Suona la sveglia e tu un altro minuto, magari due. L’ultimo, poi ti alzi. Mi lavo dopo, intanto vai, chiama tuo figlio, prepara la colazione, un occhio aperto e l’altro chiuso, hai fatto tardi ieri sera. Il cielo non c’è, piove, l’aria ha un colore umido; freddo no, umido. Esci, ti bagni un poco perché l’ombrello l’hai dimenticato in macchina. Non c’è traffico il sabato mattina chi vuoi che esca a quest’ora del sabato; la scuola il sabato è una sofferenza ma bisogna.
Non c’è traffico a quest’ora il sabato, siamo in anticipo, ci fermiamo in pasticceria? Il profumo dello zucchero e del caffè cerca di svegliarti ma tu no, resisti. Due minuti e sei davanti a scuola, ci vediamo dopo, un bacio sulle labbra e sei già di ritorno. Cinque minuti, per strada non c’è nessuno. Non sono neanche le otto, ti spogli, torni a letto, riprendi un sogno interrotto.
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Certe volte mi perdo i pensieri. La memoria mi tradisce, vorrei poterli tenere in tasca e ritrovarli lì, ma no, impossibile: i pensieri sgusciano fuori dalle tasche come pesciolini, non c’è modo di trattenerli se non mettendoli in parole. Ma le parole certe volte sono gabbie, vasche d’acquario, trappole vischiose. Allora meglio lasciare che sfumino, i pensieri, che da liberi, magari, prima o poi tornano.
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Una cosa che mi è sempre piaciuta, lo so che pare impossibile ma è così, è fare la spesa. Quando ero molto giovane e non avevo famiglia – una famiglia mia, intendo – mi davo appuntamento il sabato mattina, di ritorno dalla mia settimana di studio a Firenze, per la spesa grossa con mia madre. Che a vent’anni, ventidue, una passi il sabato mattina a far la spesa con la mamma, lo so, è bizzarro, ma per me quell’appuntamento lì aveva all’incirca la stessa importanza del momento in cui scendevo dal treno e trovavo ad aspettarmi il moroso. Uguale. Il moroso aveva solo una precedenza temporale.
Andavamo al supermercato a sbizzarrirci col carrello, pensando alle cose che avevamo voglia di preparare; io mi facevo coprire di attenzioni gastronomiche, lei sembrava contenta di questa attività domestica condivisa.
Anche oggi che la spesa la faccio per dovere, il più delle volte da sola, in qualche occasione accompagnata da uno dei miei figli, più raramente da entrambi, è un impegno che per me non ha smesso di avere il suo fascino.
Per precauzione scelgo, in genere, un supermercato di dimensioni umane, avendo io già da tempo sviluppato una discreta avversione per gli ipermercati, specie se situati all’interno di quei diabolici luoghi destinati alla follia dell’acquisto di massa che sono i centri commerciali. Il mio supermercato di fiducia è la Coop (la Coop sei tu, direbbero a questo punto i miei figli), che ha il vantaggio di essere ubicata, rispetto a casa mia, a una distanza a prova di surgelato.
Alla Coop, quella dove vado io, secondo me fanno un test agli aspiranti dipendenti, prima di assumerli: li prendono solo se sono sorridenti e gentili, e a me vien voglia di essere sorridente e gentile e questo si ripercuote positivamente sulla mia spesa. Solo a una cassiera si son scordati di fare il test prima dell’assunzione, il che mi porta ad accettare lunghe code alla cassa pur di non capitare con lei: se la conosci la eviti. Ho anche, da tempo, il sospetto che sia uno stratagemma messo in atto dall’astuta cassiera per lavorare di meno.
Il problema, alla Coop, ma anche negli altri supermercati, è che se ho fame, ispirazione e non sono malata o a dieta mi viene voglia di comprare un sacco di cose, scelgo i prodotti che conosco e che mi ispirano, mi faccio venire in mente ricette o le invento lì per lì per giustificare l’acquisto di un ingrediente inconsueto. Mi diverto, insomma.
Ma in giorni come questi, mezzi malati e a dieta e un po’ giù di corda, a me l’unica cosa che viene in mente, intanto che mi preparo per la spedizione al supermercato, è che vorrei fare la crostata di pere ma che forse non dovrei. Mi manca lo spirito giusto, ecco, oggi.
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Gli infilo il naso tra il collo e il pigiama, è ancora tutto caldo di sonno e fatica ad aprire gli occhi. Ne approfitto, lo respiro. So che non gli darebbe fastidio, ci è abituato, ma finché è ancora addormentato mi faccio meno scrupoli e lo sveglio piano, con l’aria dal naso che gli solletica la pelle. E’ ora di svegliarsi, gli dico, ancora con la testa sul suo petto. Non mi va di alzarmi da lì. A lui non va di muoversi, ormai si è accorto che lo annuso e forse gli piace.
Ha un profumo che riconoscerei tra mille, tra un milione, tra tutti. Mi ricordo una volta. Vorrei metterlo da parte, questo profumo di te, gli ho detto, per sentirlo quando non ci sei. Lui, bimbo di 5 o 6 anni, lo mettiamo in una boccetta, mi ha risposto, basta che lo respiri col naso e poi lo soffi nella bottiglia. Non so perché quella volta non abbiamo provato.
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Io, una cosa che so fare bene, delle pochissime cose che so fare bene, è dormire.
So dormire ovunque e in qualunque momento. Una volta, me lo ricordo, ho dormito sui sassi, e non come si dice di solito, “potrei dormire anche sui sassi”: io ho dormito letteralmente sulla pietra, in una notte di stelle cadenti che non me la scorderò mai più perché di così belle e così tante, stelle cadenti, nella mia vita, non mi è più successo di vederne.
Adesso forse sui sassi non mi riuscirebbe più, di dormirci. Sarà l’età.
Però l’altra mia caratteristica, quella di dormire in qualunque momento, è ancora una prerogativa di cui sono molto orgogliosa, perché dormire, contrariamente a quello che si dice, non è affatto una perdita di tempo.
Soprattutto, secondo me, dipende da come lo riempi, quel tempo lì, e io lo so riempire bene. Faccio sogni che poi cerco di capire da dove vengano: quasi mai ci riesco. Son sogni strani, veloci, pieni di gente e di parole. A me quei sogni lì piacciono, mi sembra che facciano parte della mia vita, e che quindi quelle ore, passate a sognarli, siano tra le più proficue della mia giornata.
Mi capita, anche, per via di questa mia innata predilezione per il sonno, di usare il letto come medicina, e io che ho questi appuntamenti frequenti con l’emicrania piombo spesso in una sorta di catalessi in cui mi illudo di star bene: in quei casi lì, svegliarsi è una delusione.
Oggi pomeriggio, in uno di quei momenti in cui la testa mi rimbombava e gli occhi credevano di vedere cose che non c’erano, mi sono addormentata, ma addormentata così forte che quando mi sono svegliata ho fatto un salto, mentre mi rendevo conto che avrei rischiato di dimenticare a scuola uno dei miei figli.
Forse sarebbe meglio che imparassi a dormire un po’ più piano, il pomeriggio.
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Ha a che fare, io credo, con lo stupore. La sorpresa che ti coglie impreparato. La meraviglia che accompagna la fine dell’attesa, ogni volta.
Oggi nemmeno ci pensavo, anche se eran giorni che lo cercavo con il naso e con gli occhi. Finché non si sente col naso vuol dire che non è ora, mi ripetevo, in questi giorni. E in effetti segni ce n’erano pochi; con le orecchie non ne parliamo, è davvero troppo presto per sentirlo con le orecchie, mi dicevo, ma col naso, e con gli occhi, sarebbe tempo, ormai.
Oggi invece ero distratta e non ci pensavo per niente, stavo guidando verso un appuntamento con un amico che mi accoglie sempre con un sorriso; ho girato lo sguardo e l’ho visto e sono sicura che era lui. Col naso non si sente ancora, ma per quello serve solo la prima pioggia, ché lui ormai è qui.
(L’autunno)
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Io non lo so davvero, come faccia: prende in mano uno strumento ed è come se l’avesse sempre conosciuto. Oggi ha chiesto:” Posso suonare la chitarra?” “Sì”, ho risposto io. Non si sapeva nemmeno come accordarla, una chitarra, mai stata capace di suonare niente, io; abbiamo dovuto chiedere a google: accordare chitarra. Cose che se non ci pensi non te le puoi nemmeno immaginare, ma c’è un sito per accordare la chitarra: ti fa sentire la nota e tu la copi e la incolli sulla tua corda. Praticamente così: altro che diapason. Io ho pensato che avrebbe preso la chitarra per far finta, invece è lì che suona e suona davvero, cosa non si sa. Musica che non viene dalla memoria ma dalla pancia, la sua. Allora mi è venuto in mente che ogni tanto lo rimprovero, gli dico ma com’è che non cogli il gusto della scrittura, non ti vien voglia di cercare le parole, di inventare la tua lingua? E poi invece capisco, che le sue parole non son fatte di alfabeto, e che la sua lingua è suono. Io e lui non siamo uguali, mi dico. Invece siamo uguali, eccome, solo che ognuno ha il suo modo di perdersi nelle cose.
Ecco che ha smesso con la chitarra, chissà se si è stancato di una cosa che non sa fare bene come vorrebbe, se gli è venuta voglia di pianoforte o di violoncello, che quelli li sa suonare meglio. Mi viene in mente quando, piccolino, inventava canzoni sul rumore della lavapiatti, in cucina; o quando è arrivato tutto contento a farci sentire che aveva imparato a suonare il pettine. Cosa suoni? Il pettine. Non si è mai sentito. Eppure, lui, è capace. Con la naturalezza di quello che ha capito il segreto del cosmo, e cioè che qualunque cosa è musica.
write or die, provato con angoscia
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Me lo devo ricordare, questo piccolo gomitolo di gioia, io e il mio amore come i fidanzati, accoccolati sul divano a spartire momenti di intimità calda e condivisa. Soli e felici di esserlo, me lo devo ricordare perché non lo so, per quanto ancora si potrà essere noi in questo modo: noi io e te, che quando eravamo una persona sola mi sembra allo stesso tempo un secolo e un attimo fa. Non so quanto tempo ci resta perché tra te bambino e te uomo c’è di mezzo un battito di ciglia.
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Qualche giorno fa ho ricevuto da un amico una mail di 50 parole, compresi i saluti. Uno dice, in una mail di 50 parole non ci sarà scritto quasi niente; invece ci sono persone che sono abituate a comunicazioni scarne, e che in 50 parole ci fanno stare un sacco di cose, se vogliono.
C’era scritto, nella mail: “Con mia moglie ultimamente si sta un gran bene”. Io ho pensato che in questa frase ci fosse tutto un mondo, di sollievo, di rilassatezza, di confortevole appagamento; e che questo fosse tanto più apprezzabile in quanto scritto da uno che normalmente non si sbrodola in confidenze. Mi sono chiesta, chissà se gliel’ha detto, che si sta così bene, o se per scaramanzia o per paura con lei non ne parla. Ché io, per esempio, quell’errore lì lo faccio sempre, e quando penso che sto bene mi sembra che si debba capire da fuori, e invece no.
Poi ieri, che coincidenza, un altro uomo (il mio) mi ha detto all’incirca le stesse cose, e parlava di me. E ho riconosciuto il sollievo, la rilassatezza e l’appagamento e mi è sembrato bellissimo, sentirmelo dire. Io, poi, forse sono stata zitta perché mi son tuffata dentro a un bacio. Faccio sempre lo stesso errore, ma secondo me si capiva, che quella era la risposta.
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Cento metri, scarsi, sono quelli che fanno la differenza. Tra un bambino che deve essere accompagnato davanti alla porta di scuola e quello che vuole mostrarsi grande e indipendente e autonomo. Poco importa se uscito da scuola dovrà tornare a casa a piedi da solo, arrivare alla fermata dell’autobus o, appunto, percorrere cento metri scarsi per aspettare la mamma all’ angolo. L’ angolo, a cento metri, è il confine del mondo.
Lorenzo lo guardo dallo specchietto, quando gira l’angolo. Fiero; seguito a vista dalle maestre, ne sono certa; spesso accompagnato da mamme altrui, spaventate da tanta libertà. La cartella gialla, il suo colore, lo annuncia come uno squillo di tromba, quando arriva.
E mi vien da sorridergli, per forza, quando sale in macchina con l’aria felice di chi ha compiuto una grande impresa.
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