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Portami in vacanza dove vuoi. Non mi serve granché: una valigia piccolissima, due paia di mutande, qualche maglietta e jeans puliti. Il costume, quello sì: che non si sa mai.
Poi, a me basta che ci siano mandorli, oleandri, limoni, tamerici; o mimose, bougainvillee e mirto; o pini marittimi e rosmarino. O ulivi, e ulivi, e ulivi.

E poi, credo che fosse in Rue des Francs Bourgeois, o Rue des Rosiers, o forse Rue Vieille du Temple, sabato pomeriggio; mi son trovata a piangere, al telefono, in mezzo alla strada; il che può sembrare strano, piangere in mezzo alla strada in un quartiere pieno di gente il sabato pomeriggio, invece non è strano per niente, e comunque nessuno si accorge di te, se piangi in mezzo alla strada, di questi tempi. E io mi dicevo che era assurdo e che avrei dovuto essere felice come una pasqua, visto che potevo usare il mio tempo come volevo nel posto del mondo che mi piace di più, e invece piangevo perché il fatto è che io, lì, da sola, mi son sentita mezza.

Ascolto donne, felicemente sovrappeso sotto un’ombrellone, scambiarsi chiacchiere che odorano di menta e basilico e fare programmi per Natale e Capodanno. Un altro giorno, al mare, una ragazza dorme con la testa appoggiata a una piccola pila di libri; un signore, invece, pisola beato sulla sdraio, un volumetto in lettura abbandonato sul petto: forse gli ha regalato un tatuaggio rettangolare.

Sto con persone a cui sorridere, amici nuovi e anche no. Bello non sentirsi in dovere di partecipare alle conversazioni, e immergersi senza sensi di colpa in parole di carta; non essere indispensabile e però nemmeno superflua.

Poi ci son posti che vien voglia di visitare andando dove ti portano gli occhi, senza mappa, senza programmi; sperando, quasi, di sbagliare strada e avere così l’opportunità di uno scorcio inatteso. Il mare di tutti i colori; le città di pietra chiara; una campagna aspra ma generosa.

Acqua salata, e poi dolce; e calda e fredda; e la doccia all’aperto che la sera ti rende tutto il calore del sole. E mandorle bagnate, a togliere il salato dalle labbra, il pomeriggio. E chilometri di strada a riempirsi il cuore di ulivi, sotto il sole, guidati da un navigatore che predilige strade secondarie; e chilometri di strada a riempirsi gli occhi di buio, in compagnia di una mezza luna su quegli ulivi, indovinando sagome incollate sopra un telo di notte. E poi ancora ulivi e oleandri e limoni e tamerici ed eucalipi e mandorli, che viene voglia di stare zitti.

Esco in pigiama e pantofole, ma imbacuccata con sciarpa berretto e maglione di pile, perché sto bollendo. C’è un momento della sera in cui tutto il sole preso sul viso e tutto il freddo accumulato durante il giorno si fondono in un unico calore.
Allora vado fuori, a prendere aria. Due minuti. Però quei due minuti bastano per sciogliere calore e pensieri. Davanti la scenografia più spettacolare del mondo, alle spalle il buio più buio che puoi pensare, con un silenzio che in certe ore è quasi innaturale: alzo gli occhi e il cielo non è il cielo ma un lenzuolo nero punteggiato di un numero impossibile di stelle. E come faccio a non pensare che qui la pace sembra una cosa vera, a non chiedermi per quale ragione io, noi, abbiamo il privilegio di conoscerla questa pace, per qualche giorno in modo così intenso, così tangibile, così nonsocomedirlo.
E vai a capire perché non può essere sempre così. E vai a capire perché non ovunque.

Il Lungarno vicino al Ponte alle Grazie, quando piove.
Il giardino di Boboli quando era davvero un giardino, e potevi andarci a studiare.
Il ponte dell’isola Tiberina, dalla parte della sinagoga, che non so come si chiami.
Via del Portico d’Ottavia, chissà perché.
Piazza Navona la mattina presto, quando i turisti dormono ancora.
Rialto la sera tardi, quando i turisti dormono già.
Corso Palladio, quando poco dopo il tramonto guardi verso ovest.
La volta in cui, a Merzouga, ho visto l’inizio del deserto e ho pensato che non si vedeva la fine.
Noirmoutier, un po’ isola e un po’ no; un po’ oceano e un po’ Mediterraneo.
Quando, in vacanza con mia cugina, si arrivava ogni mattina in treno alla Gare du Nord e Parigi era tutta da scoprire.
Milano, il giorno che ho scoperto che certe volte c’è il sole anche lì.

Viene da sola, prende un po’ alla sprovvista; e mi lascia un poco stordita, appena appena incredula; e poi, quando passa, mette nostalgia, la nostalgia.

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