Io quando sta per arrivare lo sento, eppure non capisco mai cosa sia. Un bisogno che si materializza o un pensiero che spasima per una forma. Una frase, un segno o una voglia nuova nelle mani. Adesso c’è e bisogna solo aspettare, per capire cosa vuole diventare.
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… e che Giulio Carlo non mi fulmini
Posso dire a mia discolpa che comunque ho pianto tantissimo e litigato a sufficienza per ritenere di aver vissuto un’adolescenza normale.
Quell’aggeggio, lì, nella foto, ha un titolo, “Confini”, che in effetti non è “Autoritratto“, e questo perché non ho capito subito che lo fosse, un ritratto. Adesso, però, ogni volta che lo guardo mi ci specchio e quindi lo è diventato. L’ho appeso alla parete e mi piace.
La carta è il mio mestiere e la conosco bene: siamo amiche. Capisco che soffre della sua condizione bidimensionale e allora ogni tanto le faccio riconquistare spessore: la lascio tornare materiale plastico perché la sua natura vera è quella, e io lo so. Mentre accarezzo la sua forma liquida sento che mi è grata e anch’io godo del contatto della pasta sulle mani.
Il filo ha una straordinaria e incontrastabile attrazione su di me. Compro gomitoli, rocchetti, matassine di qualunque colore e spessore e materiale. Metallo (spesso), lana e cotone, carta, spago, nylon. Il filo ha la forma del tempo, della strada, della melodia. Qui, del limite.
L’ago è quello che distingue la casualità dall‘intervento umano. E’ lavoro.
La tisana ha la funzione di un colore ad acqua perché volevo un effetto simile a quello che avrebbe sortito un acquerello, ma meno intenzionale (però l’ho scelta anche perché mi piace pasticciare). Il confine pare netto (linea) ma non lo è, ché se guardi bene il colore è sbavato: forse perché mi piacerebbe che le delimitazioni naturali si prendessero una rivincita sulla prepotenza della volontà umana.
Ho avuto sempre i miei piccoli problemi con i confini. Barriere mentali me ne costruisco troppe; le cucio come orli intorno alle mie paure.
Eppure dei confini geografici non ho mai saputo capire le logiche: dev’essere perché mi manca il senso dell’orientamento. Allo stesso modo, non colgo separazione tra le zone emotive che si vorrebbero distinguere in regioni diverse del cuore e invece fanno di me un unico, irrequieto paese.

