fenomenologia dello scambio di casa/1: partenze e rientri

Ebbene sì, da qualche anno siamo scambisti*. Quando lo raccontiamo gli amici ci guardano con sospetto, poi man mano che spieghiamo come funziona lo sguardo diventa più tenero, come quando ti incanti davanti all’innocenza dei bambini.

In effetti per lasciare le chiavi di casa tua in mano ad un estraneo devi avere una certa fiducia nell’umanità, devi credere nelle buone intenzioni, nella bellezza della condivisione; non devi essere troppo geloso delle tue cose: il tuo letto, il tuo cuscino, il tuo forno (io sono un po’ gelosa del mio forno, ma me la faccio passare), le tazze della colazione preferite, i gatti e soprattutto devi aver voglia di vedere come vivono gli altri, a tuo rischio e pericolo (si fa per dire, ma neanche tanto).

Per prima cosa devi armarti di consapevolezza: devi sapere che le persone probabilmente tratteranno la tua casa come farebbero con la loro, solo che tu, come le persone trattano la loro casa, non lo puoi immaginare.

Le abitudini sono la cosa meno globale dell’universo: ognuno ha le sue. E qualche volta, lo scoprirai presto, le abitudini altrui sono molto più strane di quanto avresti mai potuto immaginare.

Quando preparo la mia casa per uno scambio la tiro a lustro molto più di quando ci devo abitare io. Parto dall’idea che ognuno nello sporco suo, con dei limiti, ci può anche vivere. Non sono una fanatica della casa asettica, qualche volta la mia cucina versa in condizioni pietose e per pigrizia e cialtroneria posso anche non preoccuparmi della polvere sulle mensole o del disordine in soggiorno (mio marito sopporta in silenzio da vent’anni). Se a casa mia ci deve venire qualcuno però voglio che non abbia l’imbarazzo di entrare in contatto con la mia spazzatura, pulisco negli angoli, riordino il caos perenne che è la mia lavanderia, controllo che la biancheria sia in ordine, che la dispensa e il frigo siano sgombri dei cadaveri che li abitano di solito (o quantomeno cerco di riporre lo scatolame aperto in modo che non dia fastidio e che sia ben riconoscibile). In genere mi precipito anche a sistemare le cose che da mesi non funzionavano, chiamo l’idraulico, faccio un salto all’ikea per sostituire un mobiletto rotto, sbrino il congelatore. Alla fine la mia casa è la casa dove vorrei abitare sempre. Pulita, in ordine, come nuova.

Nel mondo, però, ci son persone che hanno uno standard di pulizia molto distante dal tuo livello minimo accettabile, o che non si premurano di svuotare il cestino del bagno o il bidoncino dell’umido sotto il lavello prima del tuo arrivo. Addirittura, c’è anche chi non ha la delicatezza non dico di farti trovare i letti pronti ma almeno di togliere le sue lenzuola prima del tuo arrivo.  Ci avresti mai pensato? Io no, ma poi mi è successo.

Quindi ti metto in guardia: sappi che al ritorno da una bellissima vacanza in una casa dall’igiene un po’ dubbia ma comunque accettabile, potresti trovarti a casa tua a pulire il water perché ai tuoi ospiti non è venuto in mente di usare lo scopino, ma non dovrai mai mai mai arrenderti perché avrai comunque guadagnato qualcosa dall’esperienza: ti ricorderai che i maschi divorziati francesi non sanno che i bagni  di tanto in tanto si devono pulire, e che i belgi sopportano la polvere molto più di noi e ignorano che il wc net ha il becco inclinato per arrivare negli angoli nascosti (ma la pubblicità una volta non lo spiegava?). E insomma, mentre pulirai le piastrelle della cucina schizzate di sugo ti sentirai molto cosmopolita, conoscitore dell’Europa e maniaco della pulizia come non mai.

*al netto di accezioni di dubbia moralità

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