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Lo Splendido la mattina del sabato mi sveglia con la colazione a letto. Sempre. Appoggia sulle coperte il vassoio con le tazze e il piattino con due brioches e aspetta che io, ridestata dal profumo del caffè, dia un segno di vita. È decisamente la sveglia che preferisco.

Oggi però quando è arrivato con la colazione ero già vigile da un po’: da quando, in piedi presto per portare i ragazzi a scuola, lo Splendido ha aperto le finestre per far girare l’aria, segno che la mattina si preannunciava calda e afosa.
Stavo dormendo fondo ma mi si è acceso almeno un emisfero cerebrale quando nel bel mezzo di un sogno ho pensato sorridendo: “È fiorito il rincospermum”

L’ho deciso oggi, il modo per sapere con certezza se l’estate è finita o no.
Perché nelle stagioni mezze succede così, che si è un po’ di qua e un po’ di là, se un giorno piove credi che sia autunno inoltrato, se l’indomani fa bello ridiventa estate piena: noi ci fidiamo ciecamente del calendario e quindi il caldo estivo dopo il 21 settembre non lo capiamo tanto bene. Magari ci piace ma non lo capiamo.

Ordunque: se il pomodoro sa ancora di pomodoro e il basilico sul balcone ha le foglie; se a pranzo vai in sollucchero all’idea di mangiarti prima con gli occhi poi col naso e alla fine con la bocca quel tripudio di estate che è la caprese intesa come tipo di insalata fatta col pomodoro e la mozzarella e il basilico: allora non è ancora autunno. È quasi, ma non del tutto, autunno.

L’autunno comincia quando il vero profumo dell’estate, quello del pomodoro, finisce, e nei banchi di verdura cominci a trovare quei pomodori fatti di  nulla che odorano di roba verde incomprensibile cruda e insulsa e non hanno motivo di esistere.
Probabilmente quel giorno sarà domani ma oggi, ancora, no.

(io poi quelli che comprano i pomodori fuori stagione, tipo in dicembre, non li capirò mai. Ma ne parliamo un’altra volta)

Mi accorgo di continuo di come le persone lascino da sempre nella mia vita delle scie indelebili. Le ritrovo nei gesti, nei sapori, nelle cose che abbiamo visto o fatto insieme; nello scaturire emotivo del ricordo molto più che nella memoria cosciente, che ho poco sviluppata. Ci sono eventi, banalissimi o eccezionali, che non possono non rievocare persone, in una magia che ritorna al di là della mia volontà o del pensiero conscio.

Quindi per sempre: Heidi, la puzza della palestra e le pizzette tonde del bar, i fiori di mughetto, gli gnocchi di semolino nella teglia rossa e l’odore, mai più sentito, della crema per lavare il viso di mia nonna, i pantaloni con le tasche, dipingere gli infissi, Don’t let it bring you down, la bici bucata e il profumo del dixan, i fiori di vetro, lo yogurt mangiato col cucchiaino, le more, l’autobus numero 16, i diari con i lucchetti e le penne stilo di plastica, i biscotti fatti in casa e le arance, le seggiovie, l’agenda e la penna bic insieme, gli spicchi di luna al tramonto, le stelle cadenti, raccogliere pinoli in campeggio, le rose in giardino, le buste per la posta aerea (leggerissime e con le righe rosse e blu), Always in the back of my mind, le albicocche nei picnic (e potrei andare avanti per sempre con la lista senza esaurirla) resteranno legami della mia memoria con le persone, anche se alcune sono persone che non ci sono più o che comunque non rivedrò mai.

In questi giorni ogni volta che entro dal cancello di mia madre, per esempio, mi viene in mente che anche se un giorno io e Sergio litighiamo, metti che non ci parliamo più per tutta la vita, sono sicura che in questa stagione, e in primavera, arrivando vicino a questa pianta che ci ha fatti incontrare ancora prima di conoscerci, che è sempre stata una delle mie piante preferite e che però prima non associavo a nessuno, è a lui che penserò, sempre.

C’è poi quella cosa fantastica per cui se capita che venga a piovere in una giornata di caldo, non caldo di estate piena che ti acceca: caldo di fine estate che dura, e ogni giorno che dura tu ti rallegri del perdurare; quando capita quella pioggia veloce, breve, che come è arrivata finisce e lascia tutto intorno un bagnato allegro, tutti ad annusare l’aria e dire che buon profumo di pioggia.
Ma se invece di un posto di asfalto e di pietra, di città, dove a parte lo smog le cose non hanno odore e quindi la pioggia sa di pioggia ti trovi in un posto dove le cose hanno odore di cose, ti accorgi subito che la pioggia ha reso ogni odore  più forte: la terra sa di terra, il bosco sa di bosco, gli alberi sanno di alberi.
E in una pista ciclabile pochissimo frequentata ti può capitare che anche un campo di mais sappia di campo di mais, soprattutto se il mais ha già i suoi bei cartoccetti di mais secchi; e addirittura anche una panchina di legno improvvisamente sa di legno, si ricorda improvvisamente di esser fatta di legno. E ti immagini che anche il trifoglio sappia di trifoglio, l’equiseto di equiseto, il tarassaco di tarassaco. Ma per averne la certezza dovresti annusare da vicino.

Dovresti essere cane

Non ho mai, proprio mai, capito perché le cose che ci piacciono è quasi inevitabile che ci facciano male. Io per esempio, le solanacee, devo stare attentissima, ché non mi fanno mica troppo bene eppure sono come la droga, le solanacee.
Ci pensavo oggi mentre accarezzavo la mia pianta di pomodoro, che sprigionava un profumo irresistibile, tipo come quando passi davanti a un botteghino della pizza al taglio o tua madre sta cuocendo il sugo che ti guarda dalla pentola come per dire Eccomi, assaggiami; o anche come quando entri in una casa dove hanno appena fatto la marmellata, e non dico come ti senti perché ne ho già parlato.

Tutto questo, mi rendo conto, è difficilissimo da capire se non hai mai accarezzato una pianta di pomodoro. Anch’io, fino a pochi giorni fa, ero del tutto ignara di quel che può scatenare il contatto con un fusto pelosino e delle foglie che brillano.

Ieri stavo per addormentarmi sotto un tiglio. Se uno mi conosce anche solo un po’ lo immagina, che effetto può farmi un tiglio, di questa stagione. Non so dove ho trovato la forza di oppormi all’indolenza che cominciava a saturare il mio cervello con ventate di aria umida e ammaliante.

Sai che figura, addormentarsi alla festa della scuola

Oggi la tua pelle sa di pompelmo con un niente di bergamotto. Sono andata in bagno a sentire il docciaschiuma blu e no, non è lui: sei tu. Ho cercato da dove venisse: la nuca, la base del collo, la fossetta sotto la gola, l’incavo dell’ascella; poi l’ho trovato: sull’attaccatura della spalla. Uno strano posto, dove nascondere un profumo. Però un bel nascondiglio, ché dovendolo cercare, il profumo, c’è da divertirsi.

Dev’essere che me ne è rimasto un po’ nel naso perché è noto che a me gli agrumi fan girare  la testa.

Sono tornata a rivedere una cosa che mi era piaciuta e hanno cominciato a tornarmi in testa dei pensieri. Per esempio mi è venuto in mente che mentre guardavo la mostra pensavo che con certe foto sarebbe stato bello se avvicinandosi si fosse sentito l’odore. Di altre foto, invece, pensavo che fosse una fortuna che non si sentisse l’odore perché sarebbe stato insopportabile non per il naso ma per il cuore.

Mi ha fatto ripensare a quel che mi capita quando sono in un posto affollato, in autobus, in una fila, al cinema: quando passo vicino a una persona che mi piace respiro forte nella speranza di sentire che profumo ha. Quando qualcuno mi irrita trattengo il respiro come a respingere qualunque possibilità di compenetrazione olfattiva. Non è solo questione di bello o brutto, pulito o sporco, attraente o meno; non c’entra l’odore in sé, piacevole o disgustoso: ha più che altro a che vedere col desiderio di conoscenza oppure, al contrario, col rifiuto di qualunque contatto.

Un’altra cosa che ho pensato, a rivedere quella cosa che già la prima volta mi era piaciuta, è che solo le mani, alla fine, parlano un linguaggio universale. Più della voce, più degli occhi, per me. Che mi son chiesta se sia possibile mentire, coi gesti. Secondo me no.

*aggiunta

Ho sempre avuto un certo pudore a definire quello che nella mia testa si chiama “odore di freddo”, più che altro perché parlare di una percezione olfattiva che non ha senso (non ho mai sentito dire da nessun altro che il freddo odori di qualcosa) mi è sempre sembrato complicato.
Però stamattina, che è una mattina tersa come possono esserlo solo certe mattine d’inverno, in passeggiata con Rubi, quell’odore lì l’ho sentito e c’era veramente, non era un parto della mia fantasia. E’ l’odore che si sente quando arrivi in montagna e l’aria è più fredda e più pulita di come te la ricordavi. Il profumo di quando, dopo una discesa con gli sci, riprendi la seggiovia e respiri forte col naso e pensi che anche con gli occhi chiusi capiresti subito di essere in montagna, anche se non è odore di bosco, di pini; di montagna, appunto: è proprio l’odore della neve e del freddo. In effetti anche se qui non siamo in montagna la montagna stamattina era vicinissima, innevata e luminosa, nel mio panorama mattutino di passeggiata.
Poi sono passata di fianco al calicanto che dopo qualche giorno di pioggia si è riappropriato della fragranza originaria, non bagnaticcia e soffocata dall’umidità, ma fresca e nuova come appena inventata.
E tutto questo: la luce, il profumo, il freddo, il panorama, oggi mi ha raccontato il segreto delle stagioni.

Se è vero che le belle giornate si capisce che son belle già dalla mattina, questa è di sicuro una bella giornata.
Ché quando sono uscita col cane stamattina la prima cosa - che ho sentito - è stata l’aria pulita e fresca, ma non troppo. La seconda cosa - che ho visto – sono stati i primi fiori del calycanthus che qualche vicino ha piantato in un pezzetto di terra di nessuno.
Le guardo sempre, quelle piante sulla terra di nessuno, a penso alle cure che i vicini riservano a questa piccola dépendance di giardino. Quando ho scoperto che avevano piantato il calycanthus ero contenta, ché il calycanthus è una delle poche cose belle dell’inverno, secondo me: oggi che son sbocciati i fiori, a me è spuntata dentro, anche stavolta, la gioia gratis.

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