… e che Giulio Carlo non mi fulmini

Le canne non me le facevo nemmeno da piccola, in quell’età disgraziata in cui se non ti droghi almeno un po’, non piangi qualche ora tutti i giorni per un amore infelice e non litighi di continuo con un genitore qualunque vuol dire che hai dei problemi seri.
Posso dire a mia discolpa che comunque ho pianto tantissimo e litigato a sufficienza per ritenere di aver vissuto un’adolescenza normale.
La mia precisazione ha il solo scopo di tranquillizzare quanti saranno portati a pensare che questo post possa essere il frutto di un leggero condizionamento psicotropo.
Per noi, liceali negli anni ‘80, l’unico Giulio Carlo è lui: Argan. Quello dei libri verdi sui cui si studiava la Storia dell’Arte in bianco e nero. Già che ci sono, tranquillizzo anche lui, sperando che questo basti per mettermi al riparo dalla sua ira funesta: se Lei guarda bene, Giulio Carlo, io nei tag la parola l’ho messa tra parentesi, proprio perché la mia non è quella cosa lì che Lei cercava faticosamente di stipare nella nostra scipitissima zucca di studenti poco entusiasti (pietoso eufemismo). Solo che non sapendo come definirla, la parola l’ho presa in prestito, ma in minuscolo: vede? e con le parentesi. Così, giusto per capire di cosa parliamo, ma con la stessa differenza che intercorre tra scrittura e letteratura. Avrei potuto dire bricolage ma forse non si sarebbe capito.

La ragione per cui scrivo oggi è che mio marito, vedendo l’autoritratto, ha avuto un turbamento e mi ha chiesto se davvero io mi senta contorta come la linea in questione.
Quell’aggeggio, lì, nella foto, ha un titolo, “Confini”, che in effetti non è “Autoritratto“, e questo perché non ho capito subito che lo fosse, un ritratto. Adesso, però, ogni volta che lo guardo mi ci specchio e quindi lo è diventato. L’ho appeso alla parete e mi piace.

La carta è il mio mestiere e la conosco bene: siamo amiche. Capisco che soffre della sua condizione bidimensionale e allora ogni tanto le faccio riconquistare spessore: la lascio tornare materiale plastico perché la sua natura vera è quella, e io lo so. Mentre accarezzo la sua forma liquida sento che mi è grata e anch’io godo del contatto della pasta sulle mani.
Il filo ha una straordinaria e incontrastabile attrazione su di me. Compro gomitoli, rocchetti, matassine di qualunque colore e spessore e materiale. Metallo (spesso), lana e cotone, carta, spago, nylon. Il filo ha la forma del tempo, della strada, della melodia. Qui, del limite.
L’ago è quello che distingue la casualità dall‘intervento umano. E’ lavoro.
La tisana ha la funzione di un colore ad acqua perché volevo un effetto simile a quello che avrebbe sortito un acquerello, ma meno intenzionale (però l’ho scelta anche perché mi piace pasticciare). Il confine pare netto (linea) ma non lo è, ché se guardi bene il colore è sbavato: forse perché mi piacerebbe che le delimitazioni naturali si prendessero una rivincita sulla prepotenza della volontà umana.

Ho avuto sempre i miei piccoli problemi con i confini. Barriere mentali me ne costruisco troppe; le cucio come orli intorno alle mie paure.
Eppure dei confini geografici non ho mai saputo capire le logiche: dev’essere perché mi manca il senso dell’orientamento. Allo stesso modo, non colgo separazione tra le zone emotive che si vorrebbero distinguere in regioni diverse del cuore e invece fanno di me un unico, irrequieto paese.

 

 

 

10 thoughts on “… e che Giulio Carlo non mi fulmini

  1. La cosa che più mi è piaciuta di questa tua descrizione, è che tu non hai realmente spiegato il significato di questa tua opera, (meno male… ), ma hai come “per caso” camminato in mezzo a questo tuo percorso, che poi ti ha portata ad usare un mezzo espressivo che come tu stessa dici è amico tuo (la carta… )

    Tra l’altro, non concordo neanche con tuo marito (non me ne voglia… ), quindi nessun contorcimento, perché guardando l’uno (l’opera… ) e sentendo l’altro (la descrizione… ), ci trovo una complicità che nasce dall’essere entrambe le cose consapevoli del risultato finale, in parole povere, di ciò che volevi realmente esprimere o forse anche interpretare.

    Quindi, se non ho capito male, “autoritratto” l’ho inteso più così, come una rappresentazione onirica che in qualche modo ti porta a varcare quei confini che all’inizio avevi intravisto, ma solo perché ago e filo ne limitavano il percorso, ma che invece esprimono una continuità, a tratti “legata”, forse anche circoscritta, che lascia intendere la voglia di andare avanti.

    Evvabè, questo è quello che ci ho visto io.

  2. Non ho capito una riga del post.
    Non ho capito una riga della di Arthur rispost.
    Con l’arte non ho proprio le mani in past.

  3. Matteo: sono preoccupata. Come sarebbe che non hai capito una riga del post? Non mi sembrava per niente criptico, anzi🙂
    Magari un po’ fuori di testa, MA IO VI AVEVO AVVERTITI SUBITO

  4. per ribadire la mia capacità di banalizzare qualunque argomento e mandare tutto in vacca, io vorrei dire una cosa.
    Canne no, neanch’io, mai. Nemmeno sigarette o altro. Però da bambino davo fuoco ai grissini e poi facevo finta di fumarli.
    Non so, mi era venuta voglia di condividere questo ricordo.🙂

  5. splendido: lo so, son cose brutte. Doppia dose di melatonina stasera?
    massimo: sei troppo avanti. Impossibile eguagliare i grissini😉

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