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Piove, poi smette, poi piove, poi ripiove, poi rismette, poi piove sul ripiovuto.

La primavera quest’anno è timida, ma mi aspetto che, appena questo strano strascico d’inverno sarà passato, lei (la primavera) non potrà fare a meno di esplodere come una bomba lasciando stupefatti giardinieri professionisti, orticultori dilettanti, tagliatori d’erbe della domenica.
Saremo sorpresi da rampicanti rampanti, tappeti erbosi impenetrabili, fioriture travolgenti, maturazioni fulminee.
L’umanità, minacciata dalla straripante vitalità della natura dovrà reagire per non essere sopraffatta e magari divorata da piante inaspettatamente onnivore o inghiottita dalla terra bisognosa di continuo nutrimento. Si dovrà correre ai ripari e raccogliere, cimare, diradare, spostare, potare.

Per due o tre settimane sarà tutto prepotentemente irresistibile, ci spoglieremo felici di felpe e maglioni ma subito dopo cominceremo a lamentarci del caldo e della siccità e della sovrabbondanza, ci abitueremo in fretta alla bellezza dei pomodori maturati al sole e avremo voglia di mandarini, cappotto di lana e broccolo fiolaro.

Sempre la stessa storia: incontentabili.

Quand’ero piccola, in campeggio, i giorni di pioggia li capivi appena sveglia, dal profumo, ancora prima di aprire gli occhi. Era odore bagnato di aghi di pino e terra fresca, che insieme al profumo del mare faceva girare la testa e riempire la pancia di novità.

Poi toccava una mattina di giochi di carte, compiti, letture, sognando la spiaggia. E piedi sporchi di aghi di pino e sabbia umida, dentro gli zoccoli di legno: l’alluce che scivolava su e giù a godere del contatto con il legno liscio, una cosa tutta diversa dalla sensazione polverosa e asciutta che davano di solito  le uniche calzature contemplate in quel contesto.

Passata la pioggia, era bello camminare sulla sabbia compatta e fredda e respirare quel che restava del brutto tempo, prima che il sole ne cancellasse le tracce.

C’è poi quella cosa fantastica per cui se capita che venga a piovere in una giornata di caldo, non caldo di estate piena che ti acceca: caldo di fine estate che dura, e ogni giorno che dura tu ti rallegri del perdurare; quando capita quella pioggia veloce, breve, che come è arrivata finisce e lascia tutto intorno un bagnato allegro, tutti ad annusare l’aria e dire che buon profumo di pioggia.
Ma se invece di un posto di asfalto e di pietra, di città, dove a parte lo smog le cose non hanno odore e quindi la pioggia sa di pioggia ti trovi in un posto dove le cose hanno odore di cose, ti accorgi subito che la pioggia ha reso ogni odore  più forte: la terra sa di terra, il bosco sa di bosco, gli alberi sanno di alberi.
E in una pista ciclabile pochissimo frequentata ti può capitare che anche un campo di mais sappia di campo di mais, soprattutto se il mais ha già i suoi bei cartoccetti di mais secchi; e addirittura anche una panchina di legno improvvisamente sa di legno, si ricorda improvvisamente di esser fatta di legno. E ti immagini che anche il trifoglio sappia di trifoglio, l’equiseto di equiseto, il tarassaco di tarassaco. Ma per averne la certezza dovresti annusare da vicino.

Dovresti essere cane

Ricominciamo daccapo. Facciamo che mi svegliavo con un bacio, che poi aprendo gli occhi c’era il sole, che oggi non si andava a scuola e neanche  a lavorare, che facevamo la parmigiana di melanzane, che stasera andavamo al cinema, che si poteva passare il pomeriggio al parco, che il frigo era già pieno, che scrivevo lettere d’amore, o le leggevo.

Barbara, quando intuisce che sta per piovere, porta dentro i fiori.

Sta per succedere di nuovo, lo sento. E come al solito l’inquietudine sale; come al solito, l’impotenza mi opprime.
Non riesco a fare a meno di sentire che, se fossi un fiore, la pioggia me la vorrei prendere tutta; mi preparerei all’acquazzone con un misto di trepidazione e desiderio. Mi agiterei per il vento e fremerei per l’elettricità dell’aria, pensando alle prime gocce con tutta l’intensità dell’attesa.
Vorrei prendere il rischio di perdere i petali uno ad uno sotto la violenza del temporale, per il gusto di aver vissuto appieno la mia natura.
E allora al riparo, sotto la tettoia, chiamerei in aiuto il vento ad alta voce, perché portasse almeno un poco di quell’acqua fino a me.
Piangerei, credo, se fossi un fiore.

Immagino Barbara affaccendarsi in terrazza, con la fretta di chi sa che le prime gocce, pesanti, rumorose, solitarie, non tarderanno a scendere. Immobile, inerte, aspetto: io che so eppure non ho mai trovato le parole per spiegarle il mio tormento per l’incompresa ma palpabile disperazione dei suoi gerani rossi.

Anche oggi Barbara porta dentro i fiori, e io li sento lamentarsi, a mano a mano che le nubi si avvicinano.

Adesso voi ditemi se con una giornata così uno non abbia il diritto di desiderare di chiudersi in casa, con il gatto sulle ginocchia, lo scialletto sulle spalle come nonna Abelarda, le pantofole di lana cotta che così i piedi stanno caldi anche se non è più stagione di riscaldamento acceso; anche se di riscaldamento acceso ci sarebbe tanto bisogno, col 99% di umidità che dopo due giorni ti è arrivata praticamente al midollo e cominci ad avvertire quei dolorini che a vent’anni no che non ce li avevi; che con una giornata così a me mi vien voglia da una parte di mettere su il brodo e dall’altra di strafogarmi di grassi saturi, o di fare la pasta per la pizza fritta: fritta, capito? Ché il carboidrato da solo non basta per contenere questo malumore metereopatico qui; il carboidrato bisogna condirlo adeguatamente affinché diventi una bomba calorica che tramortisca il metabolismo e insieme rincoglionisca anche il cervello, che altrimenti l’unica cosa che avverte è la tristezza di una giornata che come se non bastasse anche il tuo oroscopo è un’indecenza, e guarda caso oggi l’hai ascoltato anche se non lo fai quasi mai e proprio oggi ti dicono che la tua giornata non sarà ‘sto granché. Grazie, ci dovevi essere tu, oroscopista, a dirmelo: ma che giornata vuoi che sia, questa, che pare metà novembre, che anche il gatto è isterico, che alle 8 è già uscito ed entrato trenta volte perché non sa neanche lui cosa vuole, gli piacerebbe uscire ma gli fa schifo l’acqua.

E insomma io son quasi sicura che voi che venite a leggere oggi pensate anch’io voglio il gatto, lo scialletto, il brodo di gallina, i grassi saturi, anche qualche coccola ci starebbe bene e invece vedi che palle: uno deve lavorare, guidare in mezzo al traffico, fare la spesa e uscire coi sacchetti l’ombrello le chiavi nella borsa insomma un casino; o andare a prendere i bambini a scuola e schivare le pozzanghere; e comunque anche se non deve fare niente di tutto ciò ha comunque da sopportare gente altrettanto abbruttita dal malumore.

Allora vi propongo il mio esercizio yoga di stamattina: immaginate una tazza di tè caldo e vicino un piattino con il vostro dolce preferito, il mio lo sanno tutti che è il tronchetto al cioccolato, una mattonella burrosa e cioccolatosa che pare fatta apposta per sciogliere la negatività; per il momento me lo immagino solo, ma prometto che il mio esercizio yoga del pomeriggio sarà mangiarmelo, il tronchetto al cioccolato, con intenzionale voluttà, senza pensare alla scalata del colesterolo nelle mie arterie né all’apporto calorico del tutto superfluo ma proprio per questo, oggi, assolutamente necessario.
Vi consiglio di fare lo stesso: che sia una sacher, una millefoglie, un bigné è del tutto indifferente. Basta che faccia godere in modo appropriato: i biscotti secchi, ovviamente, nell’esercizio yoga non sono contemplati; sono bene accetti i biscotti danesi al burro. Per gli amanti del salato propongo cose deliziosamente insalubri tipo supplì, arancino, panzerotto, gnocco fritto.

Lo so, lo so: state già meglio, vero?

 

poi a un certo punto trovi queste cose qui e ti senti un po’ una merda, tu e il tuo malumore

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