a gambe levate

Ci sono certi che per via del fatto che sono bravi a scrivere, a inventare bene le storie, o a raccontare bene se stessi, ti immagini che siano anche bravi a vivere.

Invece magari, di vivere, quelli, non son proprio capaci; e spendersi per dei rapporti veri, a quelli, fa un po’ paura: ché dentro la letteratura sembra tutto più semplice, e se una cosa non va come vorresti basta cambiare la storia e far succedere quello che desideri. Nella vita non è mica così, e tocca prendere quello che càpita. Tocca rischiare, qualche volta.

Allora c’è da sperare di non essere così bravi, a scrivere, ma di riuscire a vivere come si deve, anche a costo di rimetterci, ogni tanto, un pezzettino di cuore. Ché vedere uno che scappa a gambe levate fa riflettere.

 

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25 thoughts on “a gambe levate

  1. Letteratura e vita, un binomio inscindibile per me, due realtà che talvolta tendo persino a sovrapporre l’una sull’altra.
    Eppure lo so che sono e restano due cose ben distinte, diverse.
    A scrivere si impara e dovrebbe essere così anche per vivere, il condizionale è d’obbligo. Sto ancora all’alfabeto.

  2. @matteo: eh, no! Io per fortuna non sono abbastanza brava a scrivere. A vivere così così ma posso imparare, sono ottimista

  3. Qui, secondo me, bisogna un po’ capirsi su cosa vuol dire “bravo a scrivere”.
    Quelli bravi, sempre secondo me, li riconosci perché sanno dire quello che tu hai sempre pensato, ma che non sapevi nemmeno si potesse dire. Loro lo dicono, lo scrivono, e tu ti batti la mano sulla fronte e dici “ma certo! È proprio così”, e da quel momento ti sembra di avere una pepita d’oro in tasca, tanto è prezioso quello che ti hanno saputo mostrare.
    Ora, secondo me, chi riesce a fare questo non è un miracolato né è stato immerso alla nascita in qualche liquido magico (tallone escluso). Chi sa veramente scrivere è uno che si è fatto e si fa un mazzo tanto per capire la vita, le sue assurdità e le sue meraviglie, e che incidentalmente ha anche una competenza tecnica tale da riuscire a tradurre il tutto in parole. La competenza tecnica da sola – che, per quanto strano possa apparire da questo commento, possiedo pure io, per dire – serve a poco. Anzi, nel peggiore dei casi, genera mostri capaci giusto di scappare a gambe levate.

    Quindi dai, smettiamola con questa equazione, e smettiamola anche di augurarci di saper privilegiare l’abilità di vivere al talento per la scrittura – non c’è conflitto. Chi sa veramente scrivere non può non saper vivere, anche. Tutti gli altri, tutti noi insomma, non corriamo certo il rischio di essere inetti alla vita, solo perché sappiamo esprimere con chiarezza il nostro pensiero (a volte eh, non sempre. Sì, insomma, metto le mani avanti 🙂

  4. Io infatti ho detto “certi” e non “tutti”: qualche ragione ci sarà.

    Per alcuni la scrittura è un rifugio dove sfogare tutte le proprie passioni e si dimentica che le passioni vanno condivise con le persone e non solo con i lettori.

    Qua comunque si parlava di una persona vera.

  5. @chiaratiz, commento ora dopo aver letto questo post stamani e poi averlo riletto dopo e poi dopo ancora e poi adesso. Mi ha colpito per una coicidenza di esperienze e per una coincidenza di riflessioni che facevo l’altra sera che non riuscivo a dormire. E forse non riuscivo a dormire proprio per una cosa così. Anzi senza forse.

    Usare parole belle, frasi delicate o frasi coinvolgenti o frasi capaci di far sognare alla fine è anche facile (estremizzando). E’ riempirle quelle parole, dargli un senso, un vissuto, dargli un orizzonte e anche oltre un orizzonte che è difficile. Dargli una vita. Le parole vuote anche se belle rimangono parole vuote. Purtroppo ce ne accorgiamo sempre troppo tardi.

    Grazie, davvero.

  6. ciao capito qui dalla citazione che gianni ha postato sul suo blog
    un gran post davvero, vero… complimenti

  7. quello che volevo dire, @chiaratiz, è che probabilmente tu hai avuto a che fare non con uno che sa scrivere veramente, ma con uno che sa usare le parole. E le sa usare come un idraulico sa maneggiare una chiave inglese, e un chirurgo un bisturi. Nessuno ha mai dato per scontato che un bravo idraulico o un bravo chirurgo sappiano vivere con la stessa perizia con cui fanno il loro mestiere, quindi perché aspettarsi altrettanto da un bravo artigiano della parola?

  8. Io credo che il discorso di chiaratiz sia giusto perché mentre non mi aspetto che uno con una chiave inglese mi fornisca una possibile chiave di lettura, da uno scrittore mi aspetto proprio questo: ovvero che attraverso il racconto mi offra un punto di vista, una visione della vita. E visto che la vita è fatta di sentimenti ( non stiamo tanto a girarci attorno), chi si rifugia nella letteratura, inventandosi magari una vita, che nella realtà manco prova a costruire, è deprimente. Tutto qua.

  9. Poi dalla letteratura, io mi aspetto anche molto altro, ma ho fatto solo un riferimento al contesto preciso del post di chiaratiz, senza divagare

  10. faccio veramente fatica a credere che uno scrittore – uno vero, uno che risponda ai canoni che ho indicato nel mio primo commento – faccia tanto schifo a vivere, data la conoscenza e la comprensione della vita che necessariamente deve aver acquisito, o altrimenti non sarebbe uno scrittore.

    per questo motivo, ho ipotizzato che l’individuo con cui ha avuto a che fare Chiara non fosse un vero scrittore, ma piuttosto uno che sa maneggiare bene le parole, un bravo artigiano insomma, paragonabile in tutto e per tutto ad altri artigiani e professionisti a cui si chiede solo di fare bene il proprio mestiere, e non di dispensare lezioni di vita. Il tizio in questione mi pare che non abbia niente a che fare con la letteratura, non più di me o del mio dentista insomma.

    (dentista in quanto dentista, eh, ché lo so che il mondo è pieno di scrittori che fanno un altro lavoro per campare)

    dai, inventarsi una vita da vivere sulla pagina scritta a casa mia non è essere uno scrittore.

  11. se bravo a scrivere = bravo a vivere,
    allora scrivere = vivere.
    ma scrivere = inventare, dici.
    quindi inventare = vivere
    però sappiamo che partire = morire
    e, pertanto, tornare = vivere
    da cui inventare = tornare e questo non vuol ha senso.
    da cui la conclusione che l’assunto iniziale è assurdo. matematico.

  12. Questo post è bello, ma bello bello. Hai ragione.
    Ecco, credo che la fregatura sia nelle maledette e umane aspettative, nel viaggio mentale che ti fai di qualcuno entrando nelle sue parole.
    Che uno scrittore bravo sappia anche vivere bene, uno se lo augura. Magari invece, semplicemente, anche lui è qui in ‘sto mondo e “tende”. Questa è un po’ la complessità dell’arte, credo.

    Però quando capita spiazza, e intristisce pure. E’ vero. Mi è successo. In quel caso mi sono augurata che la perla che avevo visto leggendo e che non trovavo faccia a faccia, ci fosse davvero, solo fosse coperta da strati e strati di.

  13. A mio modesto parere vivere non è facile per nessuno e tutti facciamo errori che poi puntualmente paghiamo di persona, sia che scriviamo bene o meno.

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