Le somiglianze sono rassicuranti quando tutto il resto, dalla lingua agli orari dei negozi, è diverso.

Io, da parte mia, cerco le mie affinità in cucina: apro gli sportelli per carpire informazioni sul tipo di abitudini alimentari delle persone che abitano in quella casa, mi incuriosisco di fronte a ingredienti per me inusuali e mi commuovo davanti a dispense che sembrano la fotocopia della mia.

In quest’ultima vacanza in Germania, appena entrata in cucina ho capito che sarei stata bene: non solo per il cassetto delle spezie in cui mancava solo la pasta di curry rosso, che mi sono premurata di comprare e lasciare in eredità, certa che sarebbe stata gradita; e nemmeno per la dispensa della farina, un piccolo tesoro a km 0 per panificatori casalinghi; soprattutto per un fantastico forno elettrico da pane in pietra refrattaria che, con un certo timore reverenziale, ho sfruttato per sfornare pagnotte degne della migliore tradizione tedesca. Poco importa che la prima volta io abbia sbagliato clamorosamente temperatura (non trovavo le istruzioni) e abbia praticamente carbonizzato il primo esperimento: già al secondo impasto quella cucina è diventata mia e il forno una specie di compagno di viaggio.

Per ringraziare i padroni di casa ho abbandonato in frigo un barattolino di lievito madre: non sono sicura che lo useranno ma mi piace pensare di sì e del resto se c’era un luogo adatto per lasciarlo, era quello. I tedeschi, il pane, sanno farlo.

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