In genere non li guardo, oppure li spio con la coda dell’occhio mentre faccio dell’altro. Non mi piace che si sentano osservati: è bella la naturalezza con cui lo fanno e non mi va di disturbarli nemmeno con lo sguardo. Però so che sono belli da fotografare per poi riguardare la foto nei giorni bui.

Non li guardo però, ovviamente, li ascolto. Sarebbe impossibile non sentirli, del resto, a tre metri da me, o al massimo nella stanza adiacente. Non so mai chi comincia ma quando me ne accorgo sono lì tutti e due, a quattro mani col piano oppure al piano e violoncello, a giocare con la musica. Li invidio, ovvio: io non lo so fare.

Sbagliano, riprovano, si aspettano, si rincorrono, ridono, risbagliano, cambiano pezzo quando uno non viene. Passano da un genere e da un secolo all’altro e io rido dei loro punti d’incontro che a volte son buffi, a volte incomprensibili per me che parlo un’altra lingua.

Mi viene da pensare che non può essere un’adolescenza terribile se lasci che tuo padre sieda al piano con te e fai passare i pomeriggi come fossero minuti; nemmeno se magari il giorno dopo piangi e sbatti le porte convinto che non ti si capisca.

È un bell’essere figlio, è un bellissimo essere padre.

Senza un motivo, all’improvviso mi ricordo di quando a Bologna si correva a prendere la coincidenza delle “,44″ e capitava che per una botta di culo fortunata congiuntura trovavi il vagone di prima classe declassato e potevi sederti in un posto più comodo e più pulito del solito sentendoti un papa nel più sfigato dei treni diretti.

Penso che queste cose non succedano più, se non altro perché hanno fatto sparire i treni diretti.

Gli abbracci parlano. Ci sono abbracci che sono come un arrivederci malinconico o anche magari un addio e altri che sembrano un Ciao, finalmente!
Certi sono una presa forte, altri una stretta timida, altri ancora un festoso stropicciamento.

Io da parte mia amo farmi abbracciare più che abbracciare e forse è una forma di egoismo oppure è il fatto che raramente trovo qualcuno di piccolo quanto me e quindi mi risulta più facile starci dentro, alla stretta.
Le donne si serrano tra di loro in modo rapido ma caloroso, gli uomini tra uomini non lo so (i maschi si abbracciano sempre troppo poco e con troppo pudore).

L’abbraccio delle persone speciali è come un incastro di lego in cui i pezzi trovano il loro giusto posto; l’abbraccio con quelle indispensabili, però, è l’incastro che con due tasselli hai già costruito la casa.

Io ieri ho provato il festoso stropicciamento con uno che credo mi abbia scompigliato perfino i capelli: un po’ come entrare per un momento dentro un allegro frullatore.

Curvo, molto curvo, cammina piano: nella destra un bastone, da sostegno più che da passeggio.
Nella sinistra la mano di un uomo più giovane, che paziente asseconda la lentezza dei passi.

Non è così che immagino la mia vecchiaia – non così curva, almeno – ma chi può mai saperlo…
E invece magari è così che devo sperarla, una mano nella mano a renderla più lieve.

Il burro fa male? Sì, occhei, i grassi saturi, il colesterolo eccetera eccetera.
Poi, se proprio proprio, devi mangiarlo crudo, ché la cottura ne altera la composizione chimica eccetera eccetera.
In effetti, spalmato su una fetta d pane caldo, da solo o con un’acciuga come spuntino, un velo di miele o di marmellata a colazione, una spolverata di zucchero se devi fare merenda, una fetta di salmone/tonno/pesce spada affumicato se cerchi cibo consolatorio, è una gioia dei sensi.

Ma secondo me vale la pena vivere per il profumo del soffritto con la cipolla e il burro che sfrigola in pentola col fuoco giusto, né troppo basso né troppo alto, in attesa di buttarci il riso o quel che devi, senza pensare minimamente allo stato delle tue arterie ma solo al potere evocativo di quell’odore di cucina senza compromessi dietetici né sentimentali.

La bellezza.

Quando perdi la pelle e poi guarisci, ti cresce una pelle nuova che non ti sembra più la tua. È una pelle come di bambino, liscia, pulita, sottile ma elastica.

Ti guardi e ti vedi bellissima anche se non sei diversa dal solito, solo che non hai più le squame da serpente e il confronto fa la differenza: ieri sembravi una vecchia di ottant’anni e oggi sei di nuovo tu, e le zampe di gallina fanno quasi simpatia: almeno son le tue, quelle che ti sei guadagnata.

Io da questa cosa ho imparato che quando ci lasci della pelle (non tutta) fa abbastanza male, però se riesci a uscirne magari torni nuova.

La luna oggi ha la forma del buco e siccome è enorme e vicinissima mi è venuta voglia di metterci intorno le mani a cannocchiale per sapere se dentro il buco si vede qualcosa. Ma dentro il buco di luna c’è solo dell’altra luna.
Dietro la luna, invece, non so.

I piemontesi, esempio di sobrietà e rigore, hanno questa virtù che nascondono dietro un aplomb tutto particolare: hanno sviluppato nei secoli la capacità di godere in maniera smisurata senza dare nell’occhio.
Ne sono una dimostrazione inequivocabile l’invenzione del gianduiotto (piccolo e discreto ma profumato e segretamente noccioloso), la declinazione del tartufo nelle sue molte espressioni (apparentemente poco più di una patata che puzza di gas, ma con la sorpresa), il concetto stesso del fritto misto alla piemontese (una cosa che a descriverla sembra opera di un pazzo), la geniale ideazione della Bagna Cauda che a raccontarla sembra una tortura invece è una delizia, per non dire del vino (che non conosco per mia colpa) e di un sacco di altre prelibatezze che invece ignoro perché, si sa, i piemontesi non hanno mica tutta questa smania di esportare le loro godurie.

L’altro giorno però sono venuta a conoscenza di questa tradizione piemontese che a me è subito sembrata fantastica, tanto più che l’avevo inventata anch’io spontaneamente, a dimostrazione di quale sia l’affinità elettiva tra il Piemonte e me.

La tradizione si chiama merenda sinoira e consiste in quello che io propongo per la festa della Befana e cioè un tè pomeridiano che sconfina nell’aperitivo e poi nella cena e poi nel dopocena e soprattutto a me è sembrato azzeccatissimo il gemellaggio spirituale tra il nord est e il nord ovest che si è espresso con la contaminazione della tradizione piemontese con la sarda in saor, tipicamente veneziana.

Gli amici torinesi se ne sono ripartiti verso il suolo natio con uno scartossetto di sarde, per sancire l’intesa sabaudoveneta.

Non so se avete presente quel meccanismo per cui uno si convince che se succede una data cosa del tutto casuale è segno del destino che un’altra cosa molto agognata accadrà certamente a breve.
Tipo: se adesso la prima macchina che esce dal garage condominiale ha la targa dispari il compito di latino andrà benissimo.
Oppure: se la nonna ha fatto le cotolette per pranzo mi arriva di sicuro in regalo quello che ho chiesto a Babbo Natale.
O ancora: se nella vetrina del negozio all’angolo oggi compare una borsa marrone mia suocera si offrirà spontaneamente di tenermi i bambini una settimana al mare.

Io questa cosa non la faccio mai perché non ci ho mai creduto ma oggi mi è venuta in mente una maniera intelligentissima di sfruttare questa magia che pare molti usino abitualmente e quindi siccome la maggioranza vince io mi adeguo.

Il segreto che vi propongo è questo: inventarsi un sistema per cui la massima sfiga si possa tramutare nella più fantastica delle fortune e assecondare gli eventi in modo tale da rendere un accadimento del tutto casuale più probabile, ecco.
Per esempio: se parcheggio senza pagare sulle strisce blu davanti alla caserma dei vigili e mi becco la multa è segno inequivocabile che Egli mi pensa tantissimo, anzi che sta soffrendo le pene dell’inferno lontano da me.
Oppure: se scrivo su facebook che sono uscita a cena per il mio compleanno e però per sbaglio ho lasciato le chiavi sulla toppa e poi i ladri mi svaligiano la casa senza colpo ferire, posso star certa che potrò pulire per bene le mensole finalmente sgombre dell’ inutile paccottiglia d’epoca a cui mio marito teneva tantissimo.
O anche: se scivolo inavvertitamente sulle scale esterne ricoperte di ghiaccio perché sbadatamente ho dimenticato di mettere il sale significa che devo aspettarmi finalmente le montagne di dimostrazioni d’affetto che aspettavo da tanto da parte dei miei amici (unicamente, però, temo, negli orari di visita del reparto di ortopedia)

Insomma io penso che un sistema per andare incontro alla fortuna, se uno vuole, lo trova.

Ho scoperto che la cosa più destabilizzante di tutte, quella per cui mi verrebbe la tentazione di fermarmi e chiedere, abbracciare, consolare è vedere qualcuno che piange per strada.

Di solito è una donna, perlopiù giovane, che cammina in fretta e guarda davanti a sé senza vedere, un po’ per le lacrime un po’ per l’attenzione che è rivolta altrove: a un patimento senza pudore qual è quello che ti  lascia mettere a nudo emozioni così intime cancellando per un momento il resto del mondo. Dura pochissimo quella sofferenza lì, perché di solito lascia il posto a un dolore più composto, a un ravvedimento, alla vergogna di aver esibito, palesato, manifestato la faccia del dolore, sulla faccia.

So di averlo provato e lo riconosco, quel pianto privo di difese.

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