E’ successo un venerdì, me lo ricordo. Come molte persone che sono abituate a lavorare in solitudine, ascoltavo la radio.
Ora, diciamo la verità: la musica alla radio fa quasi sempre schifo, infatti io la radio l’ascolto per le parole. Niente di culturalmente elevato, beninteso (niente radio3, per dire) ma nemmeno di commercialmente infimo (tipo radio deejay, che mi vengono i brividi solo a pensarci). Una via di mezzo, diciamo: programmi di chiacchiere tra il serio e il faceto – spesso più faceto che serio – inframmezzati da musica abbastanza banale, quasi sempre.
Ecco che quel venerdì, a qualche ora della mattina durante un programma qualunque, mi si rizzano le antenne quando partono le prime note di – udite, udite – Harvest (1972, credo).
Sulle prime penso di sbagliarmi (in effetti Harvest non passa alla radio da trent’anni e anch’io, in effetti, credo di non ascoltarla da almeno venti), poi la capriola inequivocabile del mio stomaco mi costringe ad ammettere che ho ragione, che la canzone è quella lì. Un attimo in cui cose dimenticate frullano da un angolo di memoria spigolosa, poi passa.
Neanche mezz’ora e il compilatore misterioso di playlist mi piazza la seconda stoccata sotto forma di Pink Floyd (Money, non mi chiedete l’età che non la so). Comincio a preoccuparmi. Vorrà dirmi qualcosa? Alle prese con una palla di lavoro di veline e adesivi vedo il mio dentro e il mio fuori che irrimediabilmente si scollano: la pancia ribolle in un corpo apparentemente quieto.
Il tempo di dare una calmata ai ricordi, tra una chiacchiera e una scemenza, e il compilatore nostalgico tira fuori dal cappello un altro coniglio: Jim Kerr in forma smagliante attacca Up on the catwalk come se niente fosse e stavolta più che una capriola mi sembra che sia un triplo avanti carpiato. Roba da uccidersi dallo spleen.
Io non lo so, cosa gli sia preso, al compilatore, quel venerdì. Certo che ce ne vuole per infilarne tre su tre che sembrano fatte apposta per creare vortici gastrici. Potevano venirgli in mente, che so, i Doors, Cat Stevens, i Rolling Stones (e qui ci vorrebbe l‘analista che non ho per capire come mi siano venuti in mente, questi). Tutta gente che mi avrebbe fatto l’effetto di una camomilla, una pasticchetta di valeriana, una tisana di zenzero.
Tutto sommato però è meglio così: non è mai morto nessuno per un po’ di mal di pancia, no?