archivio

Archivi tag: compleanno

Io mica lo sapevo: non me l’avevano detto. Se me l’avessero detto sarei stata anche più tranquilla, invece ero tranquilla normale, emozionata come quando ti devi buttare dal trapezio però sotto hai la rete (anche se non mi sono mai buttata da un trapezio e in quel frangente non avevo la rete, ma l’idea di emozione era quella lì).
Ovviamente era una tranquillità dettata anche dall’incoscienza, oltre che da un’inspiegabile fiducia nella Forza della Natura. Fatto sta che mi sentivo abbastanza padrona della situazione, a dispetto della mancanza di esperienza e tutto il resto.

Poi verso le 17 e qualcosa (credo di avere i geni della snaturatezza perché l’ora esatta non me la ricordo, accidenti all’ascendente che mai riusciremo a calcolare) ho avvertito con chiarezza che Ame-no-Uzume,  Tlazolteotl, Asherah, Heket, Thalna, Rauni, Ilizia, Hina, Cerere, Athtart e tutte le altre divinità della fertilità e del parto e protettrici delle nascite erano con me perché ho acquisito dei superpoteri inequivocabili come se avessi bevuto un sorso di kriptonite omeopatica alla 2000CH e quando è stato il momento di spingere avevo in me la Forza di un Jedi femmina.

Quando ho visto il mio bambino appena nato, poi,  è stato come se una leonessa si fosse impossessata del mio corpo perché ho capito che sarei stata pronta a sbranare chiunque avesse osato avvicinarsi al mio cucciolo con intenzioni minacciose, e penso che questa mia nuova condizione di leonessa si intuisse anche da fuori perché infatti nessuno ha mai osato avvicinarsi con intenzioni minacciose.
Almeno: non negli ultimi 15 anni.

I nomi delle dee ovviamente li ho trovati su wikipedia

Dieci anni oggi e mi chiedo Ma cosa c’era prima? Come facevo? Di chi mi prendevo cura? Che famiglia eravamo, che ne mancava palesemente un pezzo? Lo sentivamo, di essere incompleti? E lo sapevo già, che senza questo pezzo non sarei mai stata intera nemmeno io?

Non me lo ricordo. Anzi sì.

Lorenzo compie due lustri portati con fierezza. Li compio anch’io.

L’unica cosa che mi è abbastanza chiara è che davvero uno, quando parte, non sa dove arriverà. Spesso, e questo a me succede, non sa nemmeno esattamente dove vuole andare.
Io un anno fa non sapevo dove volevo andare e ho fatto dei passi un po’ a caso. Poi ho scelto sentieri, alcuni li ho anche lasciati per tracciati nuovi, altri sono abbastanza sicura che mi capiterà di abbandonarli per strade più invitanti. Metto in conto di inciampare, anche, prima o poi: è probabile che qualche passo falso mi sia anche già capitato ma credo di non essere mai caduta. Però può succedere, e se succede: pazienza, speriamo di non farci male.

Insomma, è un anno che cammino in questo posto e finora mi son divertita. Pensavo di incontrare solo qualcuno e invece ho incrociato tanti, compagni di viaggio o solo di passeggiate. Da queste parti il tempo è bello, il vento leggero, le gambe non sono ancora stanche: andiamo.

Silvia è una persona che per raccontarla servirebbero delle parole inventate, o dei disegni, o delle risate, perché lei non ha misura, e ciò che non ha misura andrebbe descritto con una lingua senza limiti: una lingua che io non ho e non conosco.

Parla molto, Silvia, come se avesse paura del silenzio. Parla a voce alta e con una sorta di spudorata franchezza che potresti scambiare per mancanza di riserbo o per eccessiva disinvoltura, e invece cela una riservatezza tutta sua, un pudore che a me pare tenero perché è tutto il contrario del mio. Sembra che non abbia paura di niente ma poi certe volte la guardi negli occhi e la vedi indifesa.

Silvia riesce ad essere allegra e triste allo stesso tempo. Io quand’è così vorrei essere molto più grande, e vorrei che lei fosse piccola, per stringerla come si fa con i bambini che hanno troppe emozioni insieme. Credo sia per via di quelle tante emozioni insieme, che lei a quarant’anni ne dimostra la metà.

Secondo me Silvia non lo sa, che appena la conosci non te la scordi più: sarà per il sorriso, sarà per gli occhi.
Di che colore sono i suoi occhi non l’ho ancora del tutto capito, anche se li ho visti tante volte. Credo sia il colore di un tipo di mare; mare di scogli e di acqua fonda in cui hai paura di buttarti, all’inizio: io non sono una che si butta facilmente, però in quel mare lì mi son tuffata.

 

 

 

Mettiti lì, fermo, che ti voglio fare il ritratto. Fermo, ho detto. Ma tu fermo non lo sei mai, anche se cerchi di stare immobile hai gli occhi che cambiano, la faccia che non trattiene le espressioni, il naso che se dici una bugia si vede subito. Come si fa a farti il ritratto? Poi, i pittori veri, quelli che hanno uno spirito di osservazione, non hanno mica bisogno di avere il modello davanti, lo dipingono a memoria, e ritraggono la sua personalità più dai dettagli che dalle somiglianze. Vero. Io infatti non sono pittrice, non saprei disegnare un cane o un bambino.

Vorrei essere pittrice e farti un ritratto in cui tutti capiscano come sei. In cui ci sia quello che sembri e quello che non mostri, ma che io vedo. Tutto e il contrario di tutto, come sei tu. Come quelle figurine che piacciono ai bambini, che quando le muovi cambiano immagine.
È impossibile, farti un ritratto, a te: che sei pieno di bianchi e di neri e anche di grigi e di blu, che bisogna stare attentissimi per non sbagliarsi, sui tuoi colori. Forse per farti un ritratto bisognerebbe fartene due: uno per ogni gemello. Quello destro e quello mancino; quello rilassato e quello ansioso; quello insicuro e quello estroverso; quello amorevole e quello tagliente.

Oppure se fossi pittrice ti farei un ritratto mentre dormi, perché ti ho guardato tante volte mentre dormivi: a me piace guardarti. E nel ritratto tutto quello che sei lo metterei nei tuoi sogni, da immaginare attraverso le tue palpebre chiuse. Ecco: quello saresti proprio tu.

 

 

Matteo raccoglie parole: le cerca rotonde e panciute, per farle rimbalzare sulla punta della lingua come sassolini.
Sono sassi che rotolano tra i denti come caramelle cantando il suono profondo e accogliente di una bella voce.

Matteo sa parlare di cose tristi con l’aria serena di chi ha esorcizzato molte paure; come quella della morte: ché lui, morto, lo è stato. Per 8 minuti, dice.

Matteo ride spesso, e con tutta la faccia. Non abbozza sorrisi, non si limita ad accenni della mimica. Quando ti saluta mette in moto il viso, spalanca la bocca, si copre di piccole rughe che spuntano dal nulla come raggi dietro agli occhiali.
A me, quando penso alla forma dell’entusiasmo, viene in mente la sua faccia.

Matteo, anche se accumula un anno ogni anno, in fondo è uguale a quando ne aveva diciassette: se lo incontrassi oggi gli chiederei il suo segreto. E poi gli tirerei le orecchie, quarantaquattro volte.

 

 

 

 

Ecco, siccome proprio oggi ho detto (scritto) che non potrei mai fare la pasticciera (con la i, mi hanno detto) stasera mi son messa in testa che devo fare la meringata di frutta.

La meringata di frutta la prima volta che l’ho preparata era l’11 maggio del ’97 e me lo ricordo perché faceva un caldo pazzesco, era il compleanno di mia sorella ed ero abbastanza decisamente incinta. Per puro caso quel giorno lì nacque anche Emma, la figlia di mia sorella, ma non quella del compleanno, un’altra: questa è la ragione per cui l’11 maggio da noi si festeggiano due compleanni insieme. Siccome quest’anno l’11 cade di lunedì noi si festeggia in anticipo: domani, per l’appunto. E io come da (si fa per dire) tradizione faccio la meringata.

Il mio problema è che io la meringa non la so fare sul serio. Cioè, monto gli albumi bene bene, con lo zucchero un po’ alla volta, tutto come dice la ricetta. Poi quando è ora di cuocerla vado in confusione. Uno mi dice tre orette a 130° a forno socchiuso, un altro massimo 100° per quattro ore a forno ventilato, addirittura certi 60° tutta la notte. Insomma io l’ho piazzata in forno a 100° ventilato ma socchiuso, pensando che però forse avrei dovuto usare il phon per una giornata e forse sarebbero venute meglio.

Adesso loro, le meringhe, due dischi grandi come la torta che dovrebbero diventare, sono lì dentro guardate a vista da un’oretta e io mi dico adesso che succede? Se mi addormento? Metto un biglietto allo Splendido che ci pensi lui quando torna? Sì, ma lui che ne so a che ora torna? E poi lo Splendido cosa ne sa se quando torna le meringhe sono cotte? E poi, diciamocelo, lo Splendido non torna di sicuro così presto.

Io non ci giurerei che stavolta mi riesca, la meringata.

 

Era il giorno del suo compleanno e G. aspettava, in bilico tra speranza e disillusione, cercando nell’autoironia, di cui era fortunatamente ben dotato, un appiglio per non darla vinta alla tristezza.

Secondo i suoi amici, G. non aveva ragioni apparenti per considerarsi un uomo infelice ma, a ben vedere, per anni aveva patito una vita senza amore.
Con sua moglie aveva sempre diviso con entusiasmo il letto e non molto di più, fino al giorno in cui all’amore si era arreso, ma con la donna sbagliata: quella che in pochi mesi gli era entrata nel cuore senza permesso, approfittando del suo bisogno di spendersi, finalmente, anima e corpo, in una storia.
Nell’attimo in cui l’aveva riconosciuta, aveva avvertito il desiderio e l’urgenza di appartenerle e da quel momento aveva preso a sognare di lei, consumando a fatica i giorni e dilatando le notti nella lunga, lentissima attesa dei loro incontri.
Lei, non lo sappiamo cosa provasse: quei sogni forse non li conosceva, come non sapeva del tormento di lui, infedele ogni notte nel proprio letto coniugale. Ignorava perfino l’inquietudine incontenibile di mani, di pelle, di sesso che lui sperimentava ogni volta che lei si allontanava, distogliendo lo sguardo e la mente da loro due. Perché lei sì: si allontanava, incostante.

Il giorno del suo compleanno G. sperava in un cataclisma che rovesciasse il mondo e invece gli arrivò in regalo un pacco. Dentro il pacco, avvolta da strati di plastica a bolle, c’era la sua vita: per tirarla fuori lui non ebbe da fare altro che prenderla in mano.

* Daniele Silvestri: L’autostrada

 

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 49 follower