Non ho mai fatto mistero della mia convinzione che il matrimonio abbia ragione d’essere, anche se oggigiorno non va più molto di moda promettere cose che non si sa se saremo in grado di mantenere.
Posso anche capirlo.
Però credo che le promesse valgano comunque come intenzioni, anche quando (capita) vengono a crollare sotto il peso delle nostre debolezze, o semplicemente dell’impietoso intervento del tempo, che cambia gli aspetti del nostro panorama sentimentale anche contro il nostro volere.
Penso di essere come quei cani (anche il mio è così) che senza collare si sentono cani di nessuno: io il vincolo matrimoniale, che molti considerano un inghippo burocratico del tutto superfluo, e anzi deleterio nel momento in cui si abbia bisogno di scioglierlo, lo sento come un segno tangibile e confortante di appartenenza. La fede al dito mi fa lo stesso effetto del collare per il mio cane, significa sono tuo, dentro al collare c’è un numero di telefono, dentro la fede c’è un nome.
Stavo pensando a questo stamattina mentre rifacevo il letto, perché secondo me il luogo in cui si compie la definitiva perdita di completa individualità (so che questo vi fa paura ma a me no) è proprio quello: quando, il giorno in cui cambi le lenzuola e la sera ti metti a letto, aspetti quella mezz’oretta che impiega l’odore di due persone a fondersi in un odore solo e a sostituire il profumo delle lenzuola appena lavate, che è un profumo gradevole ma asettico.
Ecco, io il matrimonio lo vedo come il profumo dentro al letto: non è il mio, non è il suo, ma il nostro.

