Come si deve

Davvero, non ho nulla contro la tecnologia.
Non mi sognerei mai di affermare che la scopa elettrica o la lavastoviglie siano invenzioni inutili. Anche la macchina per il pane, per carità, va benissimo; con un po’ di cura ci puoi fare delle pagnottelle dignitose: certo che il Pane è un’altra cosa.

Ho ereditato da mio padre la convinzione che l’uomo abbia con il pane un legame atavico, ed è con un approccio quasi religioso che ogni volta mi rimbocco le maniche, quando è ora.
Il rito, secondo me, prevede alcuni aspetti irrinunciabili. Prima di tutto, il lievito. Il mio troneggia da un anno su un ripiano del frigo, “mangia” quasi come un bambino in età prescolare, chiede di essere accudito come un animale da compagnia. Con l’età migliora, forse perché col passare del tempo si approfondisce anche la conoscenza reciproca: ormai lo considero il settimo membro della mia famiglia e non a caso il suo soprannome – la madre – ha un che di umano, di vivo.

Il bello del pane è che è una scienza inesatta. Devi affidarti all’istinto, alla sperimentazione; accettare qualche fallimento; aprirti alla sorpresa. Scegliere di volta in volta gli ingredienti senza cedere alla tentazione di ripeterti in nome di un risultato sicuro. E’ una sfida, un gioco, un atto d’amore.
Il bello del pane è che chiede forza e dedizione.

Comincio ad impastare e di solito chiudo gli occhi. A volte ascolto musica, spesso solo il rumore della casa. Certe volte semplicemente penso, mentre le mani lavorano e la pasta prende calore ed elasticità. Bisogna perdere il senso del tempo: dieci minuti di massaggio energico a una massa di pongo compatto possono sembrare lunghissimi, se non ci si concentra sulla bellezza del contatto, sullo scambio di affetto, sul significato remoto di quell’impastare. Alla fine, lì dentro non ci sono solo farina e lievito: ci sono tutti i pensieri d’amore del mondo, c’è l’energia che ci hai messo, c’è un concentrato di speranza.
La lievitazione ha in sé il ricordo di tutte le lievitazioni dalla notte dei tempi. L’attesa, il leggero timore, l’impazienza si ripetono ogni volta come tappe obbligate di un percorso esoterico.
E poi la cottura, che dal forno espande profumo per tutta la casa.

Ecco: quando faccio il pane ho la certezza di prendermi cura della mia famiglia come si deve .

 

 

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4 thoughts on “Come si deve

  1. quale cura devo mettere nella macchina per il pane? (cioè, io la uso e il pane mi piace, ma non faccio altro che pesare acqua e farina e aggiungere lievito e un cucchiaino di sale).

  2. La cura secondo me è scegliere cosa metterci dentro: poi fa tutto da sola, appunto. Il mio nuovo pusher di farina ha tutta una filosofia di vita sulla scelta degli ingredienti, e secondo me ha ragione. Se tu compri la prima 00 (zerozero)che capita al supermercato credo che tu abbia un notevole margine di miglioramento 🙂

    Io lo so che ho un po’ di snobberia, in queste cose: per me la manipolazione della pasta ha quel non so che di quasi erotico che fa la differenza. E la pasta madre con la macchina non puoi usarla, ahimè

  3. ah be’, allora sono bravo, uso una farina biologica cinque stelle fatta apposta. la pasta madre invece, ci vuole una spiritualità che mi manca proprio 🙂

  4. lo sapevo che sei un ragazzo serio…

    per la pasta madre più che spiritualità ci vuole senso materno: mi sa che tu il tuo lo esaurisci durante l’orario di lavoro 😉
    Io invece ho solo due figli…

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