in fila per sei col resto di due

Matteo raccoglie parole: le cerca rotonde e panciute, per farle rimbalzare sulla punta della lingua come sassolini.
Sono sassi che rotolano tra i denti come caramelle cantando il suono profondo e accogliente di una bella voce.

Matteo sa parlare di cose tristi con l’aria serena di chi ha esorcizzato molte paure; come quella della morte: ché lui, morto, lo è stato. Per 8 minuti, dice.

Matteo ride spesso, e con tutta la faccia. Non abbozza sorrisi, non si limita ad accenni della mimica. Quando ti saluta mette in moto il viso, spalanca la bocca, si copre di piccole rughe che spuntano dal nulla come raggi dietro agli occhiali.
A me, quando penso alla forma dell’entusiasmo, viene in mente la sua faccia.

Matteo, anche se accumula un anno ogni anno, in fondo è uguale a quando ne aveva diciassette: se lo incontrassi oggi gli chiederei il suo segreto. E poi gli tirerei le orecchie, quarantaquattro volte.

 

 

 

 

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pensieri dal continente

Una cosa che mi piacerebbe fare è andare a Procida. Lo dico da un sacco di tempo e invece non ci sono mai stata e non so nemmeno perché: non è una cosa tanto complicata, in effetti.

La ragione per cui Procida a me fa voglia è perchè è l’isola di Arturo, e in questo non credo di essere molto originale; ma poi c’è anche il fatto che tutti quelli che vanno da quelle parti dicono ho visto Capri, son stato a  Ischia, e (quasi) mai nessuno che dica sai, sono andato a Procida. Ne conosco solo uno, io, che è andato a Procida, e comunque quell’unico che conosco, quando è andato a Procida, è tornato con gli occhi che brillavano, e io ho pensato ci devo andare anch’io, ché è l’isola di Arturo.