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Il fatto che i social network possano essere un grosso stimolo alla conoscenza reciproca è palese, ma ho ancora da capire esattamente quanto questo conti nella costruzione delle relazioni. Verrebbe da dire: “poco” ma anche, al contrario, “moltissimo”.

Personalmente credo che anche la pura condivisione virtuale crei, alla lunga, un legame. Non avrei difficoltà ad elencare nomi (o nick ;-) ) di persone mai viste con cui ho però stabilito una relazione schietta. Perché se è vero che attraverso lo schermo non passano sguardi e  fisicità, è altrettanto evidente che tramite le parole è possibile veicolare idee ed esprimere sentimenti autentici.

Non è raro che i sentimenti virtuali prendano a poco a poco spessore e lì la scelta di fare un salto a piè pari nel mondo di ciccia è importante e delicata perché porta con sé tutti i rischi e le incognite legati alle aspettative. Le aspettative sono una delle sciagure che affliggono il genere umano e dimostrano come siamo tutti portati a inventarci nella nostra testa delle storie bellissime al cui confronto la realtà non ha quasi mai speranza di spuntarla.

Può succedere che poi i binari continuino per sempre paralleli, oppure che si decida di prendere una strada sola: seguirsi sul web oppure frequentarsi fuori, dando un’impronta univoca alla relazione. In pratica  l’interesse intellettuale e quello emotivo potrebbero non coincidere e potrei aver voglia di leggerti ma non di frequentarti, oppure di frequentarti senza leggere quello che scrivi.

Nel nostro caso, il blog prima e il SN poi son serviti a stabilire un contatto, e a mantenere alto il livello del reciproco interesse. L’affetto è venuto dopo, con gli incontri, le pizze, le chiacchiere, e ha creato una sorta di binario parallelo su cui pattinare facendo tesoro della strada virtuale fatta fino ad allora. 
È successo che il salto nel mondo degli abbracci non sia stato una delusione (almeno credo) e scoprire che probabilmente siamo più imperfetti e fallibili e disastrati di quanto sembriamo nel mondo virtuale ci è piaciuto. Ci è piaciuto scoprire le paure, le insicurezze, le altalene emotive altrui, come i pregi meno manifesti.
Credo che questo sentimento che ci lega, come individui ma credo ancora più come gruppo, abbia tutti i numeri per chiamarsi amicizia: quella di pancia, vagamente adolescenziale nella sua spontaneità, quella che ti fa pensare che una persona ti manca, che spinge a programmare le vacanze insieme, a fare inviti ai matrimoni, a fare uno squillo per vedersi quando si capita in città.

È quello che pensavamo di aver perso diventando adulti.

Funziona così: che ci sono delle cose che vale la pena fare, anche da soli. Se non hai qualcuno con cui farle anche da solo va bene: te le godi abbastanza, se meritano. Se c’è un film che ti ispira, una mostra che ti attira da matti, una città che vuoi visitare, una conferenza interessante: ci vai e sei contento di non averle perse, quelle cose lì.

Però le stesse cose in compagnia sono meglio, spesso. Quasi sempre. Se non altro perché poi ti puoi scambiare le impressioni.
Invece le stesse cose con le persone giuste non sono solo meglio, sono perfette. Ti accorgi che non le avresti godute alla stessa maniera se non le avessi vissute con la pelle tua e con quella degli altri allo stesso tempo. La musica diventa più avvolgente, le parole più fluide, le voci più calde, le immagini più vivide, la notte più stellata, i sorrisi più eloquenti, il cibo più profumato. E poi il freddo più sopportabile, la stanchezza più dolce, l’emozione più contenibile.

Le persone giuste sai che sono le persone giuste quando ci sei in mezzo e pensi che quel momento non lo vorresti sostituire con nessun altro.

Quando ti trovi la domenica mattina a far colazione con la tisana allo zenzero ti fai delle domande esistenziali. Per esempio ti domandi Ma perché?

Io, dopo un anno e mezzo di studi approfonditi sulla questione, un anno in cui ho raccolto dati con metodo scientifico, in cui non mi sono risparmiata investendo tempo ed energia nella sperimentazione diretta, in cui ho rischiato sulla mia pelle le conseguenze dell’esperienza empirica, ho finalmente trovato la risposta.
L’evidenza dimostra che indipendentemente dal numero degli individui coinvolti; dal sesso, dall’età, dalle convinzioni politiche o religiose degli stessi; dalla collocazione geografica (latitudine, longitudine, altezza sul livello del mare) del luogo deputato all’esperimento; dall’orario della prova con o senza ora legale: l’amicizia è una bolla di grasso.

Numerosi tentativi di smentire questo principio sono stati affrontati con coraggio dalla sottoscritta per pura ricerca di verità scientifica, in Italia ma anche all’estero, nelle più svariate condizioni ambientali di caldo e di freddo, di secco e di umido, con o senza la neve; prendendo in considerazione abitudini locali, tradizioni degli indigeni (toscani, marchigiani, piemontesi, sardi, lombardi, veneti, romagnoli, pugliesi e quant’altro: la varietà dei dati mi sembrava fondamentale per la ricerca), magrezza o sovrappeso dei commensali.
Alla fine ho dovuto arrendermi e formulare la mia legge universale per cui in qualunque momento luogo o condizione ci si trovi, quando si sta bene insieme si mangia. Troppo. Con eccessiva spensieratezza. Come se non ci fosse un domani (cit.)

La fetta di pancetta e il suo accessorio gnocco fritto che stazionano da quattordici ore sul fondo della mia cavità gastrica non hanno in alcun modo influenzato l’elaborazione della suddetta legge.

Ieri non ci siamo visti, peccato.

Peccato, perché era il nostro anniversario, quando l’ho detto allo Splendido si è messo a ridere. Io però penso che certe amicizie bisogna trattarle come i grandi amori e quindi ci tengo a ribadire, anche se fa ridere, che ieri era il nostro anniversario. L’anniversario dell’amicizia con la Sidgi.

Non capita mica sempre di ricordarsi in che giorno hai conosciuto una persona che poi diventa importante per te, perché magari quando scopri che è diventata importante per te non sai più il giorno in cui l’hai conosciuta. Per ricordartelo devi avere un’agenda ben aggiornata, un diario, un blog o una casella di posta che eviti di svuotare per mesi e mesi, in modo da rintracciare mail vecchie di secoli in cui magari ti sei dato appuntamento con una persona che all’epoca non sapevi che sarebbe diventata importante per te. Oppure devi essere Zu, ma di Zu ce ne son pochissimi al mondo.

A me piace, l’idea che il nostro anniversario sia il 25 aprile; secondo me è stata una specie di liberazione anche quella. Liberazione da un certo tipo di solitudine, che se frequenti la Sidgi poi di quel tipo di solitudine non soffri più, e io forse prima, un po’, ne soffrivo.

Tra le cose che uno sa fare bene ce ne sono alcune di importanti e altre di ridicole.
Per esempio io sarei bravina nella pratica in disuso del punto croce, e questa non è un’attività fondamentale, ragione per cui la considero in disuso.
Tra le cose importanti che so fare bene me ne viene in mente, per la verità, solo una; ed è una specialità che non ho mai sentito nessuno che la menzionasse, penso di esser la prima, anche se non posso escludere che di norma non venga menzionata perché molti la considerano un’abilità secondaria, al contrario di me.

Tergiverso perché ho un po’ di pudore nel raccontarla, la mia abilità fondamentale, ché mi immagino che mi si venga a dire che è una scemenza, che son capaci tutti, di far quella cosa là: non è difficile. Non sarà difficile farla, ma farla bene è un altro discorso.

Io, ecco, lo dico: son bravissima a farmi toccare.

Dal mio innamorato: son bravissima; e son fortunata, ché lui ha due mani che sanno fare un sacco di cose, massaggiano i piedi, accarezzano, grattano la schiena e scompigliano i capelli come nessuno al mondo, io credo. Io do il mio contributo con la mia predisposizione all’abbandono, unica nel suo genere.
Dai miei figli: son bravissima. Loro hanno imparato in tenera età l’arte del raggomitolamento operoso, quello stato apparentemente inerte tra l’abbraccio e l’avvinghio che però ha un che di attivo che si rivela con un movimento di piede, di mano, di testa al momento opportuno. Io nel raggomitolamento mi ci trovo particolarmente bene, lo assecondo alla perfezione.
Dagli amici: son bravissima. Io in un abbraccio di amico mi tuffo proprio con entusiasmo, e non è mica da tutti, secondo me, bisogna esserci portati. E bisogna anche saper accorciare le distanze quando sai che l’amico ha della voglia ma anche del timore a toccarti, è qui che si vede la bravura, ché poi son capaci tutti di dire Son capaci tutti.
Invece no: di volta in volta farsi toccare una mano o la spalla o abbracciare in una morsa d’acciaio, si deve capire quando si può e quando non si deve. Pretendere: mai; chiedere: in silenzio; proporre: basta aprire le braccia.
Io, son bravissima.

Poi, non si sa come, è successo che altri ne hanno scritto. Domi, lo Splendido, Mitia, Laura,per il momento

Io credo che non abbiamo bisogno, di farci regalare un ramo di mimosa moribondo; ché le mimose son delle bellissime piante, ma a me fa una tristezza, ma una tristezza, pensare alla devastazione degli alberi di mimosa, che mi dico che davvero, se proprio si deve , che sia una pianta intera, con le sue radici e tutto. Ma poi anche quello, col clima che c’è qui, una pianta di mimosa farebbe una brutta fine. E allora neanche di questo , c’è bisogno.

Poi, pensavo, è molto bello che un uomo ci faccia gli auguri, che ci faccia sapere quanto è bello averci intorno (a me fa piacere, e per inciso ho apprezzato tantissimo che ieri, che non era nemmeno l’otto marzo ma il sette e quindi in linea teorica non ci sarebbe stato bisogno, ho apprezzato tantissimo che mio marito senza dir niente e senza aspettarsi di essere ringraziato ha pulito per bene tutta la cucina che onestamente era in uno stato pietoso; lo trovo un perfetto segno di parificazione e quindi a me personalmente fa più piacere anche di una mimosa in vaso con le radici, anche se è venuto così, il sette, mi piace uguale, anzi forse anche un pelo di più, vista la spontaneità del gesto), è molto bello dicevo che gli uomini l’otto marzo pensino alle loro figlie, madri, mogli, amanti e intimamente – penso che succeda, per quello in genere si inventano le ricorrenze – le guardino per un giorno con altri occhi. Però quello che mi piace, a voi non so: a me piace guardarle io con altri occhi tutte queste donne, e magari anche me stessa.

Allora ieri che stavo lavorando da sola pensavo tra me e me che l’ultimo anno mi ha portato in regalo delle amiche. Io forse non ci pensavo più che la vita potesse riservare dei regali così, come delle amiche nuove. Che forse ne ho avute poche, nella mia vita, di amiche. E queste amiche oggi le penso e le guardo, e son così varie e variopinte nel loro modo di vedere la vita e l’amore e il sesso e la famiglia, che prese tutte insieme sono una bella fotografia della donna di oggi. Che ricopre ruoli vecchi e nuovi, e statici e in movimento, e vuole dei figli ma anche no, e cerca un uomo ma sta anche bene da sola, e lavora perché deve ma anche perché vuole, e le piace cucinare oppure le fa schifo ma a mangiare in compagnia raramente dice di no, e certe volte è infedele e qualche volta è tradita e ogni volta comunque, lei,  si chiede perché; una donna che insomma sarebbe difficile da descrivere con un solo accento, e infatti le mie amiche parlano una lingua di tante cadenze e aprono e chiudono le vocali in tutti i modi possibili, e sorridono e consolano ognuna a modo suo.

A loro, per gli abbracci e le parole, ogni giorno, e anche oggi, grazie

Io avrei cominciato  a metter via parole, a mano a mano che arrivavano, spontanee. Volevo conservarle in una scatolina, un salvadanaio, una borsina di tela, solo che poi mi son scordata di raccoglierle,  a mano a mano che arrivavano, e le ho lasciate ripartire senza rimpianto.
Son rimasta a corto di una lingua che descrive ma ci ho guadagnato di vivere giornate piene e gioiose, che a ricordarle le parole sono di troppo, a doverle raccontare sarebbero comunque poche.

A me è successo più di una volta, e intendo fuori da qui, da questo mondo di felicemente disadattati, blogger e socialcazzari; mi è successo più di una volta di trovare persone a cui sentirmi legata all’istante.
Solo che in genere, fuori di qui, sono soprattutto i gesti, mai le parole, che rivelano un’affinità emotiva. Invece nel mondo dei felicemente disadattati le parole, e solo quelle, scorrono a fiumi: troppo spesso rapide, senza misura, poco pensate. Bisogna imparare a farsi strada, capire gli umori e le timidezze e distinguere: tra logorroici, poeti, esibizionisti, eremiti, finti tonti e tonti per davvero; lentamente affezionarsi alle persone  giuste. Ma senza gesti, senza sguardi, un legame di sole parole ti chiedi come sia veramente possibile.

E quando arrivano anche i gesti e gli sguardi realizzi che certe persone le cose importanti le conservano dentro agli occhi, per regalartele il giorno del primo abbraccio.

Silvia è una persona che per raccontarla servirebbero delle parole inventate, o dei disegni, o delle risate, perché lei non ha misura, e ciò che non ha misura andrebbe descritto con una lingua senza limiti: una lingua che io non ho e non conosco.

Parla molto, Silvia, come se avesse paura del silenzio. Parla a voce alta e con una sorta di spudorata franchezza che potresti scambiare per mancanza di riserbo o per eccessiva disinvoltura, e invece cela una riservatezza tutta sua, un pudore che a me pare tenero perché è tutto il contrario del mio. Sembra che non abbia paura di niente ma poi certe volte la guardi negli occhi e la vedi indifesa.

Silvia riesce ad essere allegra e triste allo stesso tempo. Io quand’è così vorrei essere molto più grande, e vorrei che lei fosse piccola, per stringerla come si fa con i bambini che hanno troppe emozioni insieme. Credo sia per via di quelle tante emozioni insieme, che lei a quarant’anni ne dimostra la metà.

Secondo me Silvia non lo sa, che appena la conosci non te la scordi più: sarà per il sorriso, sarà per gli occhi.
Di che colore sono i suoi occhi non l’ho ancora del tutto capito, anche se li ho visti tante volte. Credo sia il colore di un tipo di mare; mare di scogli e di acqua fonda in cui hai paura di buttarti, all’inizio: io non sono una che si butta facilmente, però in quel mare lì mi son tuffata.

 

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