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letto visto sentito sognato

Ieri mia sorella mi ha detto che a casa ha ancora una scatola di fili e roba per il cucito di mia nonna. Non so perché ma non immaginavo che fosse possibile, visto che sono più di trent’anni che mia nonna non c’è più, eppure in una casa sono tante le cose che sopravvivono alle generazioni: le poltrone, le lenzuola, gli specchi, spesso anche cose piccole come la scatola del cucito.

Ho detto a mia sorella che mi piacerebbe vederli, i fili con cui mia nonna passava le sue ore nell’angolo della cucina: sono rocchetti di legno come non ne fanno più e sono curiosa di scoprire di che colori mia nonna si circondava, e nei colori riconoscere i suoi sogni.

Di sicuro per questa ragione la notte scorsa ho sognato che andavo da mia sorella a vedere la scatola dei fili. Lei mi diceva che prima di aprire la scatola dovevo prepararmi perché dentro la scatola c’era anche il profumo della nonna. E infatti io l’aprivo e il profumo di mia nonna era dentro, e io pensavo che era una bellezza, risentirlo dopo trent’anni.

Io il profumo di mia nonna non me lo ricordo bene, ma so che se lo risentissi lo riconoscerei, e che il profumo, nel sogno, era il suo.

Una cosa che ho capito crescendo invecchiando maturando è che la musica, certe rare e preziose volte e per ragioni del tutto imperscrutabili, diventa una specie di dipendenza e come ogni sostanza psicotropa che si rispetti ha effetti che possono essere a seconda del caso euforizzanti, ipnotici, sedativi, antalgici etc.

Ultimamente, non so come, mi è preso un trip e mi rendo conto che è del tutto anomalo per via della tipologia (non è affatto il genere che ascolto di solito) e del target (sono decisamente troppo vecchia), eppure mi ascolto beata la sua musica in macchina e mi sento improvvisamente pervadere da un umore galvanizzato; io che non ho mai ballato in vita mia mi dimeno sul sedile della macchina come una balenottera in amore (nel mio immaginario le balenottere in amore scodinzolano), fino ad avere dei picchi di eccitazione mentre canto a squarciagola – con i finestrini rigorosamente chiusi per mantenere una parvenza di decoro –  la mia canzone preferita.

E basta: voglio leggermi anch’io il libro che dice Matteo perché per me, che non capisco niente di niente di musica, è un mistero come certi pezzi ti colpiscano come un fulmine quando meno te lo aspetti, cambiandoti la giornata, la prospettiva, l’approccio con l’umanità.

E adesso non mi dite niente se la mia nuova droga non vi piace, andate pure a farvi le canne come tutti mentre io inaspettatamente tunz tunz tunz…

Quando decidi di eliminare un libro dalla tua libreria, un libro che ti hanno regalato e non ti è piaciuto oppure nemmeno hai letto; o un libro che hai letto e magari ti è anche piaciuto ma che non ci sta più in casa tua, ché magari devi traslocare riducendo al minimo la tua roba; o ancora un libro scomodo, che ti ricorda qualcosa e di cui vuoi liberarti: ecco, nel momento in cui lo abbandoni, lo vendi o lo regali a una biblioteca, un mercatino,un negozio di libri usati o un posto qualunque dove un fortunato lettore lo troverà per caso, devi ricordarti che quello che c’è dentro – una dedica, un biglietto, una nota a margine con la tua calligrafia – diventerà di qualcuno che prenderà possesso di un pezzetto della tua vita e farà supposizioni, intreccerà storie, indovinerà significati (o forse no).

Io oggi in un negozio di libri usati ho trovato un tuo libro che conteneva un biglietto. Lo vedi dallo stato della brossura quando un libro non è stato mai nemmeno aperto e di questo so per certo che hai letto a malapena il titolo. Mi è sembrata un’ingiustizia, un delitto, un abbandono: certamente l’eliminazione brutale di un regalo sbagliato. Magari non ti piace affatto leggere e la persona che te l’ha regalato non ti conosce così bene come crede.

Adesso però il libro ce l’ho io e anche il biglietto. E mi sento autorizzata a inventare le storie che voglio su di te e la tua mancanza di tatto, sull’uomo che ha forse sbagliato regalo ma non certamente intenzioni, a cui magari potrei dare un nome che si intoni alla sua scrittura.

Oppure a non inventare nessuna storia su di te e leggermi il tuo libro: un libro adottato non può che dare delle soddisfazioni.

(il libro è questo: Benjamin Tammuz, Requiem per Naaman, Edizioni e/o)

Ho sognato una tempesta in arrivo. Guardavamo dalla finestra con la stessa apprensione con cui l’uomo della pietra scrutava dalla bocca della caverna: senza sapere se sarebbe riuscito a scamparla oppure no.

Poi il cielo virava da antracite quasi nero a perla quasi azzurro e noi si diceva Probabile che scarichi a Venezia, o anche più in là.

E allora ci sentivamo in salvo.

Mai come quest’anno la fioritura delle rose mi è parsa del tutto priva di pudore.
Ho assistito a esplosioni di supernovae in angoli nascosti di giardino, in passerelle di primedonne in mise da gran sera, a schiamazzi e scoppi di risa, di sussurri e canto .

Mi è sembrato che da ogni cancellata si affacciassero petali e rami; grappoli di rossi e arancio e incarnati di bianchi e rosa.

Discreta grazia gotica, leziosa frivolezza rococò, confusa turbolenza romantica, sontuosa magnificenza barocca.
Castità e lussuria, purezza e sensualità, modestia e sfacciataggine.
Sfumatura eterea, pienezza monocroma, sorpresa iridescente.
C’è posto per qualunque voce in questo concerto di luci che infiammano multicolori l’aria di maggio.

Vien quasi da dimenticare che, a toccarle, pungono

Senza un motivo, all’improvviso mi ricordo di quando a Bologna si correva a prendere la coincidenza delle “,44″ e capitava che per una botta di culo fortunata congiuntura trovavi il vagone di prima classe declassato e potevi sederti in un posto più comodo e più pulito del solito sentendoti un papa nel più sfigato dei treni diretti.

Penso che queste cose non succedano più, se non altro perché hanno fatto sparire i treni diretti.

Curvo, molto curvo, cammina piano: nella destra un bastone, da sostegno più che da passeggio.
Nella sinistra la mano di un uomo più giovane, che paziente asseconda la lentezza dei passi.

Non è così che immagino la mia vecchiaia – non così curva, almeno – ma chi può mai saperlo…
E invece magari è così che devo sperarla, una mano nella mano a renderla più lieve.

Io non credo nell’oroscopo epperò mi capita di tanto in tanto di leggere il mio su qualche rivista.
Mi capita, non sempre, diciamo una volta al mese suppergiù, di sbirciare quello di Brezsny su Internazionale.
Perché proprio quello non lo so: forse perché mi piacciono i disegni, o perché ha un certo brio che ti mette di buonumore anche se sai che dice delle scemenze che mai e poi mai ti aspetti che si avverino, o anche perché ha questo modo di parlarti a tu per tu che un po’ ti vien da dargli retta: sembra che l’oroscopo l’abbia partorito esclusivamente per te e non per le centinaia di milioni di acquari o capricorni o gemelli del mondo.
Oppure perché, dentro alle previsioni, lui, Brezsny, ci mette dei consigli di saggezza che in genere ci imbrocca, come ci imbrocca la nonna dall’alto della sua esperienza, e quindi del tutto indipendentemente dalla previsione oroscopica in sé e anzi come se lo scopo dell’oroscopo fosse quello di inventare dei pretesti per farti riflettere di volta in volta su un aspetto della tua vita (a rotazione, suppongo).

E quindi io, da brava, rifletto. È da venerdì scorso che mi interrogo su quali faide mi stia spingendo a concludere e alla fine ho deciso che l’unica faida che ho in corso, ma che probabilmente tra 80 milioni di anni sarà ancora in pieno svolgimento, è quella contro il mio brutto carattere.

[(Il mio oroscopo di questa settimana) Sagittario: In Mongolia c’è un famoso ritrovamento fossile di due dinosauri avvinghiati in un combattimento mortale. Fermo per sempre nel tempo, un Velociraptor sta artigliando un Protoceratops, che a sua volta gli sta mordendo un braccio. Ormai sono in quella posizione da circa 80 milioni di anni. Ti sto mettendo sotto il naso questa immagine, Sagittario, per sfidarti e incoraggiarti a rinunciare alle tue vecchie faide. Astrologicamente parlando, è il momento ideale per rinunciare a qualsiasi lotta che non avrà più nessuna importanza tra 80 milioni di anni.]

Ci sono volte in cui l’ignoranza è una benedizione.
È il caso della totale assenza di pre-giudizi con cui ieri sono andata al cinema a vedere Pina, un film su una danzatrice e coreografa di cui conoscevo il nome e la fama ma della cui forma d’arte non sapevo praticamente nulla.
È quindi con la verginità del neofita che mi sono goduta lo spettacolo di questo che non è un documentario, non è una biografia, non è un film musicale ma è un racconto in musica, parole e danza di una storia d’amore tra un regista e la sua musa, tra una coreografa e il suo corpo di ballo, tra una donna speciale e il mondo a cui ha dato voce.

La danza in questo film parla anche a chi di danza non si intende per nulla.
Si scopre una fisicità che non ha a che fare con la perfezione anatomica, dove il corpo è strumento al di là della bellezza classica, dove c’è posto per la giovinezza e l’età matura,  ed è l’abilità maieutica quella che fa la differenza.
Il movimento va a supplire all’insufficienza delle parole e si riempie di spessori e sottigliezze; di peso e di leggerezza; di gioia e disperazione; di estrema forza e fragilità disarmante.
Non hanno nulla di tradizionale questi gesti, che ogni danzatore rende talmente suoi da farli unici ed esclusivi anche quando ci si muove all’unisono, come sono diverse le voci in un coro in cui ogni timbro è inimitabile.

Si ha l’impressione che anche gli oggetti di scena – un bastone, una corda, un ramo, un albero, una sedia, per non dire degli abiti che mascherano unicamente per svelare – diventino appendici dei danzatori, prolungamenti degli arti, non meri attrezzi funzionali a una coreografia ma nuovi dettagli anatomici.
Si danza con la voce, con le dita, con i capelli, con gli sguardi in questo teatro che è il mondo di Pina Bausch.
Si danza con l’acqua e la terra, spesso: non sull’acqua e sulla terra ma insieme.
D’altra parte qualunque sfondo si fa palcoscenico, sia esso campagna, fiume, strada, architettura nuda, città abitata; qualsiasi palcoscenico si fa anch’esso attore: non ausiliario ma protagonista.

Si ha l’impressione che non ci si risparmi mai, che ci si faccia male se serve, che non si cerchi il dolore di proposito ma nemmeno lo si eviti quando viene. Che ci sia un sacco di vita, dentro. E che l’intimità raggiunta dal gruppo di danzatori sia viscerale, emotiva prima che fisica, profondamente espressa piuttosto che rappresentata.

Le interviste ai ballerini sono un capolavoro in cui la sinergia tra i volti ripresi in silenzio e le voci fuori campo si riempie di significati, in cui l’emozione risulta più eloquente proprio perché resa muta.
Sono bellissime queste persone giovani e meno giovani che ricordano, nella loro lingua madre, la guida di cui sono orfani con parole in cui traspare un universo di gratitudini.

Ed è gratitudine anche quella che provi tu, spettatore, mentre scopri un mondo che non sapevi.

(andate a vederlo, vi prego)

(una recensione con altri occhi qui)

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