e insomma stamattina (sigh)

A cosa servono i sospiri?
No, perché io stamattina mi son svegliata sospirando, ho l’impressione che sia perché uno ha l’illusione di buttar fuori qualcosa, col sospiro: io oggi secondo me ho l’illusione di buttar fuori dell’emicrania, solo che sembro un mantice, uno sfiato di termosifone, uno sbuffo di locomotiva.
Se vado avanti di questo passo avrò presto dei problemi di iperventilazione, sarà una cosa interessante perché è tutta la vita che guardando i film americani sogno che mi capiti almeno una volta di respirare dentro il sacchetto del pane.

Annunci

ma benedette le vacanze col fidanzato

Tra le persone-blogger che leggo ce ne sono alcune che scrivono con una costanza encomiabile (non so come facciano), altre che centellinano i post con una cadenza talmente dilatata per cui fai in tempo a dimenticarti che esistono, fortuna che c’è il Reader che ti avverte, e quando ti avverte è come uno scoppio di allegria, anche se magari l’argomento non è allegro affatto.

Poi c’è una che sei stato abituato per un sacco di tempo a leggere tutti i giorni, ché tutti i giorni aveva qualcosa, magari solo una scemenza, con cui rallegrarti la giornata, poi all’improvviso si  fidanza e: basta; si vede che da fidanzati si ha dell’altro da fare nel tempo libero.
Però peccato, pensavo, che non si possa scrivere anche da fidanzati, anche se non tutti i giorni, ma ogni tanto, così, per rallegrare le giornate degli amici. Tra l’altro, pensavo, da fidanzati ci saranno anche degli argomenti nuovi e interessanti, chenneso: le strane abitudini del fidanzato, cosa mangia a colazione il fidanzato, l’inebriante profumo dello shampoo del fidanzato (questa se mi permettete è tanto carina N.d.A.), la squisitezza del caffè del fidanzato.

La cosa magica è che giusto mentre pensavo a queste cose e dicevo tra me e me che sarebbe stato da scriverci un post, sulla tristezza della mancanza di post da fidanzati, ecco che lei ricomincia a scrivere delle vacanze col fidanzato.

Grazie fidanzato, che porti in vacanza la Sidgi.

è una pura coincidenza che Sergio mi abbia detto che mancava il profumo

Mi accorgo di continuo di come le persone lascino da sempre nella mia vita delle scie indelebili. Le ritrovo nei gesti, nei sapori, nelle cose che abbiamo visto o fatto insieme; nello scaturire emotivo del ricordo molto più che nella memoria cosciente, che ho poco sviluppata. Ci sono eventi, banalissimi o eccezionali, che non possono non rievocare persone, in una magia che ritorna al di là della mia volontà o del pensiero conscio.

Quindi per sempre: Heidi, la puzza della palestra e le pizzette tonde del bar, i fiori di mughetto, gli gnocchi di semolino nella teglia rossa e l’odore, mai più sentito, della crema per lavare il viso di mia nonna, i pantaloni con le tasche, dipingere gli infissi, Don’t let it bring you down, la bici bucata e il profumo del dixan, i fiori di vetro, lo yogurt mangiato col cucchiaino, le more, l’autobus numero 16, i diari con i lucchetti e le penne stilo di plastica, i biscotti fatti in casa e le arance, le seggiovie, l’agenda e la penna bic insieme, gli spicchi di luna al tramonto, le stelle cadenti, raccogliere pinoli in campeggio, le rose in giardino, le buste per la posta aerea (leggerissime e con le righe rosse e blu), Always in the back of my mind, le albicocche nei picnic (e potrei andare avanti per sempre con la lista senza esaurirla) resteranno legami della mia memoria con le persone, anche se alcune sono persone che non ci sono più o che comunque non rivedrò mai.

In questi giorni ogni volta che entro dal cancello di mia madre, per esempio, mi viene in mente che anche se un giorno io e Sergio litighiamo, metti che non ci parliamo più per tutta la vita, sono sicura che in questa stagione, e in primavera, arrivando vicino a questa pianta che ci ha fatti incontrare ancora prima di conoscerci, che è sempre stata una delle mie piante preferite e che però prima non associavo a nessuno, è a lui che penserò, sempre.

di come i sentimenti cambiano senza in verità cambiare per niente, o viceversa

È con un lievissimo senso di colpa, così lieve da non essere ben percepito nemmeno da me se non a distanza di tempo, che negli ultimi dieci anni ho vissuto l’11 settembre come un giorno di festa. La festa di mio figlio che compie gli anni, la festa mia che un 11 settembre sono diventata come per magia la persona che volevo essere, grazie a lui.

Non è mica facile festeggiare l’11 settembre, dopo l’11 settembre.
All’inizio ti viene la tentazione di anticipare, posticipare, come se non avessi più tanto il diritto di gioire spudoratamente per un compleanno in un giorno che tutti considerano infausto come pochi. Poi ti dici che invece gioire si può e magari anche si deve, e non anticipi e non posticipi un bel niente, festeggi come si festeggiano tutti i compleanni, e però ogni 11 settembre ripensi a quel compleanno lì, coi bambini al parco giochi e la festa più triste che si possa immaginare, che ricordi ancora come un delirio di discordanza tra lucidità e incoscienza, tra serenità forzata e angoscia trattenuta, tra sgomento interiore e calma apparente.
Fortuna che a quattro anni non ti rendi conto che il mondo sta cascando a pezzi e i grandi son lì a sorriderti per tranquillizzarti, come se niente fosse, pensavi e pensi.

Dopo dieci anni è impressionante percepire che non è cambiato quasi niente. Sembra ieri.
Invece mi ritrovo di fianco questo ragazzetto che è evidentissimo che non ha più quattro anni e che non si accontenterebbe, oggi, di un sorriso tranquillizzante. Forse è per quello che mi sento più inquieta oggi che nei dieci anni passati ed è una sensazione del tutto inattesa: stranamente allora mi succede che è con un certo lievissimo senso di colpa che mi sforzo di non far vedere che anche se onoro il sacrosanto diritto a una festa di compleanno – per cui mi adopero meglio che posso, preparando cibo, lavando stoviglie, assecondando desideri – lo faccio altalenando tra l’allegrezza e il senso di precarietà.

C’è proprio gente che non trova pace, a questo mondo.

controcorrente (un post che se non lo leggete è meglio)

È una sera che non so cosa fare e penso che potrei scrivere anche se in effetti non so cosa. Non ho molto da dire, ultimamente, son quei periodi in cui qualcuno potrebbe suggerire: “Non è che si debba parlare per forza”. Io, parlare per forza non lo faccio mai ma scrivere certe volte mi manca e mi trattengo solo per il fatto di non avere argomenti, trascurando il lato terapeutico della scrittura che non ha bisogno di spunti di estrema consistenza. Chissenefrega se scrivi del nulla.

Forse basta non preoccuparsi di dover scrivere per qualcuno, dimenticare che esiste la lettura, e fare cose assurde tipo postare in un momento in cui la rete dorme o almeno sonnecchia, la gente normale occupata nelle faccende dei sabati sera, la gente strana a chiacchierare, chattare, ridere o lamentarsi con altra gente non occupata nelle faccende dei sabati sera. Nessuno se ne accorgerà, se posti adesso.

I veri blogger certe cose non le fanno mai. Non scrivono nei momenti sbagliati, cercano l’orario giusto per essere letti e condivisi e rebloggati dal maggior numero di persone possibile. Pubblicare di sabato sera secondo me i veri blogger è una cosa che stigmatizzano, mi viene voglia di chiederlo alla gente famosa, per esempio lo zio Bonino che una volta mi ha detto che dopo mezzogiorno la giornata è persa, oppure a Livefast che si preoccupa di sfruttare bene un bel post. Ecco, io non ho mai provato l’emozione di postare il sabato sera (o magari sì e non me lo ricordo, in quel caso vuol dire che non è stata una grande emozione) quindi ho deciso di farlo oggi, anche col niente da dire e forse proprio perché non ho la preoccupazione di dover sfruttare bene un bel post. No, non li metto di proposito i link.

E quindi basta, vado? Vai

sono nonna dentro (credo)

Mi piacciono le lenzuola bianche.

Quelle con le foto di maree azzurre, orsi polari, foreste amazzoniche mi fanno orrore:  solo il pensiero di dormirci dentro mi scatena un tormento più fisico che interiore e mai sono stata tentata di comprarne, nemmeno alla più conveniente delle fiere del bianco.
Tollero le lenzuola colorate a tinta unita, purché di colore tenue, benché io non sia affatto amante dei colori pastello: ne possiedo alcune ma ne faccio un uso specifico, considerandole presidio para-alberghiero e in quanto tale riservato ai letti degli ospiti.
In caso di assoluta necessità posso concepire di preparare il letto in cui dormo con un lenzuolo di sotto colorato ma mai con un lenzuolo di sopra che non sia candido.
Fanno eccezione i copripiumoni in quanto pseudocoperte, del resto ogni regola va infranta almeno in un’occasione.

Le lenzuola che possiedo provengono per la maggior parte da mamma, zia, nonna. Ho comprato solo quelle con gli angoli: si sa che quelle con gli angoli vanno e vengono, non hanno storia, hanno una funzione e un senso ma non c’è legame, non c’è affetto.
Invece le lenzuola di sopra sono pezzi di amore familiare che non si estingue. Le mie preferite sono tre.

Uno è un lenzuolo di cotone  molto spesso, lo uso per i periodi freschi, per quando ho voglia di sentire il peso del tessuto addosso, per quando non fa freddo ma sto bene coperta. Ha un inserto a fiori piccolissimi in verde e azzurro. È un lenzuolo che viene da casa dei miei, una cosa che sa di famiglia come poche.

Il secondo è, al contrario, un velo di pelle d’uovo così leggero che non ha peso, non ha spessore. Ha un ricamo bianco su bianco ed è il lenzuolo per i giorni più caldi perché si appoggia fresco sulla pelle e quando vuoi scivola con un soffio. Non l’avevo mai visto prima di sposarmi e non so da dove venga.

L’ultimo è un lenzuolo di lino semplice, bianco, di un bianco che sa di tempo che è passato, infatti il mio lenzuolo ha visto il tempo passare invecchiando senza ingiallire. È ruvido ed essenziale, senza segreti, nudo, pulito, onesto. Un lenzuolo da nonna. Un lenzuolo robusto e povero eppure prezioso. Senza fronzoli. Eterno.

Tra tutti i regali che ho ricevuto nella mia vita queste lenzuola, insieme agli asciugamani ricamati da mia zia, son le cose a cui non potrei rinunciare mai.

serio e surreale

Perché una volta era pieno di maghi e streghe e adesso non ce ne sono più?

Chi te lo dice che non ce ne sono più?

Beh, non se ne sente parlare. Una volta c’erano Mago Merlino e la Fata Morgana.

E Harry Potter?

Ma Harry Potter è una storia inventata. Famosissima ma inventata

E invece Mago Merlino?

Quello è reale: infatti di Mago Merlino parlano tutti i poemi cavallereschi.

Tutti, tipo? El Cid, per esempio?

In quello no perché probabilmente è Mago Merlino che ha inventato el Cid

Certamente.